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TRADUTTORE

IL 37% dei casi di lombalgia è attribuito all’attività lavorativa

Gli episodi di lombalgia sono così definiti: “episodio doloroso acuto in sede lombare della
durata di almeno un giorno che può comportare assenza dal lavoro e difficoltà nelle attività
quotidiane, preceduto e seguito da un periodo asintomatico di almeno un mese”.
Per lombosciatalgia si intende un dolore irradiato all’arto inferiore lungo il decorso
sensitivo del nervo sciatico (parte di L4, L5 e S1); la lombocruralgia è dovuta a
interessamento delle radici più alte, più spesso L2 - L4 e il dolore è irradiato alla coscia
anteriore o anteromediale fino al ginocchio. Il dolore dell’arto può essere presente anche in
assenza di dolore lombare. Se i sintomi si protraggono oltre i tre mesi, si parla di lombalgia o
lombosciatalgia cronica; si definisce ricorrente quando gli episodi acuti si ripresentano dopo
un periodo di benessere (1 e 2).
Sia la lombalgia che la lombosciatalgia e la lombocruralgia sono le sintomatologie più
frequenti che inducono il lavoratore a rivolgersi al medico di base per la terapia e l’astensione
dal lavoro e al medico competente in relazione all’idoneità lavorativa.


Nei Paesi industrializzati le patologie muscoloscheletriche della colonna vertebrale
rappresentano le più importanti cause di inabilità e assenza dal lavoro per malattia.
Il National Institute of Occupational Safety and Health (NIOSH) pone tali patologie al
secondo posto nella lista dei dieci problemi di salute più rilevanti nei luoghi di lavoro e
riporta una prevalenza di lombalgia nell’arco della vita nella popolazione generale del 70%
(3). Negli Stati Uniti la lombalgia determina quasi 29 giorni di assenza per malattia ogni 100
lavoratori, le patologie del rachide sono le principali cause di limitazione lavorativa nelle
persone con meno di 45 anni e le patologie professionali della colonna assorbono il 33% dei
costi totali di indennizzo.


È stato valutato che le spese totali annue associate alla lombalgia, inclusi i costi sanitari
diretti e quelli indiretti legati alla perdita di lavoro e ai pagamenti di indennità, sono superiori
a 50 miliardi di dollari. Di questi costi, il 75% e più è attribuibile al 5% di soggetti che
presentano un’invalidità temporanea o permanente da dolore lombare (4, 5 e 6).
La quarta indagine sulla salute dei lavoratori europei condotta nel 2005 dalla Fondazione
di Dublino per il Miglioramento delle Condizioni di Vita e di Lavoro ha evidenziato che
quasi il 25% dei lavoratori esaminati riferiva di soffrire di mal di schiena, il 22% riferiva
disturbi da stress ed il 23% lamentava dolori muscolari. Il 62% dei lavoratori dichiarava di
svolgere azioni ripetitive con le mani o con le braccia per almeno un quarto dell’orario di
lavoro, il 46% di lavorare in posizioni dolorose o stancanti ed il 35% di trasportare o
movimentare carichi pesanti (7).
In Italia le sindromi artrosiche sono le affezioni croniche più diffuse secondo ripetute
indagini ISTAT. Le affezioni acute dell’apparato locomotore sono al secondo posto nella
prevalenza delle patologie acute dopo le affezioni acute dell’apparato respiratorio, così come
le sindromi artrosiche sono al secondo posto tra le cause di invalidità civile. Ancora
recentemente, lo studio MAPPING (8) pubblicato nel 2005 segnalava una prevalenza del
27% delle patologie muscoloscheletriche nella popolazione generale di età adulta con una
netta prevalenza nel sesso femminile: la lombalgia cronica è stata riscontrata nel 6% dei
soggetti esaminati


Secondo stime degli Istituti di Medicina del Lavoro le patologie croniche del rachide sono
la prima causa di richieste di inidoneità parziale alla mansione specifica. Tra gli infortuni sul
lavoro la lesione da sforzo è rappresentata nel 60-70% dei casi da lombalgia acuta e non
risulta ci sia alcuna controtendenza significativa negli ultimi 10 anni. È ormai accertato il
rapporto esistente tra attività di movimentazione manuale di carichi ed incremento di rischio
di contrarre affezioni acute e croniche dell’apparato locomotore, ed in particolare del rachide
lombare.
Le attività lavorative nelle quali il rischio di movimentazione manuale dei carichi assume
un ruolo significativo nella comparsa di lombalgia sono numerose e sono riconducibili alle
attività dove è più difficile rendere la movimentazione meccanica ed automatica. Tra i
lavoratori esposti si annoverano gli addetti in edilizia, nelle attività sanitarie, nelle operazioni
di facchinaggio.
Nel rapporto annuale dell’INAIL del 2007 si rileva che sono raddoppiate se non triplicate
le segnalazioni delle patologie osteoarticolari: tendiniti (da 1478 casi nel 2003 ai 3410 del
2007, +131%), affezioni dei dischi intervertebrali (da 1060 a 2970, +180%), artrosi (da 795 a
1694, +113%) e sindrome del tunnel carpale (da 946 casi a 1398, +48%).
A tutto aprile 2007 sono state indennizzate 1441 patologie dell’apparato osteoarticolare
manifestatesi nel 2005, di cui 420 casi di affezioni dei dischi intervertebrali.
Secondo il rapporto INAIL, al primo posto della graduatoria delle patologie denunciate si
confermano le ipoacusie, in calo del 29% rispetto agli anni precedenti (da 7000 del 2003 ai
6000 casi del 2007). Se, tuttavia, si considerano in maniera aggregata le diverse tipologie di
malattie osteoarticolari e da compressione (tendiniti, affezioni dei dischi intervertebrali, artrosi,
sindromi del tunnel carpale) la loro incidenza è nettamente la più elevata (oltre 9000 casi) (9).
Per il tipo di attività, che non può prescindere da una movimentazione manuale di carichi
pesanti, alcuni settori sono stati particolarmente oggetto di studio sia da parte degli istituti
universitari che da parte dei servizi di prevenzione e vigilanza: tra questi il settore edile,
manifatturiero e sanitario.


Epidemiologia delle patologie della colonna da esposizione a vibrazioni a
corpo intero

.
Gli studi epidemiologici attualmente disponibili depongono per una relazione causale tra
esposizione professionale a vibrazioni trasmesse a tutto il corpo e patologia del rachide
lombare, mentre l’associazione tra vibrazioni e lesioni ad altri organi o apparati non è stata
ancora adeguatamente documentata. Infatti è dimostrata una maggior occorrenza di
lombalgie e lombosciatalgie, alterazioni degenerative della colonna vertebrale
(spondiloartrosi, spondilosi, osteocondrosi intervertebrale), discopatie e ernie discali lombari
e/o lombosacrali nei conducenti di veicoli industriali e di mezzi di trasporto rispetto a gruppi
di controllo non esposti a vibrazioni meccaniche. Il rischio di insorgenza di patologie del
rachide lombare aumenta con l’aumentare della durata e dell’intensità dell’esposizione a
vibrazioni trasmesse al corpo intero.
Il ruolo delle vibrazioni nella etiopatogenesi delle alterazioni del rachide lombare non è
ancora completamente chiarito poiché la guida di macchine o veicoli comporta non solo
l’esposizione a vibrazioni potenzialmente dannose ma anche a fattori disergonomici quali, ad
esempio, una prolungata postura assisa o frequenti movimenti di torsione del rachide. Inoltre,
alcune categorie di autisti, come gli addetti a lavori di trasporto in vari settori commerciali,
possono svolgere attività di sollevamento e spostamento di carichi manuali che rappresentano
un ulteriore fattore di stress per il tratto lombare del rachide. Alcune caratteristiche
individuali (ad esempio, età, indice di massa corporea, abitudine al fumo di tabacco), fattori
di natura psicosociale e pregressi traumatismi alla schiena sono anche riconosciuti come
importanti variabili predittive della comparsa di disturbi al rachide, in particolare di
lombalgie.
Ne deriva che risulta molto difficile separare il contributo delle vibrazioni da quello di
altri fattori di rischio individuale ed ergonomico nell’insorgenza e/o aggravamento di disturbi
del rachide
.

Generalmente il 37% dei casi di lombalgia è attribuito all’attività lavorativa (11). Tra i
fattori lavorativi studiati atti a determinare la comparsa di lombalgia, particolare attenzione è
stata prestata al lavoro fisico pesante, agli sforzi, ai movimenti di sollevamento, flessione o torsione del tronco, alle vibrazioni trasmesse al corpo intero. Una correlazione positiva è stata
riscontrata in letteratura per tutti i rischi sopra riportati, per quanto meno evidente con il
lavoro fisico pesante, e particolarmente forte invece con il rischio vibrazioni. Il lavoro
eseguito in posizione statica (es. lavoro alla scrivania) non è stato dimostrato essere in grado
da solo di determinare lombalgia
.

Fattori psicosociali
I fattori psicosociali da considerare in caso di lombalgia sono i carichi di lavoro intensi ed
imposti, il lavoro monotono, il limitato controllo sull’organizzazione del proprio lavoro, la
scarsa chiarezza del compito e la scarsa soddisfazione legata al lavoro svolto (11).
In uno studio effettuato da Tubach et al. (12) emerge che l’assenza dal lavoro per
lombalgia per un periodo di otto giorni o più è determinata in ordine di importanza da:
- attività lavorativa comportante ripetute flessioni del tronco,
- storia pregressa di lombalgia,
- forte abitudine al fumo,
- basso livello di impiego,
- basso supporto sociale nel luogo di lavoro.



NORMATIVA DI RIFERIMENTO
La normativa italiana preesistente al D.Lgs. 626/94 era rivolta esclusivamente alla tutela
delle fasce considerate più “deboli” della popolazione lavorativa, ossia giovani, genere
femminile e lavoratrici madri. La legge n. 653 del 1934, ancora in vigore, determina in 20 kg
il peso massimo sollevabile dalle donne adulte. La legge 1204/71, ora abrogata, sulla tutela
delle lavoratrici madri stabiliva che le donne in gestazione non dovevano essere adibite al
trasporto e sollevamento di pesi, così come riportato nella attuale Legge 151/01.
La legge 977/67 relativa al lavoro dei fanciulli (minori di 15 anni) e degli adolescenti
(minori di 18 anni) all’art.14, abrogato dai D.Lgs. 345/99 e 262/2000, determinava (seppure
con riferimento al lavoro agricolo) i pesi massimi trasferibili dagli stessi differenziandoli per
sesso (fanciulli M = 10 Kg - F = 5 kg, adolescenti M = 20 kg - F = 15 kg). Rimane in vigore
invece l’art. 19 il quale stabilisce che “gli adolescenti non possono essere adibiti al trasporto
di pesi per più di 4 ore durante la giornata compresi i ritorni a vuoto”.
Il D.Lgs. 626/94 per la prima volta tutelava tutti i lavoratori addetti alla movimentazione
manuale di carichi facendo obbligo al datore di lavoro di effettuare la valutazione del rischio
e la relativa sorveglianza sanitaria. Nell’allegato VI dello stesso decreto veniva quantificato il
carico come troppo pesante se maggiore di 30 Kg.



Decreto Legislativo n. 81 del 9 aprile 2008 (Titolo VI, artt. 167 – 171 e
allegato XXXIII)
Abroga il D.Lgs. 626/94 e riporta al Titolo VI le norme che si applicano alle attività che
comportano la movimentazione manuale dei carichi.
Nell’art. 167 la movimentazione manuale dei carichi viene definita come “le operazioni di
trasporto o di sostegno di un carico ad opera di uno o più lavoratori, comprese le azioni del
sollevare, deporre, spingere, tirare, portare o spostare un carico, che, per le loro
caratteristiche o in conseguenza delle condizioni ergonomiche sfavorevoli, comportano
rischi di patologie da sovraccarico biomeccanico, in particolare dorso-lombari”.
Per patologie da sovraccarico biomeccanico si intendono: patologie delle strutture
osteoarticolari, muscolotendinee e nervovascolari.
Il significato dell’inciso “in particolare” va a nostro parere interpretato come segue: nella
movimentazione manuale di carichi oltre ad esserci un sovraccarico biomeccanico dorsolombare,
sussiste un rischio anche per altri distretti corporei, quali il rachide cervicale e gli
arti superiori. Il rischio per altri apparati (es. cardiovascolare) e il rischio infortunistico
andranno comunque considerati sulla scorta delle indicazioni dello stesso decreto.
L’art. 168 identifica gli obblighi specifici del datore di lavoro: preliminarmente valuta le
condizioni di sicurezza e di salute connesse al lavoro tenendo conto in particolare delle
caratteristiche del carico e le condizioni di lavoro, in base all'allegato XXXIII, individua le
misure di prevenzione e protezione, sottopone a sorveglianza sanitaria i lavoratori esposti.
Nell’allegato XXXIII viene fatto riferimento alle norme tecniche della serie ISO 11228 (parti
1-2-3) per la valutazione del rischio e l’individuazione delle misure di prevenzione; viene
inoltre eliminata l’indicazione dei 30 Kg come carico troppo pesante, presente nell’allegato
VI del D.Lgs. 626/94.
L’art. 168 individua inoltre come fattori da prendere in considerazione in maniera
integrata nella valutazione del rischio da movimentazione manuale dei carichi quelli riportati
nell’allegato XXXIII, riferibili a:
1. caratteristiche del carico,
2. sforzo fisico richiesto,
3. caratteristiche dell’ambiente di lavoro,
4. esigenze connesse all’attività.
3.2 Decreto Ministeriale del 14 gennaio 2008
Con tale Decreto è stato aggiornato l’elenco delle malattie per le quali è obbligatoria la
denuncia, ai sensi e per gli effetti dell’art. 139 del DPR n.1124 del 30 giugno 1965 (Testo
Unico sull’Assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali). Il
nuovo elenco sostituisce quello del DM del 18 aprile 1973. In particolare sono state inserite
patologie dell’apparato muscolo scheletrico riferibili a sovraccarico biomeccanico e a
vibrazioni trasmesse al corpo intero. Di seguito si riportano le parti del DM di interesse.



LA VALUTAZIONE DEL RISCHIO DA SOVRACCARICO BIOMECCANICO
DEL RACHIDE LOMBARE: METODI DI VALUTAZIONE DEL RISCHIO
DA MOVIMENTAZIONE MANUALE DEI CARICHI
La valutazione del rischio da movimentazione manuale dei carichi va necessariamente
preceduta da un’analisi del lavoro che evidenzi se, tra i compiti lavorativi previsti per uno o
più lavoratori, sono compresi quelli da movimentazione manuale dei carichi.
I metodi di valutazione del rischio da movimentazione manuale dei carichi riportati in
questo documento sono quelli derivanti dalla letteratura o proposti da organismi
internazionali e tra i più utilizzati nel mondo del lavoro. Sono quindi considerati i seguenti
metodi:
1. NIOSH, con adeguamento alla norma europea UNI EN 1005-2 e ISO 11228-1,
2. Snook e Ciriello,
3. OWAS,
4. TLV ACGIH,
5. Metodo Criteri Guida del SUVA,
6. MAPO,
7. Metodo di valutazione integrato MAPO-MCG del SUVA.




Metodo NIOSH come applicato dalla Norma Europea UNI EN 1005-2 e ISO
11228-1
L’allegato XXXIII del D.Lgs. 81/2008 indica le norme tecniche della serie ISO 11228
(parti 1-2-3) come riferimento per la valutazione del rischio. Accanto a queste si richiama la
norma tecnica UNI EN 1005-2, estensione del metodo NIOSH ‘93.
4.1.1 Applicazione del metodo NIOSH per la valutazione del rischio per compiti semplici
Il metodo proposto dal NIOSH è volto alla valutazione delle azioni di sollevamento
manuale di carichi. Per ogni azione di sollevamento il metodo è in grado di determinare il
cosiddetto peso limite raccomandato attraverso una equazione che, a partire da un massimo
peso sollevabile in condizioni ideali (costante di peso di 23 kg che protegge il 90% degli
uomini ed il 70% delle donne), considera l’eventuale esistenza di elementi sfavorevoli e tratta
questi ultimi con appositi fattori di demoltiplicazione come riportato nella tabella 3. Le Linee
guida di applicazione del D.Lgs. 626/94 avevano individuato come costante di peso i 20 kg
per le donne e i 30 kg per gli uomini maggiorenni; le norme UNI EN 1005-2 e ISO 11228-1
usano gli stessi fattori demoltiplicativi del NIOSH, ma chiedono all’utilizzatore di
selezionare un diverso peso iniziale di riferimento tenendo conto delle caratteristiche di età,
di genere e della percentuale di popolazione da tutelare. Si riportano di seguito le tabelle con
le masse di riferimento (Mref) previste dalla UNI EN 1005-2 e dalla ISO 11228-1 per un
confronto.


Circostanze speciali. Sebbene ogni forzo dovrebbe essere fatto per evitare la movimentazione manuale o per
ridurre i rischi al livello più basso possibile, possono verificarsi circostanze eccezionali in cui la massa di
riferimento può superare i 25 kg (per es. laddove il livello tecnologico e le operazioni non sono
sufficientemente avanzati). In queste circostanze eccezionali, una attenzione e un riguardo aggiuntivi devono
essere posti alla formazione e all’addestramento dei soggetti (ad es. particolare conoscenza in merito
all’identificazione del rischio e al suo contenimento), alle situazioni lavorative predominanti e alle capacità
degli individui.
Al fine di diminuire il rischio per la popolazione lavorativa, in particolare per coloro che hanno minor potenza
fisica, la massa di riferimento non dovrebbe superare i 15 kg. Ciò aumenterà fino al 95% il livello di
protezione garantito alla popolazione lavorativa. In questo caso, una massa di riferimento di 15 kg anziché di
25 kg dovrà essere usata nell’equazione (A.1) (vedi A.7.2).
Poiché i posti di lavoro dovrebbero essere accessibili a qualsiasi lavoratore, superare il limite raccomandato
per masse di 25 kg dovrebbe essere considerata una eccezione. Quando vengono superati i limiti raccomandati,
le condizioni di lavoro devono rimanere sicure. In questi casi è particolarmente importante che i lavoratori
siano ben addestrati ed istruiti agli specifici compiti.
In base a quanto sopra riportato e tenendo conto che nella tabella ISO 11228-1 vi è
incertezza nell’individuare la massa di riferimento per le lavoratrici, i minori e i lavoratori
anziani (*), in quanto prevede valori compresi tra i 15 e i 23 Kg, si ritiene di assumere le
Mref stabilite dalla UNI EN 1005-2, che garantiscono un livello di protezione > al 90% per
queste categorie di lavoratori.
Pertanto la Mref per le lavoratrici maggiorenni e per i lavoratori anziani di entrambi i
sessi (età > 50 anni) è fissata a 15 Kg.
Per quanto riguarda i minori di entrambi i sessi la Mref è fissata a 15 Kg tenendo conto
che l’attività di movimentazione manuale di carichi non può superare le 4 ore e che l’indice
10
di sollevamento deve essere < 1, dato il principio generale che i minori dovrebbero essere
adibiti esclusivamente ad attività per le quali non vige l’obbligo di sorveglianza sanitaria,
eccetto quelle autorizzate dalla Direzione Provinciale del Lavoro.
La stessa norma UNI EN 1005-2 identifica un’ulteriore sottopopolazione, le donne
gravide, che presentano un rischio accresciuto di possibili lesioni, sconsigliando il
sollevamento di pesi maggiori di 5 kg. Pertanto la lavoratrice in gravidanza potrà essere
adibita ad attività che comprendono la movimentazione manuale dei carichi, con le seguenti
caratteristiche:
- massa di riferimento assunta per la valutazione del rischio di 5 Kg;
- indice di sollevamento < 0,85;
- attività di durata non superiore ad un’ora;
- frequenza di sollevamento non superiore a una volta ogni 5 minuti.
(*) Entrambe le norme non identificano l’età della popolazione lavorativa anziana, ma tenendo conto
che la popolazione lavorativa adulta è compresa tra i 18 e i 65 anni, una particolare tutela deve
essere garantita ai lavoratori ultracinquantenni, o ultra quarantacinquenni secondo i ricercatori
dell’EPM (analogamente a quanto considerato nella normativa relativa ai lavoratori che utilizzano
videoterminali).
Alcuni ricercatori dell’EPM propongono, sulla base dei dati di letteratura e delle tabelle
della norma EN 1005-2, i valori di riferimento di seguito riportati.
POPOLAZIONE LAVORATIVA MASSA DI RIFERIMENTO (KG.)
Maschi (18 - 45 anni)
Femmine (18 - 45 anni)
25
20
Maschi giovani (fino 18 anni) ed anziani (oltre 45 anni) 20
Femmine giovani (fino 18 anni) ed anziane (oltre 45 anni) 15
Considerate le indicazioni sopra richiamate e al fine di garantire un più elevato livello di
protezione ad una fascia di popolazione lavorativa sempre più numerosa e sempre più
anziana, si ritiene di proporre che la massa di riferimento o costante di peso per i lavoratori
e le lavoratrici di età superiore ai 50 anni sia di 15 Kg.
La procedura di calcolo del limite di peso raccomandato è applicabile quando ricorrono le
seguenti condizioni:
· carichi di peso superiore a 3 Kg,
· azioni di movimentazione che vengono svolte in via non occasionale (frequenze medie
di 1 volta ogni ora nella giornata lavorativa tipo),
· azioni di tipo occasionale ma con valori vicini ai valori di peso massimi consigliati,
specie se comportanti posture incongrue del rachide,
· sollevamento di carichi svolto in posizione in piedi (non seduta o inginocchiata) in
spazi non ristretti,
· sollevamento di carichi eseguito con due mani,
· altre attività di movimentazione manuale (trasportare, spingere, tirare) minimali,
11
· adeguata frizione tra piedi (suola) e pavimento (coefficiente di frizione statica > 0.4),
· gesti di sollevamento eseguiti in modo non brusco,
· carico non estremamente freddo, caldo, contaminato o con contenuto instabile,
· condizioni microclimatiche favorevoli.
TABELLA 3. Scheda NIOSH integrata con UNI EN 1005-2 per il calcolo del peso limite
raccomandato e dell’indice di sollevamento (peso sollevato/peso limite raccomandato)
.
CP = COSTANTE DI PESO
ETÀ MASCHI FEMMINE
Costante di peso (Kg)
> 18 ANNI 25 15
FA = ALTEZZA DA TERRA DELLE MANI ALL'INIZIO DEL SOLLEVAMENTO (A)
ALTEZZA
(cm)
0 25 50 75 100 125 150 >175
FATTORE 0,77 0,85 0,93 1,00 0,93 0,85 0,78 0,00
FB = DISTANZA VERTICALE DI SPOSTAMENTO DEL PESO FRA INIZIO E FINE DEL
SOLLEVAMENTO (B)
DISLOCAZIONE
(cm)
25 30 40 50 70 100 170 >175
FATTORE 1,00 0,97 0,93 0,91 0,88 0,87 0,86 0,00
FC = DISTANZA ORIZZONTALE TRA LE MANI E IL PUNTO DI MEZZO DELLE CAVIGLIE (DISTANZA
MASSIMA RAGGIUNTA DURANTE IL SOLLEVAMENTO (C)
DISTANZA
(cm)
25 30 40 50 55 60 >63 25
FATTORE 1,00 0,83 0,63 0,50 0,45 0,42 0,00 1,00
FD = DISLOCAZIONE ANGOLARE DEL PESO IN GRADI (D)
Dislocazione angolare 0° 30° 60° 90° 120° 135° >135°
FATTORE 1,00 0,90 0,81 0,71 0,52 0,57 0,00
FE = GIUDIZIO SULLA PRESA DEL CARICO (E)
GIUDIZIO BUONO SCARSO
FATTORE 1,00 0,90
12
FF = FREQUENZA DEI GESTI (numero di atti al minuto) IN RELAZIONE ALLA DURATA (F)
FREQUENZA 0,20 1 4 6 9 12 >15
CONTINUO
< 1 ora
1,00 0,94 0,84 0,75 0,52 0,37 0,00
CONTINUO
da 1 a 2 ore
0,95 0,88 0,72 0,50 0,30 0,21 0,00
CONTINUO
da 2 a 8 ore
0,85 0,75 0,45 0,27 0,15 0,00 0,00
CALCOLO DEL PESO LIMITE RACCOMANDATO = CP x FA x FB x FC x FD x FE x FF
CALCOLO DELL’INDICE DI
SOLLEVAMENTO =
PESO EFFETTIVAMENTE SOLLEVATO (Kg)
PESO LIMITE RACCOMANDATO (Kg)
Per la descrizione del metodo in dettaglio e per l’applicazione pratica si rimanda al sito
http://www.cdc.gov/niosh/docs/94-110/ e alle Linee Guida SIMLII (10).
Dovrà inoltre essere valutata la presenza dei seguenti fattori aggiuntivi da moltiplicare nel
calcolo del peso limite raccomandato:
- il peso viene sollevato con una mano (OM): il peso limite raccomandato viene
moltiplicato per 0,6;
- i sollevamenti vengono eseguiti da due persone (PM): il peso limite raccomandato
viene diviso per 2 e moltiplicato per 0,85;
- vengono eseguiti compiti supplementari (Aτ)*: applicare un fattore = 0,8.
* Compiti fisicamente impegnativi, tipo: esposizione a microclima sfavorevole, precisione nella
collocazione del carico, spinta del carico con una mano; il peso raccomandato viene moltiplicato X
0,8 quando la temperatura non è compresa tra i 19-26 °C, l’umidità relativa non rientra nel range 30 -
70%, la velocità dell’aria supera il valore di 0,2 m/s, come riportato nella norma EN ISO 7730.
Adottando la procedura suggerita dalla norma tecnica europea UNI EN 1005-2 e riassunta
in tabella 1, è possibile salvaguardare allo stesso modo la stessa proporzione di lavoratori,
partendo da pesi iniziali diversificati.
Definita la massa di riferimento per sottogruppo di popolazione, si procede all'analisi di
ciascun fattore demoltiplicativo che può assumere valori compresi tra 0 ed 1. Quando
l’elemento di rischio potenziale corrisponde ad una condizione ottimale, il relativo fattore
assume il valore di 1 e pertanto non porta ad alcun decremento del peso limite raccomandato
rispetto alla massa di riferimento. Quando l’elemento di rischio è presente, discostandosi
dalla condizione ottimale, il relativo fattore assume un valore inferiore a 1: esso risulta tanto
più piccolo quanto maggiore è l’allontanamento dalla relativa condizione ottimale; in tal caso
il peso limite raccomandato diminuisce di conseguenza. Quando uno o più fattori
raggiungono il limite estremo e quindi assumono il valore di 0 significa che si è in una
condizione di inadeguatezza assoluta per via di quello specifico elemento di rischio e vanno
pertanto adottati interventi immediati. Infatti in queste situazioni il peso limite raccomandato
assumerebbe il valore di 0 e pertanto sarebbe a rischio movimentare qualsiasi peso. Il calcolo
13
del peso limite raccomandato si effettua attraverso la moltiplicazione di tutti i fattori. Per
ottenere l’indice di sollevamento si calcola quindi il rapporto tra il peso effettivamente
sollevato (numeratore) ed il peso limite raccomandato (denominatore).
Livelli di rischio e misure di prevenzione
Se R < 0,85 (AREA VERDE): la situazione è accettabile e non è richiesto alcuno
specifico intervento.
Se R è compreso tra 0,86 e 0,99 (AREA GIALLA): la situazione si avvicina ai limiti;
una quota della popolazione (a dubbia esposizione) può essere non protetta e pertanto
occorrono cautele, anche se non è necessario un intervento immediato. È comunque
consigliato attivare la formazione e, a discrezione del medico, la sorveglianza sanitaria del
personale addetto.
Se R > 1 (AREA ROSSA): la situazione può comportare un rischio per quote crescenti di
popolazione e pertanto richiede un intervento di prevenzione primaria. Il rischio è tanto
più elevato quanto maggiore è l’indice. Vi è necessità di un intervento IMMEDIATO di
PREVENZIONE per situazioni con indice maggiore di 3; l’intervento è comunque
necessario anche con indici compresi tra 1,25 e 3. È utile programmare gli interventi
identificando le priorità di rischio. Successivamente riverificare l’indice di rischio dopo
ogni intervento. Va comunque attivata la sorveglianza sanitaria periodica del personale
esposto con periodicità bilanciata in funzione del livello di rischio.
Nel caso che il lavoratore svolga più compiti diversificati, si dovranno seguire procedure
di analisi più articolate come di seguito indicato.
4.1.2 Applicazione del metodo NIOSH per la valutazione del rischio per compiti multipli
Nei comuni contesti produttivi i lavoratori sono spesso chiamati a svolgere compiti diversi
di movimentazione manuale di carichi per i quali il calcolo sopra descritto non può essere
applicato. Dovrà pertanto essere applicata una procedura ponderata in cui saranno presi in
considerazione il numero dei compiti diversi e le relative frequenze di movimentazione.
Potranno essere identificati gruppi di compiti secondo il tipo di carico e la relativa frequenza.
Ad esempio:
- carichi movimentati in modo simile o ad altezze analoghe,
- carichi movimentati con frequenze simili,
- carichi di peso simile.
In queste situazioni si dovrà calcolare l’Indice di Sollevamento Composto (ISC) che è
determinato dall’indice di sollevamento (IS) del compito più gravoso, incrementato di una
quota determinata dagli IS degli altri compiti.
CALCOLO DI ISC (per compiti multipli)
Il calcolo dell’ISC, come proposto dal NIOSH, è rappresentato nella condizione più
semplice (cioè per due compiti) dalla seguente formula:
ISC = IS1 + (IS21+2 - IS21)
14
Ciò significa che, nel caso in cui l’indice di sollevamento del compito semplice 1 (IS1)
risulti uguale all’indice di sollevamento del compito semplice 2 (IS2), due dei termini
dell’equazione si semplificano e la risultanza sarà allora quello di un compito semplice
effettuato alle frequenze somma di IS1 e IS2. Per facilitare la comprensione delle variabili
che debbono essere calcolate si espliciteranno una serie di passaggi matematici come di
seguito riportato:
IS = Peso sollevato / Peso raccomandato
Peso raccomandato = Cp x FA x FV x FO x FAs x FP x FF
dove Cp = Costante di peso
FA = Fattore altezza delle mani all’inizio del sollevamento
FV = Fattore dislocazione verticale
FO = Fattore distanza orizzontale dal corpo
FAs = Fattore asimmetria
FP = Fattore presa
FF = Fattore frequenza/durata
FASI DEL CALCOLO
1. Va calcolato l’IS del compito più gravoso mediante la presente formula:
IS = Peso sollevato / Peso raccomandato = Peso sollevato / CpxFAxFVxFOxFAsxFPxFF
2. Nel calcolo dell’indice di sollevamento composto (ISC) si applica la formula senza il
fattore frequenza (FF) per il calcolo del peso raccomandato indipendente dalla frequenza
(PRIF) per ogni compito. E quindi avremo:
Peso sollevato / (PRIF) CpxFAxFVxFOxFAsxFP = Indice di sollevamento indipendente
dalla frequenza = ISIF
3. Ritornando alla formula di partenza possiamo allora scrivere:
ISC = IS1 + (IS21+2 - IS21) = IS1 + ISIF2 (1/FF1+2– 1/FF1) + ISIF3 (1/FF1+2+3 (*) – 1/FF1+2)
dove IS1 è l’indice di sollevamento del compito più sovraccaricante e i successivi (IS2,
IS3….) sono IS che tengono conto delle frequenze relative a ciascun compito.
(*) il valore FF della formula 1/FF1+2+3 è dato dalla sommatoria delle frequenze reali di atti al
minuto per compito semplice, prendendo il valore corrispondente nella tabella delle
frequenze n. 3.
La frequenza di sollevamento del singolo compito può essere calcolata in due modi:
a) se il ritmo di sollevamento è costante, pur sollevando oggetti diversi, si divide la
frequenza generale per il numero dei compiti semplici;
b) se il ritmo di sollevamento è variabile, si divide il numero di ogni tipo di oggetto
movimentato per la durata del compito semplice.

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