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Fibromialgia tutta la verità


Fibromialgia tutta la verità  

Tratto da:http://www.fibromialgiaterapia.it/blog.htm

"Sin da piccola sognava di andarsene lontano lontano, in un posto dove regnassero il silenzio e la tranquillità, senza strilli, senza responsabilità e pretese. Un posto in cui rannicchiarsi e sentirsi piccola ed accudita. Ma un falso senso di sicurezza e certezza le impediva di andarsene e quindi rinunciava ad essere se stessa"
Come si arriva a questa condizione nella quale l'unico bisogno è l'accudimento ? Lo stato ricorda molto quello che si osserva nei casi di fibromialgia molto evoluta (in senso negativo) dove l'individuo ha esaurito tutte le risorse di compenso. In termini di emozioni parliamo di "disperazione" , in quelli fisiopatologici diciamo che dopo la fase di resistenza allo stress l'individuo è nella fase di esaurimento.
Partiamo dalla condizione normale: istinti basali ->sopravvivenza e riproduzione (cioè mantenimento ed evoluzione della specie). Soddisfatti questi, entrano in gioco quelli dovuti all'esperienza che facciamo da prestissimo, da neonati: accudimento soddisfacente, attaccamento, riconoscimento, essere in equilibrio con se stessi (interno) e con l'ambiente esterno, esplorazione, decodifica corretta degli stimoli sensoriali e relativa riorganizzazione interiore, convalida dei costrutti primari (frammenti di idee), ricerca e mantenimento del contatto con la madre, ricerca e definizione del confine (dove finisco io e dove comincia l'esterno ed estraneo da se), etc.
Alla nascita, nel cervello ci sono 100 miliardi di neuroni, ognuno dei quali presenta in media 15.000 sinapsi all'età di 3 anni. La proliferazione delle connessioni tra neuroni può essere bloccata o rallentata a causa di danni pre o post natali, così come può essere favorita da stimoli adeguati. Lo sviluppo è dovuto all'apprendimento sia esperenziale che tramite l'apprendimento basato sulla relazione.
E' proprio la qualità della relazione madre-figlio che determina la solidità delle fondamenta su cui poi si realizzeranno le competenze, la sicurezza, l'autostima e l'auto-efficacia dell'adulto.
Questo va compreso sino in fondo: non può esserci individuo sano senza una sana relazione madre-figlio nelle fasi iniziali di vita. In questo va incluso l'attaccamento o meglio, "lo stile di attaccamento" che si sviluppa man mano.


L'immagine di Maslow spiega bene la progressione dell'individuo durante la crescita, ma non tiene conto dei fattori genetici, evolutivi, familiari, sociali e religiosi, che tutti insieme complicano fortemente tale progressione.
Quelli che interessano maggiormente sono i fattori familiari, sociali e i meccanismi dell'evoluzione della specie.
Per spiegarne l'influsso e la portata relativamente allo sviluppo dell'individuo, dovrei necessariamente spiegare (allo stato attuale di conoscenza) come funziona la mente, o se preferite il cervello (di questo mi occupo professionalmente).....

Causa della fibromialgia


Leggevo giorni fa su internet la risposta di un neurologo ad un lettore, il quale gli chiedeva "ho letto sul sito fibromialgiaterapia di cosa sia la fibro , da cosa è causata e le possibili cure, lei che ne pensa dottore ? " il neurologo gli rispondeva così: si tratta di teorie non dimostrate scientificamente. Allora voglio fornire una spiegazione più chiara e comprensibile: la causa della fibromialgia è lo stress cronico esterno ed interno all'individuo. Lo stress cronico è l'unica spiegazione ai tanti sintomi presenti nella fibromialgia, non c'è altro possibile agente in grado di creare un quadro simile. Che poi allo stress si affianchino altri fattori (traumi,virus etc) non è escluso, anzi è probabile. Perchè sono certo di queste affermazioni ? basterebbe questa semplice osservazione empirica,: se curando un fibromialgico si riesce a ridurre lo stress i sintomi spariscono. Su questo non ci piove. Pertanto quello che deve interessarvi è ottenere dalla terapia la riduzione, meglio l'eliminazione, di quel tot di stress che il vostro organismo (cervello incluso) non è in grado di tollerare. Infine ricordo che lo stress può essere fisico,chimico e psichico.


Stress e Fibromialgia


I sintomi fisici da stress cronico


  • Tensione muscolare
  • Mal di testa, irritabilità, depressione
  • Perdita di capelli
  • Secchezza della bocca, ulcere della bocca
  • Dolori al petto
  • Aggravamento di condizioni come l'asma
  • Dolori alle spalle o al collo
  • Mal di schiena
  • Stomaco / dolore addominale
  • "Farfalle nello stomaco"
  • Pancia gonfia
  • Diarrea, colon irritabile
  • Ulcere, gastrite, colite
  • Malattie cardiovascolari, ipertensione
  • Spasmi muscolari o tic nervosi
  • Eruzioni cutanee inspiegabili o irritazioni della pelle
  • Palme delle mani sudate
  • Sudorazione quando non è fisicamente attivi
  • Disturbi mestruali e vaginali
  • Disturbi del sonno
  • Mancanza di respiro
  • Trattenere il respiro


I sintomi emotivi / cognitivi


  • Sensazione di irritabilità
  • Sentirsi frustrato di dover aspettare qualcosa
  • Sensazione di irrequietezza
  • Impossibile concentrarsi
  • Diventare facilmente confuso
  • Problemi di memoria
  • Pensare a cose negative per tutto il tempo
  • Negativo dialogo interiore
  • Dopo aver sognato sbalzi di umore
  • Mangiare troppo
  • Mangiare quando non si ha fame
  • Non avere abbastanza energia per fare le cose
  • Sensazione che non si può far fronte ai problemi
  • Difficoltà a prendere decisioni
  • Avere esplosioni emotive

Lo stress (specialmente quello interno che non prevede mai una ricompensa) riguarda direttamente e causalmente la fibromialgia per via della secrezione eccessiva di cortisolo che è in grado di interferire col funzionamento di molti neuro-trasmettitori.Il movimento si ottiene da azioni opposte dei muscoli (contrazione e rilascio). Lo stress fa si che entrambi  i muscoli lavorino contemporaneamente senza questa opposizione. IL risultato è che non vi è quindi alcun movimento, ma solo la tensione muscolare. Avrete notato quanto numerosi siano i sintomi in comune tra le due condizioni.

Le emozioni giocano un ruolo importante nel modo in cui il dolore viene percepito nel cervello. Nel 1960, Ronald Melzack, uno psicologo canadese, e Patrick Wall, un medico britannico, hanno formulato una teoria rivoluzionaria dopo aver osservato i soldati nella seconda guerra mondiale. "Due soldati con ferite quasi identiche dopo l’esplosione di una bomba, sono seduti fianco a fianco in una corsia d'ospedale. Un soldato dice, 'Hey dottore, mi puoi cucire? Ho bisogno di tornare alla mia unità.' E l'altro invece sta piangendo, gemendo e contorcendosi per il dolore. "
Melzack e Wall  hanno dimostrato che i segnali chimici nel midollo spinale per il controllo del dolore viaggiano dal corpo al cervello, in funzione soprattutto degli stati emotivi dei pazienti. Le emozioni positive diminuiscono la percezione del dolore, mentre le emozioni negative fanno il contrario, tanto che a volte il dolore continua anche dopo che la causa iniziale del dolore era ormai scomparsa.


 

Sindrome da Fatica Cronica (CFS)


E' l'evoluzione in senso negativo della fibromialgia. Inoltre ne condivide l'assenza di un danno dimostrabile. Il problema con la CFS è il forte coinvolgimento del sistema immunitario, molto più ampio e devastante che nella fibro. Il background psico-sociale ed emozionale è lo stesso e l'approccio terapeutico idem. Ma chi è affetto da CFS è molto più recalcitrante a rinunciare all'ipotesi biologica della malattia. Sono talmente radicalizzati nei propri convincimenti che aprirci un dialogo è impossibile.Su questo aspetto sono con loro, gli hanno fatto credere che con la Terapia Cognitivo Comportamentale si risolve il problema, cosa falsa come lo è anche per la fibromialgia. Senza un direzionamento medico non si ottengono risultati. La cosa interessante è che il loro atteggiamento è identico in ogni nazione del mondo industrializzato. Inutile dire che è assente nei Paesi dove la vita comporta solo stress naturali e non "artificiali" (voglio il telefonino,il tablet,il pc,il SUV, gli abiti firmati,le scarpe firmate,due megatelevisori,la casa al mare ed in montagna,i viaggi nei luoghi esotici,etc etc).

Diagnosi fibromialgia



La diagnosi è cosa assai semplice in quanto si basa sui sintomi che il paziente dice di avere. Non essendoci alcun test (analisi-imaging etc) specifico, in teoria chiunque può essere considerato fibromialgico in base a quanto dichiara. Questo è il punto debole che fa propendere i medici per definirla una non-malattia . Quindi NON è vero che si tratta di una diagnosi per esclusione. E' buona cosa ovviamente accertarsi che non si tratti di una malattia che mima i sintomi della fibromialgia, ma soprattutto è bene verificare che non ci siano una o più malattie o disfunzioni associate alla fibro. Gli esami principali che consentono di capirlo sono: RMN cerebrale e della colonna, elettromiografia e potenziali evocati, EEG, enzimi apparato muscolare, esami tiroide, analisi reumatologiche basali, dosaggio degli elettroliti


Diagnosi differenziale per esclusione



 

Tipi di Fibromialgia



Sembra, a leggere alcuni medici, che esistano almeno 3 tipi di fibromialgia (o sindrome fibromialgica):
Primaria, Secondaria, Atipica.
Beh, si può pensare che non c'è limite alla fantasia. Di una condizione clinica di cui non si conoscono le cause scientifiche (ma è chiaro da cosa è causata, per un bravo clinico...) in compenso si possono "inventare" addirittura tipi e sottotipi.
E del fatto che sintomi fibromialgici siano presenti in circa il 40% dei malati psichiatrici (secondo stime pubblicate in letteratura) ? E' possibile che il 40% dei fibromialgici sia anche affetto in comorbidità da patologia psichiatrica ? Penso proprio di no.


 

Dialogo con un paziente. 1


buon giorno  dott, tu mi lanci degli imput e io rispondo, sono contenta che tu mi
dici che io non ho più la fibromialgia, anche se i sintomi vanno per quella
direzione. Io ho piena fiducia in te ma adesso ho bisogno di farti alcune
domande, per me, per tranquillizzarmi, perchè un anno fa, dopo la tua cura stavo
bene.....poi sono ricominciati i dolori, ai cambi del tempo dolori e cambio di umore
e somatizzazioni di varia natura, ogni giorno.
Devo mettermi l'anima in pace e continuare a vivere così pensando che con tutta la
mia sofferenza...passata...quella presente la dovrò sempre somatizzare? ci devo
convivere ? io vorrei invece uscire da questi meccanismi di somatizzazione, e ti
assicuro che ce la stò mettendo tutta, perchè sai nella vita non ho mai portato a
termine niente.se non farmi del male.

Ciao Susanna, la tua analisi in realtà è solo una cronaca, un bollettino del tempo quasi.
Ma questo è normale, se tu facessi a me le stesse domande su me stesso, risponderei come te, cioè farei anch’io una cronaca.
Capisci quindi come ognuno di noi è obbligato a difendersi. In tutti i sensi.
Se l’analisi viene fatta da un estraneo è sicuramente più veritiera, perchè l’estraneo ti vede per come agisci i tuoi pensieri ed i tuoi convincimenti nella quotidianità del mondo reale e non in quello delle idee.
Io per te mi esprimerei così: Susanna è una persona prigioniera del suo mondo delle idee che è basato su convincimenti, antichi di almeno 50 anni (riferiti alla tua età anagrafica).
Di conseguenza, come può Susanna suonare una musica diversa se fa sempre riferimento allo stesso spartito?
E’ come con la religione. Ogni fedele o adepto che sia, crede e si limita a credere alle stesse cose (dogmi etc).
Se non si convince a mettere in discussione il suo credo, è impossibile che lui cambi.
Metterà in opera, o in scena come dico io, sempre la stessa rappresentazione di se e della realtà.
Tu come la maggioranza delle persone, segui un copione, ma senza accorgerti che è un copione, che non cambia mai, perchè è quello di cui sei convinta.
Se non vengono messi in discussione i convincimenti, il paziente ciclicamente farà sempre le stesse cose. Magari mascherate da sintomi.
Vedi, per l’essere umano i sintomi sono più sopportabili dei dubbi.
Per questo è difficile cambiare e quindi guarire. Un forte abbraccio

 



L'autostima



L’autostima è la valutazione che ciascuno di noi fa di sé stesso. Anche se l’argomento, così riassunto, può apparire semplice, in realtà è molto complesso, innanzitutto perché non esiste un’autostima uguale per tutti e poi perché non esistono parametri applicabili a ciascuno di noi. Questo significa che se due persone conducono una vita apparentemente simile (hanno entrambe un coniuge, un figlio, un lavoro che le soddisfa), non significa che entrambe siano contente di sé allo stesso modo. La stessa cosa vale per i single: perché ci sono persone felici di non avere un partner e altre che vivono la situazione come una catastrofe? Tutto dipende dall’autostima.
È probabile che ciascuno di noi ami sé stesso in base a dei parametri appresi all’interno della famiglia di origine; se per i miei genitori, per esempio, la cosa più importante del mondo, è la bellezza, essere brutti sarà un disonore pazzesco e una condanna all’infelicità; se io sono l’unica persona “normale” in una famiglia di fotomodelle, è probabile che avrò di me un’idea catastrofica del tipo: “Sono brutta e quindi non valgo nulla”. Se, al contrario, sono la figlia più bella e quindi l’orgoglio di mamma e papà, è molto probabile che avrò di me un’opinione molto alta; la mia autostima sarà alle stelle e quindi sarò felice. Qual è il rischio che nasce dal riporre la propria autostima in un valore così effimero come la bellezza? Che la bellezza sfiorisce; quando arriverò a 30 o, peggio, 40 anni, mi sentirò una donna finita.
Al contrario, se i miei genitori mi hanno abituato che apprezzano altri valori oltre alla bellezza, come ad esempio l’intelligenza, allora è possibile che, coltivando quel valore, io possa avere una buona stima di me, perché sono colta ed intelligente, tutta la vita.
Certo, questo discorso, così esposto, è un po’ banalizzato ma serve per capire che la stima che noi abbiamo di noi stesse dipende moltissimo dai valori che le nostre famiglie di riferimento ci hanno “inculcato”. In America, per esempio, è importantissimo lo sport; al college chi eccelle nel football riceve addirittura una borsa di studio; è dunque probabile ritenere che il campione di football sia orgoglioso di sé stesso e quindi abbia un’alta autostima. Un po’ come i calciatori nostrani: a vent’anni sei il massimo, adorato e osannato dal mondo intero, ami te stesso ai limiti del narcisismo, salvo poi scoprire che, a trent’anni, sei vecchio. E che c’è già pronta una nuova selva di ragazzini pronti a mostrare la carrozzeria.
Per fortuna il cervello umano è dotato di una caratteristica eccezionale: quello che gli psicologi, ma non solo loro, chiamano “adattamento”. Ci sono moltissime forme di adattamento, gli esempi più noti arrivano dal mondo animale: più un essere vivente si adatta all’ambiente in cui vive, meglio è destinato a sopravvivere e quindi ad assicurare la continuità della specie. In psicologia adattamento significa, in poche parole, benessere psicologico. Per questo esistono molti tipi di autostime differenti che, messe tutte insieme, cercano di formare una personalità equilibrata al fine di non puntare tutto su un campo della vita per non rischiare di farsi crollare il mondo addosso quando qualcosa dovesse andare storto su quel versante. Prendiamo ad esempio una persona normale per chiarire meglio questo concetto; Gloria ha 32 anni, è madre, è moglie, è figlia a sua volta ed è una lavoratrice. Questo significa che Gloria presenta un’autostima di tipo “intimo” di un certo grado, che misura la sua soddisfazione di moglie, madre e figlia a sua volta, ovvero misura la sua soddisfazione a livello famigliare. Esiste poi una dimensione sociale con una sua relativa autostima: Gloria nel mondo del lavoro, nella relazione con i suoi colleghi, nelle situazioni tipiche che ci impone il ruolo di “lavoratore”. La soddisfazione lavorativa farà salire o scendere l’autostima sociale di Gloria. Questo meccanismo permette di controbilanciare la situazione emotiva di ciascuno di noi: se abbiamo una famiglia perfetta e un lavoro meraviglioso, la stima di noi stessi è certamente alta; purtroppo non è sempre così e quindi ci vuole qualche aggiustatina qua e là: sul lavoro mi trovo male ma adoro la mia famiglia, (autostima sociale bassa ma privata alta) posso essere comunque soddisfatta e felice; al contrario se mi trovo benissimo sul lavoro ma molto male in casa, posso trovare un equilibrio nella mia autostima e quindi imparare a volermi bene comunque.
Quello dell’autostima, o meglio, delle autostime, è, come abbiamo detto all’inizio, un discorso complesso. L’autostima, infatti, per farci felice non deve essere né troppo alta né troppo bassa. Se è bassa, lo possiamo intuire, allora vuol dire che non ci amiamo: che siamo degli zeri assoluti o quanto meno crediamo di esserlo; e come si fa ad amare uno zero assoluto? Semplicemente non si può. La bassa autostima, stando agli studi più recenti, è alla base di innumerevoli complicanze psicologiche che spesso esitano in vere e proprie patologie conclamate, come può essere, per esempio, la depressione. Insegnare al depresso ad amare sé stesso è il primo passo in gran parte degli approcci psicoterapeutici attualmente in circolazione; e cosa si fa insegnando al paziente ad amare sé stesso se non aumentare la sua autostima?
Il caso contrario, tuttavia, è egualmente pericoloso. I cosiddetti “gonfiati” sono quei soggetti che basano la stima di sé su voli pindarici attuati nella propria testa e non su cose reali. Si tratta di persone con cui averci a che fare è fastidioso quando non apertamente pesante; sono persone noiose, che credono di saperla sempre più lunga degli altri, che non sbagliano mai, che si sentono sempre in dovere di suggerirti come comportarti, che ti criticano perché non sei alla loro altezza. Sono soggetti allo stesso tempo appiccicosi e dipendenti: inconsciamente temono che qualcuno li metta davanti al fatto che siano solo dei palloni gonfiati.
Ci sono anche persone che basano la propria autostima tutta sul lavoro. In America è un fenomeno che sta prendendo piede e inizia a coinvolgere milioni di soggetti. Si configura come la piaga sociale dei prossimi anni. Si tratta di persone che si sentono perse senza telefono cellulare, computer portatile e connessione Internet. Queste sono le tre parole magiche, i loro supporti indispensabili. Basti pensare che la dipendenza da telefonino sta di gran lunga superando quella della sigaretta: ed è altrettanto pericolosa. Questi dipendenti dal lavoro quando sono in ufficio si sentono il Simba di turno, il re della foresta: sono brillanti, socievoli, simpatici, disponibili, sanno sempre come comportarsi e non si trovano mai in imbarazzo. Sono i classici personaggi che lavorano tutto il giorno e tutte le sere, comportamento che va a discapito dei rapporti familiari. Quante donne, con un marito così, si sentono sole, abbandonate, e magari si chiedono anche quale è il loro errore di donne, come mai il loro compagno si allontana sempre di più; auto-colpevolizzazioni che, oltre ad essere inutili, sono anche dannose, perché vanno ad aggiungere dolore al dolore. Chi mostra i sintomi della dipendenza da lavoro lo si riconosce facilmente: tanto in ufficio è brillante e simpatico, quanto insignificante e a disagio fuori. Se ci vai a cena insieme scoprirai che non parla d’altro che di lavoro, che è noioso e mono-tematico. E quando qualcosa gli va male sul posto di lavoro… Apriti cielo, l’autostima crolla e lui si sente perso.
Volersi bene è comunque fondamentale per vivere bene. L’autostima si traduce in amore per sé stessi e quindi riverbera effetti potentissimi sulla vita di tutti i giorni. Non c’è nulla di più bello che alzarsi la mattina dal letto, guardarsi allo specchio, ed essere soddisfatti di sé stessi.
Questo serve anche, e soprattutto, per raggiungere gli obiettivi che ciascuno di noi si pone. Avere alta autostima, infatti, significa credere nelle proprie capacità e quindi avere fiducia in sé stessi; avere fiducia in sé stessi significa spesso correre dei rischi e lanciarsi in situazioni in cui, se non credessi di potercela fare, non mi lancerei. Correndo seriamente il rischio di compromettere la propria vita. Sembra strano ma è proprio così: quante volte ci è capitato di dire “Non posso farcela” e quindi non provare neppure a fare una cosa? Purtroppo questo atteggiamento disfattista nei confronti della vita dipende dall’autostima. Se una donna non crede nelle proprie capacità non metterà mai al mondo un figlio, perché non si sentirà mai all’altezza di divenire madre, precludendosi così la gioia più grande e piena che esiste, quella della maternità. Se un’adolescente non si sente abbastanza sicura di sé e delle proprie capacità, raggiunto il diploma non si iscriverà all’Università, perché tanto, è convinta di non potercela fare; e non realizzerà mai il suo sogno di divenire medico, dentista o veterinario. Gli esempi sono infiniti: avere fiducia in sé stessi, ce lo insegna Bandura, è una profezia che si auto avvera; se credo di potercela fare è molto probabile che ce la farò. Se parto avvilito forse non arrivo a capo di nulla.
Questo non significa, però, che debba esagerare: avere fiducia in sé stessi va bene, credere di essere invincibili o invulnerabili è infantile oltre che molto pericoloso. In questo senso una studentessa non deve presentarsi all’esame universitario senza aver toccato libro, perché pensa di essere così intelligente che le basta stare attenta durante le lezioni; allo stesso modo non si deve guidare in modo spericolato perché, tanto, “al volante sono un asso”. Occorre sempre essere aderenti alla realtà e quindi non esagerare nelle cose che si fanno; sicuramente è una cosa molto difficile ma bisogna basare la propria autostima su dei fatti reali e non campati per aria.
Elisa Balconi

 

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"Se potessi vivere di nuovo la mia vita/ Nella prossima cercherei di commettere più errori/ Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più/ Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato/ di fatto prenderei ben poche cose sul serio/ Sarei meno igienico/ Correrei più rischi/ farei più viaggi/ contemplerei più tramonti/ salirei più montagne/ nuoterei in più fiumi/ Andrei in più luoghi dove mai sono stato/ mangerei più gelati e meno fave/ avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari/ Io fui uno di quelli che vissero ogni minuto/ della loro vita sensati e con profitto/ certo che mi sono preso qualche momento di allegria/ Ma se potessi tornare indietro, cercherei/ di avere soltanto momenti buoni/ Chè, se non lo sapete, di questo è fatta la vita/ di momenti: non perdere l'adesso/ Io ero uno di quelli che mai/ andavano da nessuna parte senza un termometro/ una borsa dell'acqua calda,un ombrello e un paracadute/se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero/ Se potessi tornare a vivere/ comincerei ad andare scalzo all'inizio della primavera/ e resterei scalzo fino alla fine dell'autunno/ Farei più giri in calesse/ guarderei più albe/ e giocherei con più bambini/ se mi trovassi di nuovo la vita davanti/ Ma vedete, ho 85 anni e so che sto morendo."
Jorge Luis Borges


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I tre ciechi e l'elefante, una parabola buddista che spiega molto bene il difetto della moderna medicina.



In quanto non ci sono più i medici di una volta*, oggi il paziente viene inviato agli specialisti, Che vedono i sintomi ognuno dal proprio punto di vista. Ma non il malato nella sua interezza. Pertanto non si arriva ad una diagnosi, ma a delle sub-diagnosi che sono vere ma al tempo stesso sono sbagliate se riferite all'intera persona. Abbiamo migliaia di esempi in merito. L'ultimo è quello di una signora tenuta in cura da quattro specialisti diversi (cardiologo,endocrinologo,neurologo e ginecologa).
Tutti i problemi fisici della signora hanno la stessa matrice: un difetto del metabolismo del calcio a seguito di un precedente intervento di by-pass gastrico per obesità.
Per qualche anno è stata bene,poi col sopraggiungere della menopausa ed il venir meno degli estrogeni, il "tappo" è saltato.
La ginecologa non gli ha proposto la terapia ormonale sostitutiva sebbene non ci fossero controindicazioni relative o assolute.
Così la signora ha realizzato in sequenza: epilessia, osteoporosi, ischemia coronarica e disturbi psichici (ideazione suicidaria).
Nessuno degli specialisti ha tenuto conto dell'insieme, e cioè che venuti meno gli effetti protettivi degli estrogeni il metabolismo del calcio e del fosforo (ad esso associato) è "saltato" dando luogo alle suddette malattie.
Ognuno di loro continua a curarla settorialmente potremmo dire, ma la signora non si stabilizza e continua a funzionare male nella vita quotidiana (con ben 5 farmaci dati dai diversi medici per tener sotto controllo i sintomi).

* il medico di base dovrebbe essere la figura professionale che ne ha preso il posto. Ma viene pagato due soldi (non badate solo allo stipendio, che non solo è relativamente basso, ma serve anche a pagare l'affitto dello studio,la segretaria,le utenze etc). Ora diteci come possa essere motivato ed in grado di seguire 1500 pazienti ( che sono troppi, ma necessari per avere uno stipendio netto di 2 mila euro) un solo medico. A noi sembra impossibile.

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Il dolore fisico ha anche un'attività pratica, in quanto serve ad allontanarci dal pericolo. Possiamo dire la stessa cosa del dolore morale? E se sì, in che senso?


Dunque il dolore fisico lo si è detto sempre, è un segnale, uno stimolo che preserva, che allerta. Tant'è vero che nella medicina classica il dolore era considerato un sintomo della malattia. Non era esso malattia. Oggi, con lo sviluppo della tecnica, noi siamo arrivati al punto che il dolore ha cessato di essere solo sintomo. E' diventato esso stesso malattia. Perché? Perché, mentre prima bisognava curare la malattia per togliere il dolore, oggi con malattie, anche gravi e incurabili, si può controllare il dolore senza con ciò estinguere la malattia. Allora da questo punto di vista il dolore oggi non è più solo un sintomo, un allarme, ma esso stesso un male. E quindi si possono evitare morti atroci, nel momento in cui la tecnica può trattare quello che un tempo era un sintomo, come un male. Il dolore morale esigerebbe una riflessione per suo conto, ma per stare alla sua domanda voglio risponderle in modo molto breve. Non bisogna separare il dolore morale, io preferirei chiamarlo il dolore mentale, dal dolore fisico, perché ogni dolore fisico mette a disagio la mente. E quindi esiste una somato-psicosi, cioè il disagio del corpo mette in crisi la mente, allo stesso modo in cui il disagio della mente o di rappresentazione mette in crisi il corpo. Quindi si tratta di definire il grado di questa circolarità. Ma ogni dolore fisico è anche mentale, ogni dolore mentale è anche fisico. Non possiamo mai scindere nell'uomo la rappresentazione di sè dalla sua condizione effettiva, corporea.

Salvatore Natoli

 


Perchè il dolore è il sintomo principale della fibromialgia




Per spiegarlo dobbiamo rifarci alla filosofia, perchè con la biologia non arriviamo a spiegarlo.Quindi prima la spiegazione epistemologica e poi quella bio-medica. La stragrande maggioranza delle persone è convinta di sapere cosa sia la scienza e pertanto cosa sia scientifico e non. Purtroppo questo convincimento è frutto di poca conoscenza di temi così complessi quali scienza, conoscenza e scientificità. A scuola non viene insegnata la differenza tra questi concetti e quindi ci convinciamo di sapere quando invece non sappiamo nulla. La gnoseologia - dal greco "gnòsis" ("conoscenza") e "lògos" ("discorso") - chiamata anche teoria della conoscenza, è quella branca della filosofia che si occupa dello studio della conoscenza. In particolare, così come si è consolidata nell'età moderna grazie alla speculazione filosofica di Kant, la gnoseologia si occupa dell'analisi dei fondamenti, dei limiti e della validità della conoscenza umana, intesa essenzialmente come relazione tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto. È bene precisare che nell'ambito della cultura anglosassone la teoria della conoscenza è chiamata anche e soprattutto epistemology, laddove in Italia con il termine epistemologia si designa essenzialmente quella branca della gnoseologia che si occupa della conoscenza scientifica o, in un senso ancora più specifico, la filosofia della scienza. In parole semplici: se affermiamo che una osservazione è scientificamente valida, dobbiamo prima definire cos'è scientifico da quello che non lo è. Sempre a scuola ci hanno insegnato che un evento è scientificamente dimostrato se a parità di condizioni il risultato è sempre uguale indipendentemente dai tempi e dai luoghi in cui il fenomeno viene replicato. Ed inoltre deve sempre essere osservabile sia l'evento che il risultato. Questa semplificazione che poi fa da guida da molti anni, non è vera. Semplicemente perchè si confonde osservazione con conoscenza, che sono due cose ben diverse. Ecco come viene aggirata la questione: distinguere quello che ci viene dai cinque sensi da ciò che deriva dal pensiero. Vi chiederete cosa c'entra tutto questo con la fibromialgia. Semplice: in quanto il dolore emotivo è un esperienza soggettiva non oggettivabile (quindi non misurabile e non verificabile empiricamente) allora chi afferma di esserne affetto non può essere creduto perchè appunto,non è ne osservabile ne misurabile, appartiene esclusivamente all'esperienza mentale dell'individuo che lo riferisce. Ora capite ancor meglio l'ostracismo della classe medica nei confronti dei fibromialgici. I medici che notoriamente si appoggiano al moderno concetto di scienza, non possono credere a qualcosa che non risponde al criterio di scientificità. Tutto questo farebbe si che in psichiatria ad esempio, sia vero tutto ed il suo contrario. Inaccetabile per un medico, quindi va sistematizzata la faccenda, e come? Con l'istituzione del DSM cioè del manuale diagnostico delle malattie mentali. E chi decide in merito? I soliti esperti, ovvero coloro che passano il tempo ad occuparsi di un ristretto ambito di cose, detti anche " specialisti" . Questo modo di ragionare e procedere è estremamente pericoloso. Perchè l'esperto è colui che ha condotto più osservazioni (cioè ha visitato più fibromialgici) ed ha scritto più pubblicazioni sulla fibromialgia. Nessuno si preoccupa di verificare la correttezza delle osservazioni e la validità di quanto affermato in tali pubblicazioni. Alla fine sarà riconosciuto quale "esperto" colui che più tempo ha dedicato allo studio del problema senza andare troppo per il sottile, non badando al fatto che costui ha imboccato dall'inizio una strada sbagliata. Nessuno controlla la coerenza scientifica da cui parte il ricercatore in questione. In pratica si arriva a pensare che è giusto quello che vedo e sento più spesso, nei congressi o attraverso i mass media. Tutte cose gestite dall'industria farmaceutica che finanzia e controlla televisioni e giornali. Così funziona l'informazione e la conoscenza scientifica medica. Non come avviene per la fisica,la matematica o altre discipline, ma manipolando i mezzi d'informazione. Un esempio eclatante è quanto avviene con la prescrizione degli antidepressivi. Nonostante funzionino meno del placebo, vengono usati come arma preferita contro la depressione. Addirittura molti studi hanno stabilito che persino i farmaci omeopatici sono più efficaci del placebo. Ma l'industria dell' omeopatia è un nano rispetto al gigante farmaceutico per cui non è scientificamente accettabile. Un girotondo senza fine votato esclusivamente al profitto, non ai risultati.........

LA TERAPIA RAZIONALE EMOTIVA dai principi di Albert Ellis


Le 12 idee irrazionali (convincimenti) che ci avvelenano la vita:

1: un adulto ha l'imperiosa necessità di essere amato e approvato da quasi tutti in quasi tutto ciò che fa. 2: bisogna essere totalmente esperti, adatti ed efficienti sotto ogni aspetto possibile. 3: certe persone sono cattive, malvagie. Vili o inferiori e devono essere severamente castigate o accusate per i loro difetti, peccati o cattive azioni. 4: è terribile, orrendo e catastrofico che le cose non marcino nel modo che uno vorrebbe che marciassero. 5: la disgrazia umana ha cause esterne e l'individuo non è in grado di controllare le sue angosce o di liberarsi dei sentimenti negativi. 6: se qualcosa è o può essere pericoloso o temibile, l'individuo deve preoccuparsene moltissimo e deve sentirsi sconvolto. 7: è più facile sfuggire a molte difficoltà e responsabilità della vita che mettere in pratica forme di autodisciplina più soddisfacenti. 8: il passato è di assoluta importanza; se una volta qualcosa ha danneggiato la vita di qualcuno, continuerà a farlo indefinitamente. 9: la gente e le cose dovrebbero essere diversi da come sono ed è catastrofico non trovare immediatamente soluzioni perfette per le sgradevoli realtà della vita. 10: il massimo della felicità umana si può ottenere attraverso l'inerzia e l'inazione o "auto-compiacendosi di se stessi" passivamente e senza impegnarsi. 11: ci si deve infastidire moltissimo per i problemi e i turbamenti degli altri. 12: si deve avere qualcuno più forte di noi in cui confidare e da cui dipende.



Ellis nel 1977 evidenziò quattro forme di pensiero irrazionale logico e autodistruttivo, che prevalgono nella maggior parte delle emozioni alterate, descrivendole così: · Certi tipi di esigenze naturali infantili che il terapeuta può sospettare nel suo paziente a seguito di verbalizzazioni come "Deve", "Dovrebbe", ecc… Il terapeuta nell'interrogare il suo paziente sul perché della sua esigenza, identificherà l'esigenza come chiaramente puerile, nel senso che non deriva da nessuna legge naturale, bensì dal puro desiderio o gusto personale. · L'Ideazione Catastrofica, ossia il fatto di considerare che, quando le cose non sono come si crede che "dovrebbero" essere, allora la situazione è "orribile, terribile, orrenda e catastrofica". · L'Idea dell'Incapacità Personale di gestire una situazione che secondo le persone è "orribile" perché non "dovrebbe" essere così. L'Idea dell'Incapacità Personale la possiamo dedurre a partire da verbalizzazioni del tipo: "non lo sopporto, non lo tollero, non lo sopporto, ecc…" · Certi tipi di accuse, dirette sia ad altre persone che al mondo, alla sorte, al destino, alle cose o a se stessi, si possono identificare a partire da parole o frasi come "stupido, cretino, incapace, incompetente, nullità, ecc…"


 



Il controllo della mente. Scienza ed etica della neuromodulazione cerebrale.
da Neuroscienze.net

Le tecniche di stimolazione cerebrale profonda (Deep Brain Simulation) hanno sostituito, in ambito neurochirurgico, i metodi di ablazione precedentemente utilizzati nel trattamento dei disturbi del movimento. Accanto alle iniziali applicazioni (morbo di Parkinson, sindrome di Tourette) si sono aggiunte ora nuove indicazioni: epilessia, cefalea a grappolo, disturbi psichici (sindrome ossessivo-compulsiva, psicosi farmaco-resistenti, gravi depressioni) e disturbi della condotta alimentare (obesità, anoressia). Questo impone nuove riflessioni: stabilire se e come procedere sul piano scientifico (trials clinici), definire norme di tutela per i pazienti e metodologia di condotta degli operatori, puntualizzare i problemi giuridici ed etici sulla liceità di questi interventi che portano a un controllo che attraverso la 'manipolazione' del cervello è in grado di influenzare anche la mente. Il volume indaga, in chiave interdisciplinare, gli aspetti scientifici ed etici della neuromodulazione cerebrale profonda. NOTA: nel libro si parla delle tecniche che anche il sottoscritto utilizza da anni per curare le patologie elencate. In effetti non è semplice affrontare la questione etica: sino a che punto interferiamo legittimamente con la libertà e l'originalità dell'individuo che trattiamo? Non ho una risposta, mi guida il principio di alleviare le sofferenze dei pazienti. Col tempo si vedrà e si deciderà per il meglio. Giancarlo Barbini





NON CERCATE IL VOSTRO IO NELLA MENTE E di ECKART TOLLE

Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini  
D: Ho l’impressione che ho ancora molto da imparare sugli ingranaggi della mente prima di potermi avvicinare alla coscienza totale o al risveglio spirituale. Eckart Tolle: In realtà, no. I problemi della mente non si possono risolvere sul piano mentale. Quando avete visto la base di questo disfunzionamento, non c’è veramente molto altro che avete bisogno di imparare o capire. Lo studio della complessità della mente farà forse di voi un buon psicologico, ma questo non vi condurrà sicuramente al di là della mente. Così come lo studio della follia non è sufficiente a instaurare la salute mentale. Avete già compreso il meccanismo di base dello stato d’incoscienza, cioè l’identificazione con la mente, che crea un falso me, l’ego, e lo sostituisce al nostro vero io, che irradia dall’Essere. E come Gesù ha detto, voi diventate “un ramo tagliato dalla vigna”. I bisogni dell’ego sono infiniti. Come questo si sente vulnerabile e minacciato, vive in uno stato di paura e di bisogno. Dal momento in cui ne conoscete la disfunzione fondamentale, non avete bisogno di esplorarne gli innumerevoli aspetti. Nessun bisogno di farne una problematica complessa. E’ inutile dire che l’ego adora questo. Cerca costantemente di aggrapparsi a qualcosa per mantenere e rafforzare il suo senso illusorio di sé. Si aggrapperà dunque facilmente e volentieri ai vostri problemi. Ecco perché in molte persone il senso di un me è in gran parte intimamente legato ai loro problemi. Una volta stabilito il senso del me, l’ultima cosa che vogliono è sbarazzarsi dei problemi. Perché perderli è perdere il loro me. L’ego può inconsciamente investire molto nel dolore e nella sofferenza. Così, una volta che avete riconosciuto che il fondamento dell’incoscienza si basa sullaidentificazione con la mente, che include anche le emozioni, voi ne uscite. Diventati presenti. E quando siete presenti, potete permettere alla mente d’essere come è, senza lasciarvi prendere dai suoi ingranaggi. La mente non è disfunzionale in sé, è uno strumento meraviglioso. Il disfunzionamentosi installa quando  cercate il vostro me e lo prendete per voi. Diventa allora l’ego e prende totalmente il controllo della vostra vita. “L’Essere è il vostro me più profondo” D: Avete sottolineato quanto è importante essere profondamente radicato o di abitare il proprio corpo. Potete chiarire? Eckart Tolle: Il corpo può diventare un punto di accesso alla sfera dell’ Essere. Parliamone più in dettaglio. D: Non sono del tutto certo di comprendere cosa intendete con l’Essere. Eckart Tolle: “Dell’acqua? Cosa intendete con quello? Non capisco” Ecco cosa direbbe un pesce se avesse la mente umana. Per favore, smettete di voler capire l’Essere. Avete già avuto delle percezioni significative di ciò che è, ma la mente proverà sempre a farlo entrare a forza in una scatola e di etichettarlo. E’ impossibile. Non può diventare oggetto di conoscenza. In realtà l’Essere, soggetto e oggetto sono tutt’uno. Si può sentire l’Essere come l’eterno “Io sono”, che è al di là del nome e della forma; sentire, dunque sapere che voi siete. Mantenersi in questo stato di radicamento profondo è l’illuminazione, è la verità, con la quale, secondo Gesù, sarete liberi. D: Liberi da cosa? Eckart Tolle: Dall’illusione che non siete niente di più del vostro corpo fisico e della vostra mente. Questa “illusione del me” come la chiama Buddha, costituisce l’errore fondamentale; liberati dalla paura sotto i suoi innumerevoli travestimenti, che non è, alla fine, che l’inevitabile conseguenza di questa illusone e della vostra costante tortura fintanto che il vostro senso d’identità proviene unicamente da questa forma effimera e vulnerabile. E liberiati, anche, dal peccato, che è la sofferenza che infliggete a voi stessi e agli altri, da così tanto tempo, che questo sentire illusorio d’identità governa ciò che voi pensate, dite e fate.





La  prima Conferenza Nazionale sulla Codipendenza 

si tenne negli U.S.A. nel lontano 1989 e da allora il termine "co-dipendenza" ha assunto molteplici significati. Gli addetti ai lavori di questo primo incontro di specialisti sul tema, la definirono come "un insieme di comportamenti tipici, caratteristici di partner/familiari di soggetti affetti da dipendenze, da altri disturbi psichiatrici, disturbi compulsivi o di personalità" o ancora "un modello di dolorosa dipendenza da comportamenti compulsivi e dall'approvazione altrui allo scopo di trovare sicurezza, autostima ed identità". A chi si lega essenzialmente il co-dipendente? Le problematiche a cui questo termine viene più spesso abbinato sono innanzitutto il disturbo borderline di personalità e gli altri disturbi analoghi, la tossicodipendenza, l'alcolismo, la dipendenza da sesso o da gioco d'azzardo e in generale a tutti i disagi psicologici che spingono i familiari, il partner, un amico, un figlio, ad annullare se stessi per dedicarsi completamente all'altro. In alcuni casi, il disturbo del partner non è stato necessariamente diagnosticato e non risulta evidente a tutti, fattore che peggiora la condizione del co-dipendente, poichè vive un disagio non compreso dagli altri e talvolta nemmeno da se stessi.  Cosa accade nella vita di un co-dipendente? La persona perde in qualche modo la propria identità e si centra completamente sull'altro, polarizzandovi i propri pensieri, le proprie risorse economiche, il proprio tempo, la propria vita sociale e investendo una quantità di energia tale da annullare qualsiasi spazio per se stessi. Ovviamente la persistenza di questo stato provoca col tempo un alternarsi di sentimenti ambivalenti verso il "carnefice" che vanno dalla rabbia per la mancata gratitudine, al senso di colpa che segue immediatamente questo rabbia, in un circolo vizioso molto difficile da estinguere. Questa condizione di schiavitù emotiva può raggiungere stati patologici, con il manifestarsi di sintomi ansiosi, depressivi, somatizzazioni, alterazioni dell'alimentazione e del sonno. Nei casi più gravi, possono verificarsi anche idee suicidarie e ideazioni paranoidi che possono spingere a gesti inconsulti.Tutti possono diventare co-dipendenti? In linea generale potrei rispondere di sì, anche se alcune strutture di personalità sono più predisposte ad incorrere in questo tipo di simbiosi. Alcune persone sembrano avere una naturale tendenza ad impegnarsi sempre in relazioni in cui vengono prevaricate e vessate, definendosi poi sfortunate. In realtà, anche se in modo inconsapevole, queste persone possono scegliere senza rendersene conto partner problematici. Questo può accadere perchè hanno avuto modelli di relazione (vedi mamma e papà) di questo genere, o perchè possono sentirsi bene con se stessi solo annullandosi in un altro, anche per evitare di fare i conti con le proprie personali difficoltà.   Cosa fare? Uscire da una relazione di co-dipendenza è un'impresa molto complicata. Il primo passo da fare è sicuramente quello di riconoscere la proprio condizione di schiavitù emotiva. Anche se ci fa i conti, non è sicuramente facile per un co-dipendente ipotizzare di lasciare il partner, anzi talvolta non è nemmeno auspicabile, perchè se non si affronta il problema, non si farà che ricadere in situazioni analoghe. Il suggerimento è una psicoterapia di coppia, che aiuta sè, il partner e la relazione.




CONSIGLI per ASCOLTARE meglio gli ALTRI


Ogni relazione di successo si basa su buone capacità d'ascolto da parte di entrambi i soggetti: chi di noi non ammira qualcuno perchè è in grado di raccogliere i nostri sfoghi e le nostre riflessioni? Ascoltare è la parte più difficile: ecco qualche consiglio per migliorare questa capacità e per ottenere dialoghi più soddisfacenti. 1. Sii attento. Ascoltare non è solo attendere il tuo turno per parlare. Potrebbe sembrarti ovvio, ma non è così: si tratta di essere coinvolti attivamente nel processo e assorbire le informazioni che ricevi. Conserva il contatto visivo, osserva la persona che ti sta di fronte: scambia segni vitali, annuisci, sorridi. Appari VIVO a chi ti parla. 2: Non interrompere. Molte persone credono che interrompere l'interlocutore per aggiungere nuovi elementi al discorso sia un segno di interesse. "Mi ricordo, quando ero a scuola...." dice il Soggetto A. "In quale Scuola eri?" risponde il Soggetto B. Errore. Conserva domande e commenti e falle solo quando il tuo interlocutore ha finito. O sta prendendo una pausa nel discorso. 3. Sii aggraziato con un logorroico: (eccezione alla regola 2) Se chi hai di fronte parla talmente tanto e divaga al punto di farti perdere il filo del discorso, puoi interromperlo. E' lecito, legittimo. E' indispensabile! Digli "Aspetta. Non ho capito bene." oppure "correggimi se sbaglio: mi sembra di aver capito che...". In altre parole, ogni interruzione all'interno del discorso deve essere fatta al solo scopo di chiarire la storia. E solo se chi hai di fronte sta facendo troppi voli pindarici. 4. Rifletti ciò che ascolti. Non difenderti. Non attaccare. Molta gente, se si sente in qualche modo attaccata, magari ascoltando discorsi generali che pensa riguardino un tratto della loro personalità, iniziano a difendersi ("che vuoi dire con 'le donne sono irrazionali? Io sono una ragazza razionale!!") o addirittura ad attaccare ("le donne saranno anche irrazionali, ma voi uomini siete delle bestie!"). A meno che tu non voglia litigare, in questi casi limitati a riflettere l'affermazione: "Stai dicendo che le donne sono eccessivamente irrazionali perchè...?". Questo lascerà fluire la conversazione su binari tranquilli, e nel contempo aiuterà l'interlocutore a chiarire il suo pensiero. 5: Se non c'è niente da ascoltare?. Se dal tuo interlocutore arrivano solo pochi monosillabi e il silenzio sta prendendo il possesso della conversazione, un buon ascoltatore ravviva le (poche) informazioni ricevute. "E così collezioni vecchi giornali di guerra..quale periodo preferisci?". Anche la persona più timida riesce a trovare uno spunto quando si rende conto che si può parlare di un argomento che la appassiona con entusiasmo. A volte lo stesso interlocutore ha paura di annoiarci, e fatalmente realizza ciò che non vorrebbe. Suggerimento: dedica un giorno a settimana per ciascun consiglio, e verifica che le tue conversazioni diventino più soddisfacenti. Diventando un ascoltatore migliore, conoscerai molte cose in più su chi ti circonda, e forse conoscerai di più anche su te stesso.
(tratto da PsicoCafè)


Come è noto l’informazione sensoriale segue una strada dal basso verso l'alto (feedforward): imput visivo---> retina ---> nucleo genicolato laterale ---> corteccia visiva primaria.
Ma esiste anche un flusso di informazione che procede nel senso opposto, cioè dalle regioni superiori a quelle inferiori (feedback). 
Ciò che "si vede" quindi non è semplicemente ciò che si riesce a catturare del mondo esterno, molto dipenderà dalla maniera con cui le strutture superiori saranno "predisposte" a interpretare l’informazione grezza in entrata e a "restituirla" in un output percettivo.
E' possibile che il processo dall'alto al basso sia talvolta così pregnante da modificare completamente la percezione di ciò che viene visto, sentito, toccato etc. L’ipnosi può essere considerata uno di questi processi top-down.
Il dottor Amir Raz, professore di neuroscienze cliniche, ha utilizzato un famosissimo test chiamato Stroop test. Osservate la figura:Stroop2_3 
Adesso provate a dire il più velocemente possibile il colore dei caratteri che compongono le parole. Forse riuscite a notare che fate una certa fatica: le persone che sanno leggere sono fortemente influenzate dal significato semantico della parola e per indicare il colore impiegano più tempo di quanto farebbero se al posto di una parola ci fosse un segno grafico qualunque o un testo incomprensibile.
Questo effetto di interferenza è l’effetto Stroop, scoperto negli anni '30.

Il professor Raz ha selezionato un gruppo di sedici soggetti, metà altamente ipnotizzabili, metà resistenti all’ipnosi e li ha ipnotizzati. Durante l'ipnosi li ha istruiti su come si sarebbe svolto lo stroop test, sul compito che dovevano eseguire ed ha aggiunto qualcosa del tipo:"Ogni volta che ascolterai la mia voce realizzerai che simboli senza significato stanno apparendo sullo schermo. Avvertirai quei caratteri in una lingua straniera che non conosci e non tenterai di attribuire loro alcun significato".
Dopo due giorni i soggetti sono stati sottoposti al test e a una contemporanea scansione cerebrale.
Come ipotizzato, nelle persone fortemente suggestionabili l’effetto Stroop veniva inibito: i soggetti "vedevano" parole inglesi, ma le interpretavano come se fossero parole sconosciute e nominavano il colore istantaneamente.
Per quelli resistenti all’ipnosi l’effetto Stroop prevaleva, rendendoli significativamente più lenti a nominare il colore.
Comparando le scansioni cerebrali è stato possibile accertare che nei soggetti facilmente ipnotizzabili l’area del cervello che di solito decodifica le parole scritte non era attiva. Il processo top-down dell'ipnosi aveva prevalso sui circuiti deputati alla lettura. Questo meccanismo di prevalenza del suggerimento ipnotico sul controllo cognitivo per il tramite della modulazione di specifiche aree cerebrali fornisce una chiave di lettura interessante per spiegare fenomeni come la suggestione e il placebo.
(tratto da PsicoCafè)


Le MICROESPRESSIONI del VISO

Lo facciamo automaticamente. Non appena osserviamo un’altra persona tentiamo di leggere nel suo volto i segni della gioia, della sorpresa, dell’ansia, della rabbia.
Qualche volta siamo nel giusto, qualche volta ci sbagliamo clamorosamente e gli errori possono creare qualche situazione personale sgradevole.
Paul Ekman è quasi sempre nel giusto. Professore emerito di psicologia all’Università della California di San Francisco ha studiato per 40 anni le espressioni umane. Ha catalogato più di 10.000 possibili combinazioni di movimenti muscolari facciali e ha scoperto come individuare i rapidi cambiamenti involontari, chiamati microespressioni, che sfuggono anche al volto del migliore dei bugiardi. 
Una delle scoperte più importanti di Ekman fu l’universalità delle espressioni facciali. Si recò per la prima volta in Brasile tornando con un mucchio di foto che ritraevano tristezza, rabbia, felicità o disgusto verificando che soggetti nord americani non avevano alcuna difficoltà a riconoscerle. Allora si recò in Cile, Argentina e Giappone ottenendo gli stessi risultati. Ovunque andasse le persone del posto sembravano comprendere e usare le stesse espressioni facciali dei nordamericani. 
Pensando che la cosa riguardasse gli abitanti di società moderne Ekman visitò nel 1967 delle isolate tribù che vivevano nelle giungle della Nuova Guinea. Anche lì appurò che le emozioni di base come gioia, tristezza, rabbia, paura, sorpresa e disgusto erano associate a espressioni facciali universali. Il linguaggio del volto aveva origini biologiche e la cultura non esercitava significativa influenza su di esso. 
Questa scoperta fece nascere altre domande. Di quante differenti espressioni facciali gli esseri umani sono capaci? Cosa significa precisamente una particolare emozione? E’ possibile imparare a leggere le emozioni? Ekman decise di creare una specie di dizionario delle espressioni facciali assieme al suo collega e psicologo Wallace Friesen.
L’impresa portò via sei anni e si concluse con il Facial Action Coding System (FACS), pubblicato nel 1978.
Il sistema rende possibile descrivere e classificare qualsiasi espressione facciale sulla base di una combinazione di 43 unità di movimenti facciali. I 43 elementi determinano più di 10.000 possibili combinazioni. Ekman e Frieser catalogarono ogni combinazione attraverso un FACS number, i nomi latini per i muscoli coinvolti  e l’emozione associata.
Un interessante aspetto di questo inventario è che molte combinazioni di muscoli non significano assolutamente nulla. 
Ekman scoprì un altro interessante fenomeno dopo una lunga giornata trascorsa nel suo laboratorio tentando di riprodurre uno sguardo convincente di tristezza: quella sera egli realizzò che si sentiva depresso. Capì che se trascorreva del tempo a simulare un' espressione che conteneva un sorriso, il suo umore migliorava. Fu come un' epifania, ricorda. Questo contraddiceva la vecchia nozione che i sentimenti si originano nella psiche e  poi il corpo li comunica semplicemente all’esterno. 
Ekman and Friesen furono capaci di dimostrare che l’attivazione coordinata di certi muscoli facciali non solo influenzava la pressione del sangue e il battito cardiaco, ma poteva scatenare l’emozione corrispondente. Sembrò chiaro che esisteva un meccanismo retroattivo che partiva dai muscoli della faccia e giungeva ai centri emotivi del cervello. Queste scoperte catturarono l’attenzione degli psicologi e dal 1980 il FACS cominciò ad essere applicato diffusamente. I clinici in particolare volevano sapere come accorgersi se i loro pazienti stavano dicendo la verità.
Ekman provò a svelarlo avvalendosi di un vecchio videotape: mostrava una paziente psichiatrica di nome Mary, che era stata ricoverata per un severo attacco di depressione, mentre implorava il suo medico curante di consentirle di passare il weekend a casa.
Il dottore approvò la richiesta, ma sfortunatamente prima di lasciarlo Mary ammise che stava pianificando di uccidersi. 
Ekman aveva già studiato il filmato e disse ai presenti che se le espressioni facciali profonde svelano i sentimenti veri di una persona, essi avrebbero dovuto essere capaci di leggere le intenzioni di Mary.
La maggiorparte dei presenti non vide segni rivelatori all’inizio, così Ekman li indicò. Aveva visionato il video molte volte, spesso al rallentatore così da non perdere alcun dettaglio, e improvvisamente lo aveva visto.
Per un brevissimo momento uno sguardo di assoluta disperazione era apparso sulla faccia di Mary. Queste microespressioni, che spesso non durano più di mezzo secondo, erano la chiave.
Quando scoprì le microespressioni Ekman insegnava alla UCSF e trascorse diversi anni a mettere insieme un programma di autoapprendimento che rendesse le persone capaci di decodificare le facce secondo il FACS system.
Prestando molta attenzione alle microespressioni le persone potevano imparare a leggere segnali che prima sarebbero stati percepibili soltanto al rallentatore.
E qui Ekman scoprì un altro interessante fenomeno: la maggiorparte della gente, inclusi studenti di legge, poliziotti, giudici, avevano difficoltà a riconoscere i bugiardi,  ma un piccolo numero di persone era capace di interpretare correttamente e intuitivamente le microespressioni. Alcuni di noi sono praticamente nati con una macchina della verità tascabile. La verità fa malePiù un individuo crede alle sue menzogne, più spesso le racconta con successo, e più difficile sarà per gli altri individuarle. Le menzogne dette per la prima volta e quelle che hanno una componente emotiva sono le più facili da svelare. Per questo Ekman raccomanda a chi fa interrogatori di porgere le proprie domande rapidamente e con un elemento di sorpresa. Per esempio invece di chiedere “eri tu nel parcheggio del Wal Mart ieri sera alle sei?” è meglio chiedere “dove compri solitamente gli accessori per la casa?”
Eppure sebbene sia possibile imparare a riconoscere le microespressioni spesso le persone non possono o non vogliono farlo.
Sono fuorviate da altre espressioni più rilevanti come un cambiamento di postura, un discorso o un gesto della mano, tutte passibili di artificio,  e poi spesso vogliono semplicemente credere a quello che gli viene detto. Chi vorrebbe scoprire che la propria moglie lo ha tradito con il suo migliore amico? Lo vorrebbe, ma sarebbe terribile da scoprire e allora tante micro e macro espressioni non verranno percepite perché non le si vorrà vedere...
In una prospettiva evolutiva non sarebbe stato un vantaggio per gli umani essere perfetti rivelatori di menzogne. Tutti i confronti sociali sarebbero divenuti difficili e i parlatori a ruota libera sarebbero stati espulsi dal gruppo. 

Fonte: A Look Tells All su Scientifican American Mind





MANIPOLAZIONE MENTALE (PLAGIO)


E' ormai noto che i manipolatori mentali si servono di tecniche psicologiche subdole e sofisticate, spesso abbinate alla somministrazione di sostanze chimiche (come allucinogeni, droghe, psicofarmaci "depersonalizzanti", eccetera), come dimostrano gli studi compiuti da Margareth Singer, G. De Gennaro, M. Gullotta, Jania Lalich e gli scritti di Randall Watters, G. Flick, Ted Patrick. 

Ma è sbagliato pensare che il plagio avviene solo nelle sette organizzate. Può verificarsi anche in un piccolo gruppo deviato, nella coppia, o addirittura in famiglia. Secondo lo psicologo Steven Hassan, il controllo mentale può essere compreso analizzando le tre componenti descritte dallo psicologo Leon Festinger. Si tratta del controllo del comportamento, controllo dei pensieri e controllo delle emozioni. Ogni componente influenza profondamente le altre: modificandone una anche le altre tenderanno a cambiare. Se si riesce a cambiarle tutte e tre, l'individuo sarà spazzato via (tratto dal libro Releasing the Bonds). Controllo del comportamento 
Il controllo del comportamento è ciò che regola la realtà fisica di un individuo. Include il controllo del contesto in cui si trova, vale a dire dove abita, quali vestiti indossa, che cibo mangia, quanto dorme, come pure il suo lavoro, le abitudini e le altre attività.
In alcuni dei gruppi più restrittivi i membri devono chiedere il permesso per qualsiasi cosa. A volte l'individuo viene reso dipendente dal punto di vista finanziario cosicché la sua facoltà di scelta comportamentale si restringe. Un adepto deve chiedere i soldi per il biglietto dell'autobus o per comprarsi i vestiti, o il permesso per recarsi dal medico. Il seguace deve essere autorizzato a telefonare a un amico o a un parente fuori dal gruppo e deve rendere conto di ogni ora della sua giornata. In questo modo il gruppo può tenere saldamente le redini del suo comportamento e controllarne anche pensieri ed emozioni. Il comportamento individuale è spesso assoggettato alla richiesta di eseguire in gruppo ciascuna azione. In molte sette le persone mangiano assieme, lavorano assieme, partecipano a riunioni di gruppo e talvolta dormono nella stessa casa. L'individualismo è disincentivato. Ognuno vede assegnarsi degli "amici" fissi. La struttura del comando è autoritaria: il processo decisionale parte dal capo e, passando per i luogotenenti, arriva ai diretti inferiori fino ai ranghi più bassi. In un ambiente così strutturato, tutti i comportamenti possono essere premiati o puniti. Controllo del pensiero 
Il controllo del pensiero, la seconda importante componente del controllo mentale, prevede l'indottrinamento dei membri in maniera così pervasiva da far loro interiorizzare la dottrina del gruppo. Per diventare un buon seguace una persona deve prima imparare a manipolare i propri processi mentali. Tutto ciò che è buono si incarna nel leader e nel suo gruppo. Tutto ciò che è cattivo è nel mondo esterno. I gruppi più totalitari dichiarano che la loro dottrina è stata scientificamente dimostrata. La dottrina sostiene di poter esaudire tutte le domande, di rispondere a tutti i problemi e a tutte le situazioni. Un altro aspetto chiave del controllo del pensiero prevede l'addestramento specifico dei soggetti a bloccare e respingere qualsivoglia informazione critica nei confronti del gruppo.
I basilari meccanismi di difesa di una persona vengono confusi a tal punto da farla arrivare a difendere l'identità acquisita nel culto a scapito dell'identità originaria, che soccomberà nello scontro. Se un'informazione trasmessa al membro di un culto viene percepita come attacco al capo, alla dottrina o al gruppo stesso, per tutta risposta viene immediatamente eretto un muro di ostilità. Controllo delle emozioni 
Il controllo delle emozioni, la terza componente del controllo mentale, mira a manipolare e limitare la sfera dei sentimenti. Sensi di colpa e paura sono gli strumenti impiegati per tenere le persone sotto controllo. Il senso di colpa è forse l'unica e più importante leva emozionale capace di indurre conformismo e accondiscendenza. La maggior parte degli affiliati non è affatto consapevole che i sensi di colpa e le paure vengono usati al fine di controllarli: sono stati condizionati a colpevolizzare sempre e soltanto se stessi, quindi rispondono con gratitudine ogni qual volta si fa loro notare una "mancanza". La paura mira a tenere unito il gruppo: un modo è la creazione di un nemico esterno che ti perseguita. Molti gruppi esercitano un controllo completo sulle relazioni interpersonali. I capi dicono ai membri chi devono frequentare e chi evitare. Alcuni leader di setta arrivano a indicare ai propri affiliati chi possono sposare e chi no. La confessione di peccati commessi nel passato o di comportamenti errati è anch'esso un potente mezzo per il controllo delle emozioni. Ma la tecnica più potente per il controllo emozionale è l'induzione di fobie. Si tratta, in sostanza, di indurre una reazione di paura alla sola idea di abbandonare il gruppo. È impossibile per un seguace ben indottrinato sentirsi al sicuro fuori dal gruppo. Se un gruppo riesce ad avere pieno controllo sulle emozioni di una persona, riuscirà a controllarne anche pensieri e azioni. Controllo dell'informazione 
Il controllo dell'informazione è l'ultima componente del controllo mentale. L'informazione è il carburante che usiamo per il buon funzionamento della nostra mente. Se a una persona viene negata l'informazione necessaria a formulare giudizi fondati, non sarà più in grado di formarsi opinioni proprie.
Le persone rimangono intrappolate nelle sette non solo perché viene loro negato l'accesso a informazioni di carattere critico, ma anche perché vengono a mancare quegli appropriati meccanismi interni che servono a elaborarle. Tale controllo dell'informazione ha un impatto drammatico e devastante. In molte sette le persone hanno un accesso limitato ai mezzi d'informazione (giornali, riviste, televisione o radio) che non siano di pertinenza del gruppo. Ciò si ottiene anche impegnando i membri al punto da non avere tempo da dedicare ad altro. Il controllo dell'informazione avviene a tutti i livelli relazionali. Non sono permesse conversazioni critiche nei confronti dei capi e dell'organizzazione. I seguaci devono spiarsi a vicenda e riportare immediatamente ai leader attività improprie e critiche. Ai nuovi adepti non è consentito comunicare tra loro, se non alla presenza di un membro anziano. E, cosa più importante, viene proibito loro di avere contatti con chi è critico nei confronti della setta. Comportamento e pensiero, emozioni e informazioni, ogni forma di controllo ha grande potere sulla mente umana. Insieme formano una rete totalizzante che può manipolare anche le persone più forti. Di fatto, sono proprio gli individui più forti a trasformarsi in membri più devoti e coinvolti. Nessun gruppo mette in atto tutte queste tecniche insieme, ma senz'altro sono le pratiche più diffuse nell'ambito di ciascuna componente del controllo mentale, poiché esistono anche altri metodi in uso in certe sette. La riforma del pensiero secondo Singer 
Negli Anni '50, la psicologa del Walter Reed Army Hospital, Margaret Singer, ha studiato gli effetti del controllo mentale settario.

Singer ha riassunto cinquant'anni del suo lavoro nel libro Cults in Our Midst, in cui spiega le sei condizioni per ottenere la riforma del pensiero:

1. acquisire il controllo sul tempo personale individuale, in particolare quello dedicato alla riflessione e all'ambiente fisico;

2. Creare senso di impotenza, paura e dipendenza, fornendo contemporaneamente modelli del comportamento che la leadership vuole produrre;

3. premi, punizioni ed esperienze al fine di sopprimere precedenti comportamenti e atteggiamenti sociali, compreso l'utilizzo di stati alterati di coscienza;

4. manipolazione di premi, punizioni ed esperienze per provocare comportamenti e atteggiamenti voluti dalla leadership.

5. creazione di un sistema controllato, in cui chi dissente viene fatto sentire come se i suoi interrogativi indicassero che esiste qualcosa di intrinsecamente sbagliato in lui.

6. mantenere i membri inconsapevoli e non informati sul fatto che esiste un piano per controllarli e modificarli.

Secondo la dottoressa Singer, l'individuo crede di prendere decisioni autonome quando in realtà è socialmente influenzato a disinserire la mente critica e la capacità di prendere decisioni indipendenti. Nel giro di breve tempo le reclute immerse nel nuovo ambiente iniziano a pensare in modo diverso senza rendersene conto. Le sette giocano su normali sentimenti di ambivalenza, cosa facile con i giovani che hanno meno esperienza di vita. Ad esempio, è quasi impossibile che adolescenti e giovani adulti non abbiano sentimenti contrastanti nei confronti dei genitori. Anche la madre o il padre più amati hanno avuto scontri con i figli che lasciano ricordi di rabbia o delusione, e la maggioranza dei genitori ha almeno qualche abitudine o peculiarità irritante. Molte sette si preoccupano di battere su questi sentimenti irrisolti e li sfruttano per legare i membri al gruppo. Oltre ad essere indotti a condannare famiglia e relazioni personali, vengono portati a credere che essi stessi erano "persone cattive" prima di entrare nel gruppo. 


Tecniche di manipolazione mentale
Marcello Pamio – 11 ottobre 2010
Tratto dal libro “Neuroschiavi: manuale scientifico di autodifesa” di Marco Della Luna e Paolo Cioni, Macro edizioni
..........Affermare che la nostra società - com’è strutturata - è una vera e propria gabbia mentale, fa subito aizzare i paladini e i difensori dei diritti civili, che sbandierando ai quattro venti termini come “libertà” e “democrazia”, cercano immediatamente di tranquillizzarci tutti, soprattutto le loro coscienze. Forse non capiscono. Forse fanno finta di non capire, che parole bellissime come “libertà” e “democrazia” primo non significano granché e secondo vengono sfruttate e amplificate proprio dall’establishment economico-finanziaria (cioè i veri e propri Burattinai), proprio per dare a noi l’illusione di non essere in gabbia. “Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo” : Johann Wolfgang von Goethe. Dire alle persone che esse sono prigioniere di un sistema è pericoloso e controproducente perché può scatenare rivolte e ribellioni, mentre convincere gli stessi prigionieri di essere liberi e in democrazia, elimina ogni forma avversa e ogni tentativo di evasione. 
Il titolo di un libro[1] del gesuita Anthony De Mello, a tal proposito è interessante, perché se un’aquila, che potrebbe tranquillamente volare libera nei cieli, cresce con la convinzione di essere un pollo, rimarrà per sempre dentro il pollaio. Avrebbe la possibilità di volarsene via, di spiccare il volo, ma tale potenzialità (castrata dalla società intorno) rimarrà latente per il resto della vita o almeno fino al “risveglio”
Lo aveva perfettamente compreso Edward Bernays, tecnico della propaganda, che nel suo saggio Propaganda del 1929, spiega come sia stato proprio l’avvento delle forme di governo democratico e delle cosiddette libertà individuali, assieme all’industrializzazione, a produrre la necessità oggettiva (da parte della politica e dell’economia) di governare, cioè manipolare dall’alto il pensiero e il comportamento delle masse, sia come elettori che come consumatori. 
Questo è il motivo per cui oggi la manipolazione mentale è divenuta una tecnologia e una scienza, nella quale si investono molti più denari che in tutti gli altri campi della psicologia. Non solo, la manipolazione è essenziale e strutturale nella vita quotidiana del mondo in cui viviamo, e se non ci credete leggete fino alla fine. In un siffatto scenario, dove libertà e consapevolezza sono sempre più minacciate, è indispensabile conoscere gli strumenti che le attaccano. Solo conoscendo possiamo difenderci. L’importanza dell’informazione 
L’importanza dell’informazione è fuori da ogni discussione. Informare, lo dice il nome stesso che deriva da “in-formare”, cioè dare forma. Ma dare forma a cosa, se non alle coscienze? Non a caso, tutte le grandi dittature hanno iniziato sempre con il controllo dei mezzi di comunicazione (mass-media), proprio per plasmare le menti e coscienze delle persone. 
Oggi la maggior parte della comunicazione mira non ad informare oggettivamente, ma a influire nella psiche, sui gusti, sulle decisioni delle persone, dei consumatori, dei risparmiatori, degli elettori, ecc. 
La totalità delle persone, educata dalla tivù alla passività e pigrizia mentale sin dall’infanzia, non sviluppa la capacità di mantenere l’attenzione autonomamente, se non è emotivamente coinvolta. I manipolatori questo lo sanno bene e per veicolare le loro informazioni (commerciali, politiche, economiche, ecc.), mantengono viva l’attenzione della gente, agendo direttamente nell’emotività. Questo si chiama intrattenimento. 
Il paradosso è che sono le persone stesse che esigono di essere intrattenute e non informate, e ovviamente il Sistema le accontenta: informa (a modo loro) attraverso l’intrattenimento.
L’importanza dei mezzi di comunicazione, come detto prima, è enorme. Ai fini della governabilità, soprattutto nelle società basate sul consenso, è indispensabile limitare, ma anche controllare e orientare l’informazione, la costruzione della rappresentazione illusoria del mondo e da cui dipende la produzione e gestione del consenso. 
L’informazione proprio per questi motivi, è controllata in modo strettissimo: pochissime agenzia di stampa, di proprietà rigorosamente privata e bancaria, forniscono le informazioni alla quasi totalità dei media (giornali, telegiornali, radio e internet). Rilassamento e distrazione per meglio controllare 
Il rilassamento è la più semplice tra le condizioni mentali che aumentano la suggestionabilità. Tale stato si può indurre facendo in modo che le persone si stanchino fisicamente e mentalmente, oppure tediandole con compiti e discorsi ripetitivi o distraendole con stimoli erotici e/o sessuali (donne bellissime seminude che presentano un programma o vendono un prodotto, ecc.). Anche la musica ha la sua importanza, perché può essere molto dolce per cullare o al contrario usare frastuoni per stordire letteralmente le persone. 
Se ad un pubblico rilassato (davanti alla tivù) si somministra una storia con determinati contenuti (la classica storia che si vede nei programmi d’intrattenimento), si ottiene l’induzione di una trance, nelle quale è facile poi operare suggestioni e impianti mentali. 
La distrazione è indubbiamente la strategia principe messa in atto dai mezzi di comunicazione di massa.
Tecnicamente il distrarre l’attenzione cosciente (quindi l’azione dell’emisfero cerebrale dominante) di una persona assorbendola in qualche attività o distraendola con notizie e informazioni assolutamente inutili, lascia il subconscio (o l’emisfero non dominante) sguarnito del suo presidio critico, rendendo possibile l’instillazione di suggestioni, immagini, storie, ecc. 
Tutto quello che viene veicolato media (tivù, giornali, telegiornali e radio) in virtù del controllo capillare che esiste, è totale distrazione di massa. 
Le telecamere e le luci dei riflettori vengono indirizzate su problematiche del tutto inutili per noi (la casa del partito di governo, i rom, gli stupri, delinquenza, l’assassinio in famiglia, ecc.), ma estremamente funzionali per il Sistema, che in questa maniera non fornisce le Vere informazioni e notizie. Riempiono, per così dire, il palinsesto mediatico, per riempire il nostro cervello con spazzatura, idiozie, gossip, e altre stupidità amene. Una volta raggiunto il limite non c’è più spazio per le cose importanti. Obbedienza al Sistema 
Ogni establishment che si rispetti, ha il suo arsenale di mezzi di dominazione, il cui fine ultimo è quello di produrre compliance, cioè obbedienza, conformazione da parte delle persone. Dominare gli altri significa ottenere la loro compliance, più o meno volontaria. Naturalmente è meglio se volontaria, cioè ottenuta con la manipolazione (illusione, persuasione, intidimidazione o condizionamento), anziché imposta con la forza (dittature, colpi di stato). La scuola 
La scuola è il mezzo primario per la manipolazione culturale e mentale. Impadronirsi dei bambini per formarli e condizionarli è nell’agenda di ogni Stato, totalitario o liberale e democratico che sia. Abituare i bambini, attraverso l’esecuzione ripetuta per anni degli ordini degli insegnanti, a seguire gli ordini delle autorità; abituarli alla sistematica gratificazione, all’assenza di regole e di confronti con la realtà, sforna creature incapaci di auto-disciplina, completamente dipendenti e incapaci di organizzarsi. Bambini siffatti, saranno adulti corrotti e dipendenti dall’esterno, quindi più facilmente manipolabili. Nelle scuole, da una parte l’insegnamento delle materie fondamentali è concepito in modo di prevenire proprio il formarsi di una visione d’insieme (storia e scienza sono due banali esempi), dall’altro si cerca che le nuove generazioni non dubitino mai che il sistema di potere sia democratico e legittimo. 
A tal proposito, il linguista statunitense Noam Chomsky scrive: “siccome nelle scuole non insegnano la verità circa il mondo, le scuole devono ricorrere a inculcare negli studenti propaganda circa la democrazia. Se fossero realmente democratiche, non vi sarebbe bisogno di bombardarli con banalità circa la democrazia”. 
La conformazione e indottrinamento del popolo statunitense è l’esempio perfetto. Il giorno a stelle e strisce inizia con l’alzabandiera, prosegue con il canto dell’inno nazionale, le preghiere collettive e le esaltazioni patriottiche. Tutta questa “democrazia” e “libertà” del popolo fanno degli USA, non a caso, il paese più guerrafondaio del pianeta! 
Viene da sé che nelle scuola non possono insegnare la verità, perché la Verità renderebbe gli uomini liberi! 
Non stupisce quindi trovare scritto negli attuali sussidiari scolastici, commenti sulle straordinarie proprietà degli alimenti transgenici (OGM), e come risolveranno per esempio la fame nel mondo. Questa è la più becera e deleteria propaganda di Regime: facendo crescere i bambini di oggi con simili falsità (facilmente dimostrabili), sarà molto più facile da adulti condizionarli, e questo è solo un banale esempio. 
Mentre la nostra società deve comporsi non di uomini liberi, ma di una massa di lavoratori-consumatori-elettori alla base, e un piccolissimo gruppo o strato superiore, di dirigenti, figli di imprenditori, politici e banchieri. Solo questi ultimi vengono portati ad un livello di conoscenza privilegiato che consentirà loro di continuare a dirigere la società e mantenere il potere stabilito. La neuroscienza 
Per fare luce sulla manipolazione mentale e come questa viene messa in atto ogni giorno è necessario avere delle nozioni sulle funzioni primarie del nostro cervello. 
Il cervello è formato da due emisferi: destro e sinistro. Entrambi processano e analizzano gli stessi dati, la differenza sta nel fatto che l’emisfero di sinistra processa in maniera lineare o sequenziale, quello di destra invece processa i dati simultaneamente. Non solo il destro essendo muto (il centro del linguaggio è a sinistra) deve affidarsi all’emisfero sinistro perché gli fornisca spiegazioni plausibili, ragionate, in vista delle decisioni da prendere sulla base del materiale (immagini, suoni, ecc.) processato a ogni istante. In pratica tutto deve passare per il sinistro. 
Siamo cresciuti con la credenza che nasciamo con un certo numero di neuroni e che questi lentamente muoiono senza ricrescere. Le ultimissime scoperte della neuroscienza dicono invece che i neuroni incessantemente formano nuove sinapsi[2] e sciolgono sinapsi vecchie, e in modesta misura, nel cervello si generano nuovi neuroni, soprattutto in determinate parti del cervello.
Questo fatto importante si traduce così: l’acquisizione di nuove conoscenze, abilità, schemi comportamentali, (per esempio apprendere una poesia a memoria, suonare il pianoforte, ecc.) si attua mediante la formazione di nuovi circuiti e lo sviluppo vero e proprio nel cervello delle aree relative. Quindi imparare cose nuove non solo allena il cervello ma anche crea e sviluppa delle zone cerebrali. Viceversa, trascurando queste facoltà, si produce la loro decrescita. 
Il nostro cervello è in grado di elaborare una mole incredibile di informazioni: oltre 400 miliardi di bits ogni secondo, ma siamo consapevoli di soli 200 bits. In pratica siamo consapevoli di mezzo miliardesimo di ciò che avviene e giunge al nostro cervello! 
Da questo punto di vista, possiamo, con un certo sforzo e impegno, esercitare e coltivare la capacità intrinseca di essere consapevoli in ogni momento della vita, oppure pigramente lasciarci andare facendoci coccolare e atrofizzare l’encefalo.
Tutta l’industria dello spettacolo e del divertimento (discoteche, alcol, droga, ecc.) lavorano intensamente per rendere piacevole proprio questa lenta ma insesorabile atrofizzazione; dall’altra parte la politica scolastica mira a renderle legittime agli occhi dei più giovani. 
Il tutto perché una popolazione di persone etero-dirette (atrofizzate nel cervello e nella coscienza) è molto più gestibile di una popolazione di persone auto-dirette. 
L’altra cosa importante necessaria per comprendere il quadro generale è che la maggior parte delle cose che facciamo nella nostra vita, da mattina fino a sera, le eseguiamo inconsciamente. Nel farle, non solo non siamo coscienti di essere coscienti, ma non siamo nemmeno coscienti di farle. Questo processo incredibile sarà chiarito con l’esempio degli acquisti nei supermercati. 
Ricapitolando il nostro inconscio registra ed elabora molti più dati di quelli di cui siamo consapevoli: il processo di elaborazione verbale, di ragionamento, di coordinamento sensori-motorio, mentre parliamo (scriviamo o guidiamo l’auto o suoniamo il pianoforte o giochiamo a calcio) è non solo interamente, o quasi interamente, subconscio, ma è anche immensamente più veloce della coscienza. 
Se è vero, come è vero, che il novanta per cento di quello che facciamo viene gestito inconsciamente, mettere le “mani” in questa parte oscura della nostra mente, significherebbe avere un potere enorme di controllo…
Il senso di impotenza 
Un'altra strategia, strettamente interconnessa con il tema del controllo, è la gigantesca campagna mediatica che inculca il senso di impotenza. Un vera e propria operazione pianificata che sta facendo da una parte assuefare a sentirsi impotenti, e dall’altra desensibilizzando alla violenza, spegnendo ogni reattività emotiva. 
Come viene attuato tutto ciò? Bombardando di immagini e notizie violente (assassinii, stragi, eccidi, distruzioni, brutalità) senza che avvenga alcun intervento e/o cambiamento per porvi fine. Perché lo fanno? Assuefacendoci ad accettare l’illegalità, il degrado, il furto, il crimine, l’insicurezza del territorio, le bande, l’immigrazione selvaggia, ecc. come cose inevitabili e irrisolvibili, e contemporaneamente non lasciando il tempo di pensare e riflettere, subissandoci di infiniti, incalzanti, estenuanti adempimenti: fisco, contributi, tasse, tariffe, bolli, revisione caldaia, auto, ecc., non è possibile per noi capire cosa sta realmente accadendo, e soprattutto non è possibile organizzarci di conseguenza. 
Il senso di impotenza, grazie ai mezzi di comunicazione di massa sta contagiando la società occidentale in maniera capillare, le persone oramai sono completamente apatiche e prive di volontà di cambiamento. Per quale motivo dovremmo cambiare noi stessi e la nostra vita, se non vediamo la luce, se le aspettative sono assolutamente nere? Questo però blocca e paralizza le coscienze di milioni di persone totalmente in balia del Sistema. Cognizione e comportamento 
Abbiamo visto prima che la scuola è strutturata per condizionare culturalmente e socialmente i bambini. Bisogna sapere che già nella prima infanzia ci creiamo falsi sistemi di convincimenti circa la realtà che ci circonda, gli aspetti che più ci toccano (rapporti con i genitori, le figure di potere da cui dipendiamo). Dal punto di vista psicologico, questi sono sistemi falsi, censurati, distorti non conformi alla realtà stessa, al fine adattativo di evitarci angosce e conflitti con certi aspetti della realtà, facendoci vivere in una realtà soggettiva modificata, resa compatibile con i bisogni e le difese della nostra psiche e con l’esigenza di mantenerci in accordo con le persone da cui dipendiamo. 
Certe pratiche di manipolazione, si agganciano (se ovviamente ben congegnate) proprio a questi meccanismi, alle distorsioni e rimozioni che sono i loro prodotti e che interessano soprattutto il campo della paura, aggressività e sesso. 
I manipolatori (che possono essere religioni, sette, marketing e politica) costruiscono su di essi l’adepto, il cittadino, il consumatore, il lavoratore. Alle figure di potere genitoriali subentrano o si associano, quelle politiche, governative, giudiziarie, ma anche testimonial della reclame! Pubblicità 
La pubblicità commerciale nasce negli Stati Uniti negli anni ’20 per produrre, dirigere, sostenere la domanda di beni e servizi prodotti in massa dagli impianti manifatturieri. In seguito, dalla metà degli anni ’50, la produzione, l’offerta di beni, superò di molto la domanda, per cui la pubblicità iniziò a indurre la gente a massificare i consumi, creando veri e propri bisogni. Il tutto per vendere prodotti. 
In seguito si è arrivati in cui la produzione supera il potere di acquisto, il reddito. Questa situazione è socialmente ed economicamente gravissima, perché gli investimenti attuati per la produzione sono a rischio perché la produzione non sarà comperata. Da qui il rischio di un crollo sistematico e da qui la nascita delle forme di ampliamento del potere di acquisto, ampliando l’accesso al credito: carte di credito e di debito!
Negli anni ’90 il marketing diventa “one-to-one”: la personalizzazione dei prodotti e dei servizi, permessa dall’informatica e l’elettronica, consente di tracciare il singolo cliente in modo tale dal lanciargli gli stimoli personali e mirati. Stiamo parlando di pubblicità personalizzata, ben rappresentata nel film di fantascienza “Minority Report”. 
Il marketing pubblicitario, che sia di un farmaco o un cibo, è indubbiamente il più spietato e certamente scientifico sistema di condizionamento mentale. Il loro scopo è quello di convincerci a comprare un prodotto. Per l’analisi delle reazioni e lo studio della psiche, oltre ai test verbali, il marketing di oggi possiede un ricco arsenale di strumenti biofisici (frequenza e ampiezza delle onde corticali, frequenza respiratoria e cardiaca, consumo di ossigeno, resistenza cutanea, tono muscolare, vasocostrizione periferica, ecc.) in gradi di misurare il livello di eccitazione e attenzione del soggetto.
La neuroscienza, che in questo ambito potremo chiamare neuromarketing, ha descritto che l’area encefalica rilevante ai fini della decisione (di acquisto) è la corteccia prefrontale mediana.
E’ comune pensare allo spot pubblicitario in tivù o su un giornale, come alla classica pubblicità di una azienda. Niente di più sbagliato. Ogni parola, colore, carattere, frase, immagine, logo, soggetto usato, ai nostri occhi inesperti potrà sembra casuale, ma non per i neuroscienziati che stanno dietro. Questi esperti (psicologi, psichiatri, sociologi, neuropsichiatri, ecc.) pagati profumatamente, non creano solo pubblicità, ma veri e propri condizionamenti tali da produrre determinate associazioni o stati d’animo nella mente dei destinatari, cioè noi consumatori. 
Frequentemente nelle immagini pubblicitarie o propagandistiche vengono inseriti “embeds”, cioè parole o immagini evocative nascoste, non manifeste, non coglibili dalla mente conscia, ma ritenute coglibili dall’inconscio.
Spesso e volentieri queste parole o immagini nascoste sono stimoli sessuali: parole come “sesso”, “sex”, o immagini di organi sessuali, donne nude, orge associate al prodotto reclamizzato. Il tutto, da una parte, per facilitare le scelte di acquisto, e dall’altra, per deviare e quindi meglio controllare le masse. Interferire nella sessualità delle persone (come avviene in molti culti religiosi) è un mezzo sicuro ed efficace per agire sugli strati profondi della psiche! 
Se ciò sembra impossibile, le parole del dottor Lechner in merito a quello che fanno alcuni psicologi e psichiatri nell’ambito dell’alcolismo, potranno sembrare fantascienza. Con la scusa di aiutarli a liberarsi dalla dipendenza dall’alcol, raccolgono informazioni su incubi e allucinazioni che i loro pazienti sperimentano soprattutto quando sospendono l’assunzione dell’alcol, e le usano per congegnare pubblicità di alcolici, col presupposto quanto criminoso scopo di evocare, tramite immagini angoscianti, il bisogno di assumere alcol!
Un’altra tecnica “dolce” di conquista seduttiva, consiste nell’indurre la convinzione che la nostra libertà sia in pericolo e che si debba prendere quanto prima una decisione. “Ti stai accontentando? Passa a Quattro Salti in Padella di Findus”, dice la pubblicità televisiva. Tradotto: “stai accettando una limitazione alle tue aspirazioni a mangiar bene? Sei uno sciocco a farlo, perché puoi soddisfarle, liberandoti dai limiti, passando a Quattro salti in padella! Lo spot non vuole certo aumentare la nostra libertà, ma all’opposto restringerla, inducendoci a comprare quel prodotto specifico. Far credere al soggetto che la decisione deve essere sua e solo sua, è un trucco efficace per predisporlo a decidere come si vuole che decida, lasciandogli però l’illusione della libertà.
Il filone centrale della psicologia del marketing sono i fattori decisionali: Motivational Research, ricerca motivazionale. 
La neuroscienza sa che gli uomini non sono consci del perché fanno buona parte di ciò che fanno. Ecco perché le persone, illudendosi del contrario, rispondono allo stimolo condizionato del simbolo e non alla qualità reale. 
La pubblicità, la tecnica motivazionale si concentra proprio sulla manipolazione dei simboli. 
I consumatori vengono conquistati mediante suggestioni illogiche, non mediante la qualità o efficacia del prodotto, e questa è la logica delle griffes (prodotti spesso mediocri ma venduti a prezzi alti in virtù di una etichetta-simbolo, quindi esclusivi e per pochi).
Il senso di colpa collegato al piacere di consumi voluttari come tabacco, alcol, dolciumi, inibisce i consumi, quindi va contrastato associandolo per esempio a valori positivi (come il medico che fuma, i nomi alcolici di protesta politica “Fidel”, “Cuba Libre”, calore di famiglia, quindi etica, per i dolci ecc.). 
Rispetto al prodotto artigianale, il bene di produzione di massa viene spettacolarizzato per trasformarlo in un simbolo. I supermercati, non a caso, sono luoghi in cui si concentra un potere enorme di emanazione simbolica, quindi un enorme potere condizionante sulla mente. 
I due terzi degli acquisti eseguiti nei supermercati sono voluttuari e decisi sul posto, sotto l’effetto di stimoli locali, in uno stato psicofisiologico alterato. Lo ha accertato una ricerca nel 1954 della DuPont Corporation. Infatti nel supermercato la persona è alquanto indifesa rispetto alla manipolazione e si trova in una specie di trappola psicologica, che può essere perfezionata con l’aggiunta di stimoli musicali e olfattivi. 
Tra tutte le categorie di consumatori, la più indifesa è quella dei fanciulli, nei quali è facile imprimere bisogni, affiliazioni e abitudini. Inoltre i bambini sono molto più vogliosi di cose nuove e meno capaci a resistere agli impulsi. Sono il punto cedevole della famiglia e infatti il marketing punta proprio su di loro per indurre i genitori a sborsare quattrini. 
Con i bambini è più facile suscitare ondate di moda o voghe, che inducono consumi a valanga di tutto un collegato di prodotti sussidiari e con funzioni diverse. 
La pubblicità mira a modificare il panorama cognitivo, la visione del mondo, dei valori, dei pericoli o stile di vita, in pratica la pubblicità è l’industria della creazione dei bisogni immaginari  e di mode! Messaggi subliminali 
Sono messaggi che vanno ad agire sotto la soglia della coscienza, quindi non sono percepibili. 
La visione umana può percepire una immagine in un filmato solo se essa è presente almeno in 12 fotogrammi. La Coca-Cola per prima inserì delle sequenze di fotogrammi più brevi, con contenuto pubblicitario, in alcune pellicole cinematografiche. Risultato: gli spettatori esposti a tale pubblicità consumarono il 39% in più di Coca-Cola. 
Nel 1978 in molti supermercati americani si diffondevano tramite gli altoparlanti, a un livello sonoro impercettibile alla parte conscia, messaggi esortanti a non rubare. Risultato: il taccheggio si ridusse del 36%.
Il presidente Gianni Agnelli in una sua lettera agli azionisti della Fiat parlava di messaggi subliminali con i quali “sonorizzare” e strani profumi con i quali “aromatizzare” i propri stabilimenti al fine di aumentare la produttività e migliorare il rapporto (sottomissione) lavoratori-azienda. 
Anche la frequenza specifica ha la sua importanza. Si è scoperto che le parole di alcuni telepredicatori sono abbinate ad una frequenza di 7 Hz. La frequenza del vibrato sembra avere un effetto suggestionante e alterante sul livello di coscienza e capacità critica. Un’altra frequenza critica è quella intorno ai 3,5 Hz, cioè la frequenza di risonanza del cranio umano. 
Negli anni ’70 si è scoperto che la musica può indurre la secrezione di sostanze oppioidi (encefaline, beta-endorfina, ecc.) che hanno una spiccata azione sulla psiche, euforizzate e anestetica. Quindi la musica induce decognizione. 
Anche la televisione stimola la secrezione delle medesime sostanze. Associazione e ripetizione 
Una iniziativa oggettivamente poco accettabile come una guerra, una legge, una tassazione, ecc. può essere resa meno pesante etichettandogli una denominazione falsa ma semanticamente “buona”, accettabile (lotta al terrorismo, democratizzazione, liberazione, sicurezza collettiva, ristrutturazione, guerra umanitaria, missili intelligenti, ecc.) e ripetendola fino allo stremo in ogni situazione e circostanza. 
La ripetizione di un messaggio, uno spot, se diventa pervasiva, se avviene molte volte al giorno, può far assorbire il contenuto, le implicazioni del messaggio stesso come se fossero un fatto provato, anche se non lo sono (“le armi di distruzione di massa di Saddam”, “le torri gemelle e Bin Laden”, ecc.).
Analogamente applicando denominazioni odiose, repulsive (antisemita, negazionista, revisionista, antisionista, terrorista, stato canaglia, ecc.) si può ottenere l’effetto contrario, al fine di colpire, delegittimare, screditare, criminalizzare le iniziative, le persone, le idee non gradite. 
Il principio è sempre lo stesso: gli input - se si insiste adeguatamente - tendono a formare schemi inconsci nelle persone. 
Questo spiega perché i bambini vengono educati e acculturati in questo modo. Attraverso la ripetizione ossessiva e sistematica di apposite suggestioni, attività, esperienze a un modo ben preciso e voluto di concepire la realtà, la nazione, la storia, l’identità, ecc, 
Crescere ripetendo e sentendosi ripetere decine di migliaia di volte quei messaggi, certamente va a incidere a livello emotivo, cognitivo, identitario sulla costruzione stessa di quello che poi si sentirà “reale”, “provato”. 
Pensiamo alla nostra società, in cui ogni canale televisivo ha un suo serial popolare, tanto per fare un esempio di indottrinamento, nel quale la polizia, la magistratura svolgono un’azione efficace, incorruttibile a tutela de cittadino, mentre la realtà vede la criminalità sempre più fuori controllo e le istituzioni sempre più inefficienti. Propaganda allo stato puro.
Restrizioni linguistiche 
Consiste nell’imporre con diversi mezzi (insegnamento, televisione, ecc.) di non usare locuzioni o concetti, e di usarne altre in sostituzione, solitamente più vaghi, imprecisi. “Cieco”, “negro”, “invalido”, “spazzino“ non vanno bene, molto meglio “non vedente”, “nero”, “diversamente abile”, “operatore ecologico”. Ma perché tutto questo? L’inibizione del’uso linguistico e concettuale, alla formulazione di determinati dubbi (Resistenza, shoà, responsabili dell’11 settembre, ecc.) è idoneo per impiantare nei giovanissimi un senso di divieto, di colpa in relazione al pensare certe cose, quindi educa ad un’autolimitazione del pensiero. Infine un impoverimento espressivo comporta un impoverimento concettuale! Modificare le certezze 
Chiunque voglia manipolare una persona, per indurla a comprare qualcosa o per piegare la sua resistenza a un’azione qualsiasi di persuasione, ha la necessità di somministrare molti stimoli nuovi e interessanti, in modo tale che la corteccia prefrontale lavori e si affatichi. Dopodiché deve sommergerla di dati, dogmi, slogan, ecc. (proprio come lavora la tivù) per stremarla ancor di più, in questa maniera la corteccia prefrontale lascia le redini del cervello ai circuiti limbici, più primitivi ed emotivi, pertanto più suggestionabili e indifesi. 
La corteccia prefrontale è influenzata da sostanze chimiche tossiche che possono danneggiarla, come le droghe, l’alcol, le tossine alimentari, ma anche da forti emozioni, privazione del sonno, stress cronico e una dieta ricca di grassi animali possono rendere le persone più esposte alle manipolazioni esterne. 
Per assurdo, concedendo alle persone totale libertà di condurre una vita sregolata, innaturale, ci si agevola il compito di annullare la loro libertà più profondamente di quanto sarebbe possibile senza quella concessione. “Shock and awe doctrine” 
La cosiddetta “dottrina dello shock e sgomento” viene oggi applicata su scala globale. Mettendo singole persone o intere popolazioni sotto shock, si può produrre il loro consenso a un cambiamento, riforma, legge, restrizione di libertà, guerra, ecc. L’esempio delle Torri Gemelle e delle leggi repressive e guerre avvenute dopo, è lapalissiano. 
Sfruttano l’effetto sorpresa e di spavento come enorme fattore di distrazione e paralisi di massa, inibitore di possibili reazioni e resistenze. 
Lo shock è molto generico e può essere prodotto da catastrofi naturali (epidemie, terremoti, pandemie, ecc.), quanto da fatti economici (recessioni, crisi, crolli in borsa, fallimenti, ecc.) e politici (guerre, colpi di stato, ecc.). 
Un esempio sono le domeniche a targhe alterne per meri fini di risparmio energetico. Questa imposizione dall’alto, generando nelle persone, allarme e preoccupazione di non poter usare la propria auto, di perderne l’importante risorsa, crea totale disponibilità ad accettare fortissimi e ingiustificati rincari dei carburanti, pur di conservarla! 
Un altro esempio della dottrina dello “shock anche awe” potrebbe essere i black-out che hanno interessato il territorio nazionale qualche anno fa, la cui risoluzione sarebbero le centrali nucleari. Questo caso rientra anche nella cosiddetta strategia del “problema-reazione-soluzione”. Avendo in mano la Soluzione (centrali), si crea il Problema (black-out) e si attende Reazione (quasi sempre emotiva) delle masse, che accetterà di buon grado ogni soluzione prospettata pur di evitare il disagio. Debunking 
Il debunking o discredito è una forma manipolatoria, che consiste nel confutare, nello smontare, teorie e informazioni che vanno contro il pensiero ufficiale dominante. Oppure screditare i diffusori di queste teorie e informazioni. 
La campagna “Mani Pulite” è stata, tra le altre cose, una grande operazione proprio di debunking, finalizzata cioè a salvare la credibilità del sistema politico-giudiziario. 
Il debunker attacca la controinformazione con messaggi semplici, discorsivi, prevalentemente a livello emotivo, con “ganci” diretti all’inconscio, piuttosto che alla logica. Questi attacchi non si rivolgono al contenuto, alle idee, ma mirano a screditare la fonte e l’autore sul piano morale associandolo spesso ad affiliazioni “appestanti” coi terroristi, nazisti, fascisti, comunisti, antisemiti, antisionisti, ecc. 
L’approdo estremo del debunking è quello di portare lo smascheramento degli smascheratori alle estreme conseguenze, ossia portare l’opinione pubblica alla conclusione che tutto è marcio, tutti mentono, tutti sono ladri, tutti fregano. Per tanto la verità non si potrà mai sapere, e quindi è moralmente giustificato arrangiarsi, infischiarsi di tutto e tutti. Si giunge all’egoismo più radicale e disumanizzante. Chi trova un nemico trova un tesoro 
La frustrazione genera tensione e aggressività; e l’aggressività può scaricarsi contro di sé o contro un oggetto esterno. Quando un tale tipo di frustrazione è diffusa in tutta la popolazione, il momento è propizio per fondare un movimento e/o organizzare un attacco verso il nemico. 
Nel nostro mondo tormentato da insicurezza e frustrazione (create ad hoc) c’è un gran bisogno psicologico e sociale di un nemico, di colpevoli, di capri espiatori (terroristi, rom, immigrati, ecc.). Dipendenze chimiche 
Nella nostra società la diffusione dell’uso di sostanze psicotrope è enorme. Un’altissima percentuale di persone fa uso stabile e ha sviluppato qualche forma di dipendenza da droghe, alcol o psicofarmaci. Decine di milioni sono i minori letteralmente drogati con psicofarmaci. 
Gli effetti di tali sostanze psicoattive convergono tutti nel diminuire la libertà di giudizio, di resistenza e di azione delle persone e ovviamente nell’aumentare la loro condizionabilità e suggestionabilità. In pratica la persona dipendente, da alcol o droghe o psicofarmaci o barbiturici è molto più controllabile e plasmabile dal Sistema, lo stesso che veicola e vende tali sostanze. Coloro che si aiutano e si abituano all’aiuto chimico, perdono la capacità di autodeterminazione. Una società così siffatta non è una società libera. 
I farmaci psicoattivi o psicofarmaci vengono veicolati, con la compiacenza della psichiatria, dalle case farmaceutiche; il mercato immenso delle droghe e dell’alcol, è gestito dalla grande finanza internazionale e il flusso di narcodollari, per il 60% avviene negli Stati Uniti, collegato a quello del traffico di armi. Cinema e televisione 
Il mussoliniano “cinema l’arma più forte”[3] ha fatto il suo tempo o anche oggi l’intrattenimento cinematografico ha la sua importanza nel condizionare le masse? 
I film di propaganda seppero produrre nel passato veri e propri capolavori (“Il grande dittatore”, “Il trionfo della volontà” solo per citarne un paio), ma anche oggi la forza dell’arma del cinema non è minimamente spuntata: Hollywood docet. 
Il cinema ha funzione d’avanguardia per veicolare un certo tipo di messaggio, per poi sondarlo e una volta passato, trasferirlo nel piccolo schermo: la televisione! 
In pratica il cinema prepara il terreno, predispone l’intero organismo al virus, che poi sarà iniettato nelle masse dai media come i giornali, radio e soprattutto dalla televisione. Senza che ce ne accorgiamo il grande schermo fa filtrare nelle pieghe delle sceneggiature e regia il modo di pensare di domani[4], e la sua enorme forza di penetrazione sta proprio nel silenzio e attenzione. Mentre la tivù deconcentra (anche questo molto utile per certi aspetti), nella buia sala regna il silenzio totale e si è da soli, con la massima attenzione.



Breve storia del diavolo. Il male nell’era delle tentazioni quotidiane

di Marino Nola (la Repubblica, 10 agosto 2010)
Uno nessuno centomila volti per l’inventore della tentazione. Il diavolo non è mai uguale eppure resta sempre lo stesso. Serpente infido, angelo caduto, caprone volante, dragone sulfureo. Ma anche eroe maledetto, libertino irredimibile, mercante d’anime. E ancora anormale, marginale, deviante. Bel tenebroso oppure brutto sporco e cattivo. E perfino terrorista e serial killer. Dalla Genesi ai nostri giorni il maligno ne ha cambiate di facce. A dirlo è Daniel Arasse, storico dell’arte della Sorbona, in un libro appena uscito in Francia per le Edizioni Arke. Titolo Il ritratto del diavolo. Argomento, le mille sembianze con cui la nostra civiltà nel corso della storia ha cercato di rappresentare il principio attivo del male. Finendo per fare del signore delle tenebre il mutaforma per antonomasia. Proprio come quelli che oggi popolano il cinema e la letteratura fantasy. Ma in realtà ad essere veramente diabolico è proprio questo trasformismo gattopardiano. Cambiare tutto perché nulla cambi, mimetizzarsi per continuare ad indurci in tentazione. Sin dai primi secoli del Cristianesimo la vera arma del diavolo è proprio la sua capacità di trucco e di travestimento. Tertulliano, uno dei padri della Chiesa, sosteneva che gli angeli ribelli scacciati dal paradiso rivelarono alle donne arti diaboliche come l’uso della “polvere nera con cui si prolungano gli occhi”. Quello che oggi non a caso si chiama mascara. Seduzione uguale tentazione. Come quella cui viene sottoposto sant’Antonio da un sexy-diavolo in sembianze femminili. Simile alla sensualissima Anita Eckberg che Fellini, in “Le tentazioni del dottor Antonio”, trasforma in una prorompente diavolessa bionda che sulle note di “bevete più latte” fa perdere la testa a Peppino De Filippo nelle vesti del bacchettone di turno. Di fatto Tertulliano, oltre a riaffermare che la tentazione è femmina, condanna la cosmetica in quanto mascheramento che snatura il modello divino di cui il volto umano è la copia rivelatrice. E in molte incisioni medievali il demonio viene riconosciuto proprio quando si toglie la maschera. Finendo letteralmente smascherato. Proprio come Diabolik. E come Arlecchino, la maschera per antonomasia, che in origine è anche lui un diavolo. Lo dice il nome stesso che viene dall’antico germanico hölle könig, che in inglese diventa hell king, ovvero re dell’inferno. Ma questa capacità illusionistica non è solo uno strumento del mestiere, è anche la storica ragion d’essere del maligno. Che riesce, ieri come oggi, a rendere il male pensabile e soprattutto rappresentabile solo a condizione di restare un’icona a bassa risoluzione cui la Chiesa stessa non ha mai dato un volto definitivo. Ed è proprio grazie a questa indefinizione che il diavolo è rimasto un evergreen. Capace di un morphing perpetuo che ne fa sempre il profilo più aggiornato del male, la sua ultima versione. Diceva Dostoevskij che in realtà l’uomo ha creato il diavolo a sua immagine e somiglianza. Come dire che ogni epoca ha il Lucifero che si merita. Lo mostra a chiare lettere la storia dell’arte occidentale che registra puntualmente le metamorfosi del grande nemico. Sin dalle prime raffigurazioni altomedievali dove Satana e Belzebù hanno facce da turchi, da mongoli, da africani. Tratti etnici per significare un male straniero, un pericolo che viene dall’esterno. Fino a quel tornante decisivo che sta fra medioevo ed età moderna quando il demonio perde le ali di pipistrello, la coda di dragone, gli zoccoli da satiro pagano, per lasciare il posto a un maligno dal volto umano. Un diavolo politico, seppur cornuto, come quello che Ambrogio Lorenzetti mette al centro della celebre allegoria del cattivo governo, dipinta per il palazzo pubblico di Siena. Un tiranno, circondato da una squallida consorteria di vizi, che si mette sotto i piedi la giustizia, raffigurata con le mani legate (ogni riferimento al presente è puramente casuale). O addirittura un diavolocardinale, come quello del Michelangelo della Sistina che nel Giudizio universale dà al signore dell’inferno il volto del potentissimo Biagio da Cesena, maestro di cerimonie del pontefice Paolo III. Non più ibridi con gli occhi verdi di ramarro ma uomini dallo sguardo luciferino e dalla crudeltà mefistofelica. Così il diavolo cede il posto al diabolico che è in ciascuno. Come diceva Paul Valéry, il diavolo diventa come Dio. Entrambi esistono, ma solo in noi e insieme formano una coppia inseparabile di divinità latenti. Come dire che la modernità lascia all’uomo la scelta tra bene e male. Tra resistere alle tentazioni del peccato o al contrario cedere deliberatamente cancellando così l’idea stessa di peccato. Una rivoluzione che finisce per fare del diavolo il simbolo della vittoria del piacere e della libertà. O, addirittura, della forza vindice della ragione, per dirla con Giosuè Carducci. Un eroe bello e impossibile. Come il Satana di William Blake del Victoria and Albert Museum di Londra, uno Spartaco venuto dagli inferi che guida gli angeli ribelli all’assalto del trono di Dio. E come il Satana di Milton che preferisce essere re all’inferno piuttosto che servo in paradiso. Ma proprio perché si è fatto umano, troppo umano, il diavolo sparisce progressivamente dalla pittura e dall’iconografia. Che hanno bisogno di forconi, di artigli, di squame e di occhi fosforescenti da incubo. Se è facile dipingere dei mostri è difficile rappresentare la mostruosità. E così l’agente del caos esce dai manuali di storia dell’arte per entrare in quelli di criminologia e di psichiatria. E a dargli la caccia sono gli scienziati come Cesare Lombroso che fa dell’antropometria una demonologia positivista popolata di delinquenti, anormali, briganti, mattoidi e “pazzi morali”. Uno zoo umano affollato di poveri diavoli come il “falsario piemontese”, il “ladro napoletano”, “l’anarchico lucano”. Più demonizzati che demoni in verità. Oggi, scacciato dalla morale religiosa Satana si delocalizza e si scioglie nel sociale. Entra nei moderni tribunali della coscienza laica con un look tutto nuovo. Un diavolo che veste Prada. Terziarizzato, immateriale, interiorizzato. E soprattutto medicalizzato. Un maligno da psicologi e dietologi più che da teologi. Un demonio interinale microfisicamente nebulizzato in mille piccole tentazioni e altrettanto piccole demonizzazioni che ci aiutano ad orientarci tra un bene e un male ad assetto variabile, più mutevoli degli indici della borsa. Dal colesterolo ai radicali liberi, dai grassi idrogenati ai raggi UVA. Dal sovrappeso agli inestetismi. Dalla mucca pazza all’effetto serra. E così il simbolo del male diventa sintomo di malessere. È tutto quel che resta del diavolo nell’era della flessibilità. Che ha tolto il posto fisso anche a Belzebù. “Le portrait du diable”, un saggio di Daniel Arasse, ed. Arke





10 consigli per difenderci dall’informazione che imbroglia

di Noam Chomsky 


Attenti alla strategia della distrazione: prende per mano il pubblico e lo porta dove vogliono i padroni del potere. Rimanda le decisioni impopolari nei giorni delle vacanze quando nessuno vuole sapere cosa fanno i politici. Chi vota viene trattato come un bambino: «adesso vi spieghiamo qual è la vera verità» 1 - La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”). 2 - Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema - reazione - soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici. 3 - La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta. 4 - La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento. 5 - Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”). 6 - Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti. 7 - Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”). 8 - Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti. 9 - Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione! 10 - Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su se stessa.




La "Medicina difensiva" si verifica quando i medici prescrivono tests inutili, trattamenti o visite presso altri specialisti, od evitano pazienti o trattamenti a rischio solo allo scopo di proteggere se stessi. Questo fenomeno si sta diffondendo con gravi ripercussioni non solo sul costo delle cure, ma anche sull'accessibilità e sulla qualità dell'assistenza . 
La diffusione del fenomeno viene confermata da numerosi studi.Tra essi per esempio una ricerca pubblicata dal Journal of the American Medical Association dimostra che una grandissima maggioranza di medici di varie aree terapeutiche adotta questa strategia professionale. Anche in Italia il problema della Medicina Difensiva è sempre più diffuso e ciò è confermato da una recente indagine promossa dalla Società Italiana di Chirurgia.
tratto da http://www.voxnova.altervista.org/medicina-difensiva.html




Perchè non si riesce a curare tutti i fibromialgici? Me lo sono chiesto per anni, poi alla fine ho capito. Il motivo risiede nel convincimento di quel 20-25 percento che è convinto di essere un malato per come si intende normalmente questo termine: persona affetta da un malfunzionamento o da patologia organica, curabile con farmaci e/o tecnica chirurgica. Non capiscono che loro in quanto fibromialgici sono un mix di patologia psichica e disfunzione neurologica e quindi che il lavoro per guarire va fatto insieme. No loro pretendono di guarire con i soli farmaci e di farlo anche in fretta. Una totale negazione della realtà, una visione che li porta a considerarsi come delle macchine che si sono guastate e che basta il pezzo di ricambio ed un buon meccanico per risolvere tutto. E non capiscono una cosa semplice: se in alcuni casi ti danno un antidepressivo,non è che serve a curare la fibromialgia, ma serve a curare un disturbo che convive con la fibromialgia. Ribadisco: la fibromialgia non si cura con gli antidepressivi.

25.01.2011 Non ricordo chi abbia scritto queste parole sull'autostima. Ma mi sembrano così vere: " Di conseguenza si accetta il sistema di ricompense della nostra cultura, secondo le quali le prestazioni nella norma vengono premiate e quelle inferiori vengono punite, e si arriva a pensare che sia scontato il non venire mai apprezzati. Il risvolto più pericoloso della bassa autostima consiste nel fatto che chi ne è affetto stenta molto a rendersi conto di quanto questa impostazione oltre a non essere giusta sia deleteria, perché tende a giustificare le opinioni negative di cui si trova ad essere oggetto. Quindi può passare molto tempo prima che scopra che la sua impostazione non è qualcosa di ineluttabile, ma che è possibile mutarla, modificando innanzitutto il proprio comportamento, e in base a questo far sì che anche gli altri modifichino il loro nei suoi confronti. Si tenga presente che questa modificazione potrà comportare un impegno molto attivo e costante, in quanto l'abitudine a percepirsi inferiori quando si sia instaurata da diverso tempo tende a riemergere in ogni occasione. Oltretutto, le persone che circondano la persona con questo problema tendono ad imprigionarla il quel ruolo, rimandandole continuamente l'immagine che si sono fatta di essa, e riproponendole quel dato ruolo col loro comportamento e le loro richieste. Quindi, oltre alla presa di coscienza circa le proprie reali capacità e possibilità e la modifica personale dei propri schemi interiori, uno dei fattori più importanti per il cambiamento consiste nell'accedere a nuove realtà, nuovi ambienti, nuove persone, con cui si possa comportare nei nuovi termini che ci si sia scelti e che li possano accettare senza i pregiudizi, le resistenze e l'opposizione che l'ambiente abituato alla vecchia immagine inevitabilmente metterà in atto. In effetti, spesso le persone con bassa autostima in genere vivono in una cerchia ristretta di persone, oppure, anche se ne vedono molte, investono di credibilità solo ciò che recepiscono da quelle poche che sono per loro significative. Di conseguenza, vivono nell'universo mentale che queste persone hanno costruito su di loro, anziché nel proprio, che spesso non hanno costruito, credendo erroneamente che la visione che gli altri hanno di loro sia quella reale ".


Malattia, linguaggio dell'anima, di RÜDIGER DAHLKE


La malattia è una via percorribile, di per sé né buona né cattiva. È un linguaggio che bisogna interpretare. Quello che se ne può ricavare dipende esclusivamente dalla persona che ne è colpita. Ho avuto modo di seguire molti pazienti, di studiare il modo in cui affrontavano consapevolmente la loro strada e ho potuto constatare come siano arrivati ad affermare che il "loro sovrappeso", il "loro infarto" o perfino il "loro cancro" si erano trasformati in grandi possibilità e potenzialità. Oggi dobbiamo riconoscere che fu proprio un infarto a mettere, anche se tardivamente, santa Teresa d'Avila sulla sua strada. Sappiamo che le visioni di Hildegard di Bingen erano in stretto rapporto con le sue emicranie. Queste due straordinarie figure femminili hanno evidentemente accettato il messaggio della loro malattia e l'hanno integrato in modo esemplare nella loro vita. Proprio questo è lo scopo: imparare dai propri sintomi, e crescere. Utilizzare male questo concetto e la filosofia che ne è alla base presenta un grosso errore. L'esoterismo non ha nulla a che fare con l'idea di colpa, ma parte proprio da questa premessa in quanto l'uomo è per principio colpevole, essendo separato dall'unità. La colpevolezza non è un problema di piccoli o grandi errori quotidiani, è un problema di base. Il peccato originale commesso dall'uomo consiste nell'abbandono dell'unità paradisiaca. La vita in questo mondo di contraddizioni è necessariamente piena di errori, e serve proprio a ritrovare la strada che riporta all'unità. Ogni errore e ogni malattia evidenziano gli elementi che mancano per raggiungere la completezza e si trasformano quindi in possibilità evolutive. Usare malamente le interpretazioni della malattia per valutare i nostri simili costituisce un malinteso da diversi punti di vista. Non c'è alcuna ragione di condividere una colpa: il peccato originale appartiene a tutti e non richiede alcuna collaborazione umana. Potremmo, allo stesso modo, felicitarci con l'ammalato per la sua malattia, proprio per le possibilità di evoluzione e apprendimento contenute in essa. I cosiddetti "primitivi" sono, da questo punto di vista, più avanti di noi, poiché considerano i sintomi di una malattia come interventi del destino nella loro vita, e li accettano con disponibilità come prove. In molte tribù l'aspirante sciamano si augura la malattia capace di iniziarlo e di introdurlo in nuovi campi di esperienze. Sulla base di questo principio accade, talvolta, che un guaritore sia autorizzato a trattare soltanto quelle malattie che egli stesso ha sperimentato personalmente con l'anima e il corpo. Se è vero che il guaritore è la guida delle anime attraverso i mondi interiori, e se è vero che il suo atteggiamento è fondamentale, è necessario che abbia già conosciuto il territorio in cui guiderà i viaggiatori a lui affidati. Di queste idee restano solo poche tracce nella nostra cultura, per cui nella parola "Schicksal" ("destino") è possibile individuare il concetto di "geschikte Heil" ("salute inviata"), dal latino: salus = salute. Si potrebbe pensare anche alle prove dei farmaci effettuate dagli omeopati. Il medico entra volontariamente nell'espe rienza della malattia, per imparare a conoscere l'efficacia del suo medicinale. Da uno psicoterapeuta ci aspettiamo che abbia già visitato i propri paesaggi dell'anima e quelli collettivi e che sappia dove condurre i propri pazienti. Non ha senso rimproverare a chi sta sperimentando il difficile apprendimento della malattia - con le relative possibilità di crescita personale - la condizione di malato, che del resto ci accomuna tutti. Chi trasforma il proprio indice in arma e poi, con l'intento di interpretare, incolpa gli altri o se stesso della malattia, mostra di non aver capito affatto le nostre tesi. Servendosi del detto: "Chi è causa del suo mal pianga se stesso!", misconosce il carattere d'ombra di ogni sintomo patologico. L'ombra è, per definizione, un aspetto di cui l'interessato non è consapevole. Per questo, una persona colpevolizzata in questi termini non potrà mai accettare l'interpretazione della malattia. Se sapesse di essere avara, non avrebbe alcun motivo per essere costipata. L'ombra non si presta a fungere da rimprovero. Per questo difficilissimo aspetto della nostra esistenza è invece necessario procedere in modo estremamente cauto. L'individuo in questione ha bisogno di tutta la sua forza e, per quanto riguarda l'ambiente, di molto spazio per scoprire a piccoli passi, compiuti personalmente, il proprio rapporto con ciò che la malattia gli rivela. Giudicare è d'intralcio, interpretare è alla base di tutto. Chi colpevolizza se stesso in questo modo non riconosce le possibilità di crescita offerte dalla malattia. Entrare nella malattia fino a raggiungere il livello spirituale non produce alcun cambiamento né con riferimento al peccato originale, né per ciò che riguarda i fatti concreti. Non si diventa né migliori né peggiori, ma soltanto più saggi e più consapevoli della propria responsabilità. Se si ignora questa conoscenza e la responsabilità ad essa legata, ben poco cambia, la mentalità rimane quella vecchia. Se invece ci si assume la responsabilità del proprio destino, la malattia si trasforma in possibilità e permette di dare una risposta alle indicazioni che offre. Procedere, a questo punto, non è più molto difficile. Sul piano fisico ognuno può dare un'interpretazione, indicando col dito la parte dolorante. Scopo di questo libro è mettere in relazione questa esperienza col piano spirituale. In passato tutto ciò era naturale, proprio come lo è oggi indicare col dito un punto del corpo. Si tratta di porre, metaforicamente, il dito sulla piaga. Ciò richiede coraggio, ma neppure molto, dato che la ferita c'è già e non la si crea ponendovi sopra il dito: questo gesto, infatti, ci consente soltanto di divenirne più consapevoli. A lungo termine, questo passo coraggioso la trasforma in possibilità di risanamento. La vera possibilità non consiste nell'interpretazione della malattia altrui, bensì della propria. Tale esperienza viene resa più difficile dalla universale cecità. La problematica della proiezione, la nostra tendenza a trasferire verso l'esterno tutto ciò che ci sembra spiacevole e difficile, per poi elaborarlo e combatterlo anche al di fuori di noi, si rivela di ostacolo nell'interpretazione delle malattie. Mentre ci accorgiamo immediatamente della pagliuzza nell'occhio dell'altro, non vediamo la trave che è nel nostro. L'interpretazione della malattia è lavoro sulla nostra parte d'om bra, e spesso può risultare sgradevole. Si può essere certi del fatto che le interpretazioni più concordi finiscano con l'essere spontaneamente rifiutate. Se un'interpretazione sembra, a prima vista, piacevole, in genere non è corretta e in ogni caso non è abbastanza profonda. La cosa più semplice è quindi imparare dalle malattie altrui e utilizzare per sé questa esperienza. Soltanto chi compie questo duro passo riesce a capire il vero significato e raggiunge la vera via dell'auto-conoscenza e dell'auto-realizzazione. Paragonato con altri sistemi di interpretazione, il simbolismo del le malattie ha il vantaggio, in particolar modo sul piano esoterico, di non consentire malintesi a questo livello. Non c'è il pe ricolo di interpretare un'ulcera gastrica come segno di imminen te illuminazione. Il corpo è garante del fatto che ci troviamo di fron te a un importante apprendimento, molto legato alla materia. La differenza dalla medicina abituale che più colpisce consiste nella nostra valutazione positiva dei sintomi. Invece di allearci col paziente contro i suoi sintomi, come di solito accade, ci alleiamo, per così dire, coi sintomi stessi per capire cosa manchi al malato e quindi perché ha quei sintomi. Liberato dal giudizio negativo, il sintomo può rivelarsi un prezioso indicatore delle carenze e aiutare a divenire più completi e più sani. Qui è insita una incalcolabile possibilità di crescita, poiché ognuno di noi presenta dei sintomi. Su questo ultimo punto tutte le diverse medicine sembrano eccezionalmente concordi. La medicina tradizionale con i suoi metodi di ricerca sempre più raffinati individua praticamente in ogni persona una deviazione dalla norma. Per la medicina naturale, con i suoi procedimenti diagnostici ancora più sensibili, non esiste nessun individuo che sia veramente sano. Entrambe le scuole deplorano questa condizione, mentre religione ed esoterismo la giudicano un dato di fatto incontestabile. In base alle loro concezioni, l'uomo che vive in un mondo polare è necessariamente ammalato e alla ricerca dell'unità perduta, lasciata in paradiso quando intraprese il cammino della propria crescita. È interessante sapere che l'OMS1, legata ai metodi della medicina tradizionale, dà una definizione della salute che richiama la tradizione esoterica: una condizione libera da mali fisici, spirituali e sociali. Di conseguenza le uniche persone completamente sane su questa terra sono quelle descritte nei libri di anatomia e fisiologia. Sia che consideriamo la nostra condizione di ammalati come una sorta di scandalo politico-sanitario o come una conseguenza necessaria della nostra separazione dall'unità, resta il fatto che noi abbiamo i sintomi e grazie a questi l'opportunità di crescere. Il problema ora è questo: vogliamo continuare a tentare di eliminarli, come facciamo inutilmente da millenni, oppure vogliamo fare lo sforzo di riconoscerli come veri e propri segnali stradali e seguirli? Il convincimento di riuscire a far sparire definitivamente un elemento dalla faccia della terra rende i medici completamente isolati. I fisici e i chimici sanno - e lo dimostrano - che sono possibili soltanto trasformazioni da una forma di manifestazione all'altra e che mai si potrà verificare una sparizione senza nuova creazione. Riscaldando un pezzo di ghiaccio, la materia solida diventa liquida; continuando poi a fornire calore, si assiste al passaggio dallo stato liquido a quello gassoso. Con il raffreddamento il processo si inverte: il vapore si trasforma prima in acqua e quindi in ghiaccio. Tutto ciò ci appare ovvio e del resto è stato spiegato dalla fisica con la legge della conservazione dell'energia, secondo la quale la somma di quest'ultima rimane sempre costante: è impossibile che qualcosa scompaia veramente. La fisica ci insegna inoltre che i vari modi di manifestazione dell'acqua sono determinati dalle diverse condizioni oscillatorie delle molecole. Allo stato solido, le molecole vibrano a una frequenza relativa mente bassa; in quello liquido sono energeticamente più vivaci e vibrano più rapidamente; allo stato gassoso la loro eccitazione e di conseguenza la loro vibrazione raggiungono livelli altissimi. L'esoterismo parte da una concezione analoga, dato che classifica come solido l'elemento materiale terreno, liquido l'elemento acqueo psicologico e gassoso l'elemento aereo spirituale. La vibrazione aumenta passando dall'elemento fisico a quello spirituale. Riferendo questo discorso al nostro argomento, possiamo dire che il corpo, come espressione del mondo materiale, è caratterizzato dalla frequenza vibratoria più bassa, il piano dell'anima da una frequenza media e quello spirituale dalla più alta. Per elevare al piano dell'anima un aspetto che si è stabilizzato al livello più basso di vibrazione come sintomo fisico, deve quindi essere immessa energia. Una quantità ancora maggiore di energia sarà poi necessaria per raggiungere il piano spirituale. Questa energia inoltre, nell'interpretazione degli aspetti della malattia, deve essere immessa sotto forma di consapevolezza e amore. Nel processo inverso dell'insorgere della malattia, questa energia è stata trattenuta. Quando veniamo confrontati con qualcosa con cui non vogliamo avere a che fare, tratteniamo energia consapevole e lasciamo cadere questo "qualcosa" nella psiche e quindi nel corpo. Ciò che rifiutiamo a livello di coscienza e crediamo di poter rimuovere, ignorandolo, approda in realtà, per usare la terminologia di C.G. Jung, nell'ombra. L'ombra è quindi costituita da tutto ciò di cui non vogliamo prendere atto e che non vogliamo accettare, ma che preferiamo ignorare. È perciò diametralmente opposta all'Io, che è invece formato da tutto ciò che accettiamo con piacere e con cui ci identifichiamo. Per questo motivo nessun Io e nessun individuo saranno contenti di imbattersi di nuovo negli elementi che sono stati relegati nell'ombra. Ma poiché l'ombra è una parte necessaria della nostra totalità, possiamo divenire sani, cioè interi, solo integrandola. Un uomo completo è, infatti, costituito da Io e ombra. Insieme danno vita al Sé, cioè all'essere umano integrato, realizzato. L'accettazione e l'elaborazione degli elementi d'ombra che si sono incarnati nei sintomi è di conseguenza la via che conduce alla scoperta di se stessi. Le malattie sono manifestazioni dell'ombra che, affiorando dalle profondità dell'anima alla superficie del mondo fisico, diventano facilmente accessibili e rappresentano quindi una guida eccellente sulla via della perfezione. L'esempio concreto dell'ulcera gastrica può illustrare più chiaramente il fenomeno dello spostamento del sintomo nelle sue due diverse direzioni. Il termine è stato coniato dalla medicina e dalla psicologia tradizionali, che si resero conto che i sintomi "eliminati attraverso la terapia" riaffiorano nuovamente in un altro punto. Nella medicina tradizionale, legata allo studio del corpo, lo spostamento del sintomo ha luogo ovviamente nel corpo stesso. Cinicamente si potrebbe dire che i sintomi si trasferiscono da un organo ad un altro, i pazienti da uno specialista all'altro. A chi consulta un medico a causa di un'ulcera gastrica nervosa, viene oggi di regola prescritto uno psicofarmaco che provoca una cosiddetta dissociazione psicovegetativa, in grado cioè di bloccare chimicamente il collegamento tra i nervi vegetativi dello stomaco e la psiche, impedendo in questo modo allo stomaco di reagire insieme alla psiche. Questa eliminazione del dolore, che di fatto non determina alcun cambiamento nella situazione di base del soggetto, ha però breve durata. Il passo successivo della medicina tradizionale sarebbe la dissociazione psicovegetativa di tipo chirurgico mediante recisione delle corrispondenti ramificazioni del nervo vago. Se ormai è troppo tardi per ricorrere a questo tipo di intervento, si procede all'asportazione di uno o due terzi del povero stomaco. Ciò che non esiste più non può provocare dolore: ma questa, purtroppo, è una logica tanto semplice quanto miope, poiché in uno stomaco di dimensioni tanto ridotte insorgeranno presto problemi di digestione. Tutti questi interventi sono rivolti esclusivamente al corpo. I sintomi vengono infatti trattati solo sul piano fisico, cioè su quello orizzontale. L'alternativa consisterebbe invece nell'indirizzarli al piano verticale: dal piano del corpo a quello della psiche fino a raggiungere quello dello spirito. Però, per trasferirli da un piano di bassa frequenza vibratoria ad uno ad alta frequenza, è necessario disporre di energia prodotta dal paziente stesso. Il dottore può svolgere soltanto il ruolo di catalizzatore2. Con impegno cosciente è possibile studiare i dolori allo stomaco in base alle loro radici psicologiche. Che cosa preme sullo stomaco, quale cosa indigesta viene inghiottita, che cosa porta a questo gesto di auto-lacerazione che provoca poi un'ulcera gastrica? Analizzando con cura sentimenti ed emozioni è possibile individuare ed elaborare i modelli di consapevolezza coinvolti. Questo spostamento dei sintomi al piano verticale ha il vantaggio di non provocare la comparsa di altri sintomi, ma al contrario li elimina. Ai piani orizzontali del corpo e dell'anima, o spirito, posti uno al di sopra dell'altro, corrispondono le sfere della forma e del contenuto. Il corpo corrisponde alla forma, mentre l'anima, o spirito, al contenuto. Per la religione e l'esoterismo questo parallelismo appare logico, per le scienze naturali è un concetto sconosciuto. Nell'antichità ogni forma, e di conseguenza ogni oggetto, erano visti come la manifestazione dell'idea che ne stava alla base. Del resto anche Goethe affermava: "Ogni cosa transitoria è soltanto un simbolo". In molti campi dell'attività umana, dall'arte alla tecnica, il rapporto tra forma e contenuto è ancora oggi evidente. Noi valutiamo una scultura di Michelangelo per quello che ci comunica. Per quanto importante possa essere il materiale, esso passa sempre in secondo piano rispetto al contenuto. Ogni volta che si accende il segnale d'allarme di uno strumento tecnico, andiamo alla ricerca delle cause che determinano tale fenomeno, vogliamo sapere cosa significhi quella luce. Quando invece è il corpo ad esprimere dolorosi segnali d'allarme, molti cercano di eliminarli semplicemente con delle pillole senza preoccuparsi di individuarne le cause profonde. Perché proprio i segnali del corpo non dovrebbero avere un significato preciso? La nostra salute ne guadagnerebbe se solo le riservassimo le cure coscienziose che prestiamo a una qualsiasi macchina. L'esempio che segue può aiutarci a chiarire il rapporto che esiste tra la medicina scientifica e quella interpretativa. Supponiamo che un nostro conoscente, al quale sia stato chiesto di esprimere un giudizio su una nuovissima opera teatrale, risponda in questo modo: "Il palcoscenico misurava 8 metri per 4 ed era alto 2. C'erano 14 attori, di cui 8 erano donne e 6 uomini. I costumi erano stati confezionati con 86 metri di lino e 45 metri di seta, 35 riflettori illuminavano la scena, ecc.". Una risposta del genere non ci soddisferebbe affatto, eppure apprezziamo moltissimo il medico che dopo accurati esami ci comunica un'interminabile serie di fatti e di dati sul nostro corpo. Un tale medico si limita all'aspetto esteriore della situazione e lascia il suo paziente senza risposte precise. Soltanto quando, alla fine della lunga enumerazione dei risultati e dei dati accertati, dice per esempio: "Tutto ciò si chiama polmonite", il paziente capisce qualcosa di più. Adesso il medico ha interpretato le sue cifre e i suoi dati e le sue dichiarazioni assumono finalmente un significato agli occhi del paziente. In questo modo tuttavia la nostra diagnosi fa pochi passi avanti. Solo chiedendoci cosa significhi la polmonite, riusciremo ad avanzare sulla strada del significato ed è solo in questo modo che potremo esaminare la situazione ad ogni livello. Il polmone è l'organo che presiede allo scambio dei gas; col suo aiuto inoltre riusciamo a comunicare, poiché il linguaggio si articola grazie all'espirazione. Noi tutti respiriamo la stessa aria e per questo grazie ai nostri polmoni siamo in contatto gli uni con gli altri. All'interno del corpo, questi due organi mettono in comunicazione la parte destra e quella sinistra, proprio come la respirazione collega conscio e inconscio. Nessun'altra funzione organica ha altrettanta importanza a questi due livelli. I polmoni quindi ci pongono di fronte al problema vero e proprio, che è quello del contatto e della comunicazione. L'infiammazione, come la medicina tradizionale mostra chiaramente, è un conflitto armato, una lotta che si svolge nel tessuto organico. Gli anticorpi combattono contro i virus, ci si arma, si lotta, si muore, si vince. La polmonite quindi incarna un conflitto a livello di comunicazione. Questa interpretazione ci fa compiere qualche passo avanti, però bisogna procedere oltre: perché tutto questo avviene, perché proprio a me, perché proprio ora? Che cosa mi impedisce, a che cosa mi spinge? Certamente si può arrivare a un'interpretazione adeguata soltanto prendendo in considerazione la situazione individuale e la sintomatologia specifica del caso. L'interpretazione delle diagnosi, se fatta velocemente come spesso accade, serve solo a gettare fumo negli occhi, come le diagnosi stesse. Tuttavia effettuarla ha sempre senso, anche quando le diagnosi sono soltanto piccole tessere del grande mosaico della malattia globale. Se sono formulate in latino o in inglese, è consigliabile farne subito la traduzione. Il nome "sclerosi multipla" significa "irrigidimento multiplo": una traduzione che getta senz'altro un po' di luce sul quadro stesso della malattia. Altre diagnosi perdono, nella traduzione, il loro aspetto pauroso. I pazienti colti da panico di fronte al "verdetto" PCP3 potranno farsi coraggio semplicemente leggendo la spiegazione di questa sigla: Primaria (= iniziale) Cronica (= a decorso lento e continuo) Poli (= molteplice) Artrite (= infiammazione delle articolazioni). Per una diagnosi del genere non avrebbero neppure avuto bisogno del medico: lo sanno da soli che la loro malattia si è propagata lentamente e consiste in un'infiammazione delle articolazioni! Se confrontiamo forma e contenuto, l'importanza di entram bi è immediatamente evidente. Senza palcoscenico e senza attori un'opera teatrale perde tutto il suo significato, senza costumi risulterebbe come minimo spiacevole, e senza illuminazione il significato rimarrebbe oscuro. Tutti questi elementi hanno la loro importanza, ma non sono tutto. Lo stesso avviene con i dati e le diagnosi corporee, che sono indispensabili nella descrizione degli aspetti esteriori e rappresentano un valido punto di partenza, permettendoci di compiere il primo passo e diventando la premessa per il secondo, rappresentato dalla ricerca del significato. Però naturalmente non lo sostituiscono. La medicina tradizionale offre di conseguenza una base importante e attraverso la medicina interpretativa amplia notevolmente le proprie possibilità. Da parte nostra non abbiamo alcun rimprovero da fare: entrambe queste scuole si basano sul corpo, ma i loro campi di azione si collocano su piani diversi. La medicina tradizionale infatti si limita al corpo e nel cam po delle "riparazioni" raggiunge spesso risultati eccezionali. Essa ha di recente ceduto la cura dell'anima alla psicologia e, prima ancora, quella dello spirito alla teologia.


20.11.2010

Descrizione tratta da una tesi di un dottorando in osteopatia,che fa riflettere anche chi nega l'evidenza. "Come già evidenziato nel dolore fisico, le emozioni coinvolgono il sistema limbico del cervello che ci consentono di esperimentare diversi tipi di emozioni, per esempio: rabbia, paura, desiderio sessuale, piacere e dolore. Per causare le normali espressioni delle emozioni devono funzionare anche altre parti della corteccia senza l'influenza delle quali possono esserci delle reazioni anormali ed incontrollabili...
....qualora il dolore psicologico resti a livello non cosciente e quindi non elaborato, ci possono essere delle sovrapposizioni a livello psicosomatico, che nel tempo lasciano segni evidenti nella struttura fisica e comportamentale della persona come ad esempio: dolori alla schiena, pesantezza alle gambe, problema nella deglutizione, dolori di testa, spossatezza, irrequietezza, insonnia, isolamento, etc.
In questa situazione si rischia spesso di dimenticare il dolore psicologico tanto da viverlo ad un livello secondario, prendendo in considerazione esclusivamente il dolore fisico, che potrebbe avere il sopravvento e diventare un dolore cronico patologico fino alla vera e propria malattia.
Le emozioni troppo dolorose ed escluse dalla consapevolezza con qualche modalità difensiva, sono nella vita come dei debiti non pagati da cui le persone si scollegano cercando di non sentire il dolore o stando male in modo superficiale ed irrazionale (depressione, senso di colpa, senso di oppressione, reazioni psicosomatiche etc.).
Il dolore, pur costituendo uno dei "colori" fondamentali dell'esperienza umana è una emozione "scomoda" che non si impara ad affrontare fin dall'infanzia e si continua ad evitare anche da adulti. L'esperienza e l'espressione autentica del dolore psicologico non rientra nel modo in cui normalmente le persone affrontano la loro esistenza.
Il dolore è la risposta emozionale ad una circostanza in cui si riscontra una mancanza o una perdita, come già riferito. Il dolore nella sua espressione immediata, semplice e non difensiva è riconducibile all'espressione "vorrei, ma non è possibile" (stare con la persona amata, vivere una certa realtà etc.). Nel dolore non c'è "tensione" come nella rabbia, o "allarme" come nella paura, ma una semplice adesione morbida, limpida alla realtà che si traduce in uno stato fisiologico e psicologico di resa."

21.11.2010 
La base emotiva di un individuo Il verificarsi di un qualsiasi evento (naturale, personale o sociale) obbliga la mente a cercare nella memoria dell'individuo, l'associazione corrispondente, che innanzitutto riproporrà all'individuo la sensazione emotiva che vi è stata associata nel passato; se è positiva, l'associazione viene confermata al cervello sotto forma di sensazione piacevole, mentre se è negativa genera una sensazione di sofferenza e quindi di rifiuto.Per superare questi automatismi l'individuo deve rielaborare le associazioni presenti nella memoria, al fine di liberarle dalla sensazione spiacevole che gli eventi del passato gli hanno associato. Scopo della psicoterapia è di promuovere il cambiamento (cioè il distacco delle emozioni spiacevoli associate all'evento che alla base del trauma), attraverso l'individuazione delle associazioni negative interiorizzate, evidenziando il riconoscimento della loro inattualità. Quindi, le memorie situate nella corteccia cerebrale, sono funzioni psichiche dinamiche che integrano una componente cognitiva ed una emotiva. Queste memorie, se vengono attivate in automatico dalla mente (per esempio attraverso il pensiero) si potenziano; mentre per modificarsi in positivo devono essere riscritte, attraverso il ricordo, cioè devono essere rivissute a livello cosciente, in modo da scaricarle dalla tensione emotiva negativa che gli era stata associata nel passato. Se durante la sua crescita, l'individo non sviluppa una capacità cognitiva, dotata di una adeguata carica volitiva, la rielaborazione delle associazioni presenti nella sua memoria, potrebbe non essere in grado di modificarle in senso positivo e quindi di indurre quella sensazione piacevole, in grado di trasformare le memorie. Con il trascorrere del tempo, le associazioni spiacevoli potrebbero rinforzarsi, fino a diventare invasive, manifestandosi sotto forma di comportamenti discutibili e nei casi più gravi sotto forma di traumi. Il pensiero non necessita della coscienza per funzionare, in quanto è vincolato alle sensazioni corporee ed affettive. Ciò significa che la coscienza non è il Regista dei processi cognitivi, ma un sistema di regolazione che interviene per riorganizzare i processi della mente, in quanto l'attribuzione del significato avviene in modo inconsapevole, per cui la coscienza si limita semplicemente a registrarle. Per questo motivo non riusciamo razionalmente a controllare la simbolizzazione affettiva, che è diversa da quella puramente cognitiva o operativa (per esempio lo svolgere di un compito). Quindi, quello che comunemente viene denominato inconscio, non è il risultato della rimozione o la sede di impulsi primitivi, ma costituisce un sofisticato sistema che non esprime desideri infantili, ma contiene in sé una capacità autoriflessiva di valutazione del raggiungimento dei suoi scopi. La simbolizzazione affettiva, scoperta da Freud, è alla base della psicopatologia e quindi è di fondamentale importanza per la psicoterapia. Le ricerche neuropsicologiche moderne hanno individuato diversi sistemi di simbolizzazione affettiva che operano in parallelo, ventiquattro ore su ventiquattro. Come si costruisce questo bizzarro sistema? Credo che oggi, esprimersi in termini di conscio o inconscio, sia molto riduttivo e superficiale, in quanto la conoscenza sui processi della mente è notevolmente aumentata, rispetto al passato. La nostra realtà può essere descritta meglio in termini di due diversi mondi, quello interno al nostro corpo e quello che è fuori di noi.La comunicazione fra questi due diversi mondi è realizzata da un sistema automatico integrato, denominato Percezione, mediante il quale le informazioni dalla realtà esterna, vengono trasferite nel mondo interiore. Questo sistema è essenzialmente governato da due principali processi:
Sensoriale (che è fisiologico e oggettivo), mediante il quale registriamo informazioni e eventi 
Psicologico (che è soggettivo), mediante il quale assegniamo un valore affettivo ed emotivo agli eventi, al fine di poter interpretare la realtà che ci circonda, in modo soggettivo.
Questi due diversi sistemi, devono reciprocamente integrarsi, al fine di evitare che le esperienze dell'individuo possano creare errate interpretazioni, che potrebbero condurre alla psicopatologia. Durante il primo periodo dell'esistenza, l'esigenza primaria del neonato è di comprendere dove termina il suo corpo e la relativa sfera di azione e dove inizia il resto del mondo che lo circonda. Questo processo di comprensione dovrebbe essere oggettivo, nel senso che la percezione dovrebbe dare informazioni sugli oggetti e sul loro scopo, senza alcuna interpretazione soggettiva. 
Questa forma di apprendimento si basa essenzialmente sulla ripetizione e sulla costruzione di associazioni, che consistono in collegamenti fra due gruppi di informazioni, che insieme determinano una esperienza. Questo insieme di esperienze forniscono al bambino quella conoscenza primaria in grado di fornire il senso della prevedibilità e il controllo del mondo in cui vive. Quindi, nel cervello immaturo del bambino, il processo dell'associazione costituisce la primaria e più diffusa forma di apprendimento. Infatti, il processo di acquisizione delle esperienze essenzialmente, consiste nel confrontare costantemente le nuove informazioni, con le associazioni già presenti nella memoria. Inoltre, per effetto della struttura neurofisiologica del cervello, ogni informazione prima di essere memorizzata nella corteccia (per definire l'aspetto cognitivo), attraversa e stimola il sistema emotivo, che gli associa una sensazione che può essere positiva o negativa, cioè viene integrata nell'esperienza un contenuto emotivo ed affettivo. In realtà è più corretto dire che modula una sensazione che può assumere valori che variano fra un massimo positivo e un massimo negativo. Questo processo di associazione consente all'individuo di creare la sua conoscenza, la prevedibilità e il controllo dell'ambiente in cui vive. La natura di questo processo è caratterizzata da una rigidità al cambiamento, in quanto le nuove esperienze, per essere acquisite, devono necessariamente confrontarsi e integrarsi con le associazioni già presenti in memoria, ciò si traduce (in un certo senso) in una difficolta o sofferenza al cambiamento, specialmente nell'adulto che ha ormai sviluppato una più solida volontà. E' importante che durante lo sviluppo, la mente del bambino sia nei limiti del possibile, libera da condizionamenti e associazioni negative, in modo che le esperienze che si trova a vivere attraverso la sua sensorialità, possano trasformarsi in memorie in grado di esprimere emozioni piacevoli. I pericoli devono essere evidenziati come rischi potenziali, non come eventi terrorizzanti, in modo che il bambino possa apprendere le adeguate soluzioni attraverso percezioni obiettive e associazioni basate sull'esperienza reale, in grado di produrre memorizzazioni piacevoli. In questo modo l'apprendimento consente al l'Io e all'ambiente di dialogare con piacevolezza, in modo che aspetti cognitivi e affettivi possono rafforzarsi reciprocamente. In altri termini, questa forma di apprendimento deve essenzialmente basarsi su una esperienza diretta del bambino, mentre i processi educativi devono guidare l'apprendimento, in quanto le cognizioni staccate dalle emozioni producono nozioni che sono più facilmente soggette all'oblio, mentre le emozioni separate dalle cognizionicausano una emotività che l'individuo non è in grado di controllare. Infine è importante sapere che una stimolazione improvvisa, prolungata e molto intensa obbliga il sistema sensoriale a porsi in uno stato di difesa e a creare memorie negative in grado di produrre il rifiuto; mentre l'assenza di stimolazioni, non producendo sensazioni piacevoli, non eccitano il sistema percettivo. Quindi è di fondamentale importanza promuovere nei bambini la piacevolezza in un ambiente naturale, mediante giochi che consentono di ricercare e riconoscere ciò che lo circonda. Storia di una bambina di nome oho Questa è la storia di una donna che ha dedicato poco tempo alla sua figlia di nome oho , forse è meglio dire che ha quasi sempre ignorato i bisogni di affetto e accudimento della figlia. Successivamente divorzia o forse resta vedova e decide di affidare la figlia, che ha due o tre anni a qualcuno, per un periodo di circa due anni. Durante questo periodo le persone che accudiscono oho cambiano di frequente, per cui viene negata alla bambina la possibilità di crearsi un legame affettivo stabile. 
oho risponde a questa assenza di affettività, con un comportamento irrequieto, il cui fine inconsapevole è probabilmente quello di attirare l'attenzione, ma subisce rimproveri o botte, che lei interpreta come una forma di vile violenza (è come se dicesse: ma come è possibile che non comprendete i miei bisogni affettivi?), tuttavia a volte qualcuno le mostra un'affettività che disorienta emotivamente oho, in quanto la sua mente non è ancora in grado di comprendere il senso di quell'ambiguità. oho non solo non ha vissuto quell'importante fase di condivisione delle emozioni con la figura affettiva di riferimento, ma nel perdere entrambi i genitori che l'avevano grossolanamente accudita, vive un profondo senso dell'abbandono. Questi eventi imprimono, in un cervello immaturo che sta formandosi, convinzioni che successivamente, se rafforzate dalle esperienze si trasformeranno in abitudini, determinando così il temperamento dell'individuo. 
I bambini, per giudicare il mondo delle relazioni affettive e riconoscere le emozioni, utilizzano prevalentemente il sistema emotivo, in cui l'Amigdala svolge un ruolo importante. Progressivamente, con la maturazione del cervello, le modalità istintive di elaborazione delle situazioni emotive, si integrano con quelle razionali controllata dalla Corteccia Frontale. L'adulto può quindi produrre una risposta riflessiva che tiene conto anche del contesto relazionale e sociale, se non è condizionato da esperienze traumatiche infantili. Trascorso il periodo di separazione oho ritorna dalla madre, ma ormai ha smesso di cercare di creare un legame affettivo, per cui mostra un evidente distacco nei confronti della madre. Con il trascorrere del tempo, questo distacco si accentua ulteriormente, in quanto la madre non mostra comprensione nei suoi confronti, perché esasperata, interpreta nel modo sbagliato gli atteggiamenti della figlia. Le esperienze emotive di entrambe, hanno compromesso il loro rapporto e la possibilità di oho di vivere un futuro sereno e felice. Infatti, le esperienze della bambina, hanno contribuito a renderla emotivamente distaccata, depressa, facilmente irritabile, più propensa a manifestare (in forme diverse e in modo più o meno mascherato) odio o malvagità, piuttosto che ad amare. 
La bambina (e successivamente la donna) teme l'eventualità di un legame affettivo, per il timore di rivivere ancora l'angoscia e la rabbia, per cui attiva un meccanismo di difesa che le impedisce di esprimere quel naturale desiderio di intimità, associato al bisogno di affetto. Ciò significa che il suo temperamento potrebbe anche consentirle di innamorarsi, ma le impedisce di poter amare nel tempo, per cui le sue relazioni sentimentali inevitabilmente naufragano, per la sua acquisita incapacità ad entrare in sintonia emotiva con il suo partner. Questa incapacità si manifesta con comportamenti che inducono gli altri ad abbandonarla, in questo modo si ha una replica del copione inscritto nel suo cervello, che le impedisce di riconoscere i suoi errori e favorisce la convinzione che gli altri non la comprendono o che gli uomini sono tutti uguali. La prima reazione a questa storia è di dire: poveretta, che sfigata? Purtroppo, questa storia immaginaria apparentemente al limite del reale, è abbastanza diffusa, anche se spesso le situazioni non sono così evidenti. Ovviamente quanto detto per la donna è valido anche per l'uomo, tuttavia occorre considerare le opportune differenze, dovute alla diversa identità di genere. Come si spiega tutto ciò. In generale nei rapporti, una delle caratteristiche più importante alla base di una relazione è l'intensità dell'emozione; mentre il tipo delle emozioni dipende dallo stato della relazione. Se la relazione è buona, prevale il senso di sicurezza e di gioia; mentre se è presente una minaccia, prevale la gelosia, la rabbia, l'angoscia; infine se la relazione è stata interrotta, prevale il dolore e l'angoscia, cioè ansia, apprensione, paura incomprensibile la cui origine e causa è apparente; per questo appare essere minacciosa, ma non catastrofica. 
Ciò significa che la qualità dell'affetto che i genitori trasmettono ai figli è la base su cui si svilupperà l'amore che la bambina (o il bambino) potrà provare nella vita adulta. Le memorie che si creano durante i primi anni di vita, non sono ricordati come episodi della propria esistenza, ma assumono la forma di convinzioni e di abitudini di come funziona la vita. 
Inoltre, gli eventi che accadono sono interpretati dall'individuo in base a ciò che teme, crede o conosce. Infatti esiste sempre una relazione fra eventi, convinzioni, pensieri, emozioni e comportamenti. Quindi, il modo in cui l'individuo interpreta gli eventi, influenza la sua percezione della realtà e dell'ambiente che lo circonda. Ciò significa che le esperienze degli eventi che accadono a livello psichico, non corrispondono esattamente agli eventi, ma al modo con cui sono stati interpretati dall'individuo. Non è ciò che accade che rende tristi o felici, ma il modo in cui gli eventi sono interpretati. Gli individui quindi, affrontano la loro esistenza, attraverso l'interpretazione di ciò che gli è accaduto. In diversi casi, queste interpretazioni sono il risultato di abitudini automatiche, mentre in altri sono influenzate dall'umore o dalle emozioni. Gli eventi o le esperienze, vissute in modo traumatico, generalmente non vengono elaborate e quindi risolte dall'individuo. La conseguenza di ciò è che il trauma non risolto, si traduce nella necessità a ripeterlo, quasi sempre sotto forma mascherata, in modo da non poter essere riconosciuto dal sistema razionale dell'individuo, che non ricevendo le opportune informazioni non è in grado di esercitare la sua azione correttiva. Il sistema emotivo che interpreta la realtà in modo approsimativo, non moderato dal sistema razionale, obbliga l'individuo a rispondere in modo irrazionale. Nell'esempio ipotizzato il bisogno di amore è stato associato, per l'effetto dell'abbandono, al dolore e all'angoscia, per cui uno stimolo benevole (il bisogno d'amore), viene interpretato dalla mente come se fosse pericoloso o ad alto rischio di trasformarsi in pericoloso. Ciò obbliga il sistema emotivo a reagire, segnalando all'organismo la necessità di attuare una difesa ad una possibile minaccia, per cui per esempio, una semplice ed inoffessiva parola, potrebbe tradursi in una ingiustificata ed inopportuna reazione di rabbia, oppure in atteggiamenti che possono rendere più probabile l'attuazione di comportamenti che tendono a dividere la coppia, piuttosto che unire, in quanto si ha difficolta a saper ascoltare le ragioni degli altri. Come è possibile che un evento spiacevole possa trasformarsi in un ricordo difficile da cancellare? Come già detto, un trauma non risolto, si traduce nella necessità per la mente a ripeterlo. E' noto che la ripetizione è un efficace modo per memorizzare, anche se si apprende qualcosa di errato, in quanto intensifica i segnali, che favoriscono l'aggregazione dei neuroni e la trasformazione di ricordi a breve termine in memorie a lungo termine. Per comprendere questo meccanismo occorre riferirsi alla Legge di Hebb, secondo la quale: quando due neuroni si attivano insieme ripetutamente o quando se ne attiva uno inducendo l'attivazione dell'altro, in entrambi si verificano delle reazioni chimiche, che tendono a rendere più forte il legame fra i due neuroni. In altri termini, due neuroni che si attivano simultaneamente si legano fra loro. Quindi la trasformazione di una memoria a breve termine (in questo caso il trauma non risolto) in una memoria a lungo termine (tratto della personalità) avviene in quanto, un composto chimico nel cervello, la Protein-Chinasi A, si sposta dal corpo cellulare dei neuroni verso il nucleo, dove sono immagazzinati i geni (ovviamente ciò accade solo nei neuroni sollecitati ad aggregarsi, per formare il ricordo). La protein-chinasi A attiva uno specifico gene, che a sua volta produce una proteina, la quale altera la struttura della terminazione nervosa, facendo crescere nuove connessioni tra i neuroni indotti ad associarsi. In questi casi in genere si raddoppiano il numero di connessioni sinaptiche (grosso modo si passa da 1300 a 2700 connessioni). Inoltre, i neuroni presinaptici rilasciano nella sinapsi, una quantità maggiore di neurotrasmettitori, per cui il neurone è ora in grado di inviare un segnale più potente, anche a seguito di stimoli insignificanti. Ciò significa che il trauma psicologico ha modificato la struttura anatomica del cervello, attraverso l'innesco di un processo neurobiologico, che ha prodotto un consolidamento neuroplastico delle connessioni tra i neuroni. 
Un aspetto straordinario della plasticità neuronale è il seguente: se il medesimo neurone dovesse concorrere a formare un ricordo a lungo termine, sulla base di un'abitudine, il numero di connessioni si riduce, passa da 1300 a 850, di cui solo 100 generalmente sono attive. Questo può far comprendere la differenza di intensità che esiste, fra uno stimolo di un ricordo associato ad un trauma, rispetto a quello creato da un'abitudine. Il trauma stressa il cervello, l'abitudine passa quasi inosservata. Come è possibile recuperare un trauma Un individuo può risolvere un trauma se riesce a recuperare l'esistenza emotiva smarrita durante l'infanzia, in modo da poter recuperare il senso del suo Sé reale. Il recupero può avvenire solo attraverso un processo di apprendimento, in quanto il cervello è una struttura dinamica. Non a caso la psicoterapia può essere paragonata ad un processo di apprendimento che, sollecitando l'espressività genica dei neuroni, sblocca i ricordi penosi, slegandoli dalle emozioni a cui si erano associati, consentendo così all'individuo di riconoscere lo stimo come inoffensivo; in altri termini modifica la memoria procedurale dell'individuo. Ciò significa che quando impariamo qualcosa, la mente influenza la trascrizione genetica dei neuroni. Il pensiero può quindi modellare i geni presenti nei neuroni e quindi incidere sull'anatomia cerebrale.(Autore: Antonio Sammartino).


21.11.2010

La guarigione spontanea ( Ranieri Matonte) Il cervello è capace di creare tutte le condizioni necessarie nel rilevare, affrontare e risolvere i disturbi corporei? anche i più gravi?
Sembra proprio di sì e sembra che questo fenomeno possa essere attivato mediante meccanismi immunitari ed adeguate secrezioni.
L'occidente, con il proprio modus pensanti, attribuisce certe guarigioni straordinarie e inspiegabili per la scienza, a fattori miracolistici. 
Definito come guarigione spontanea, in realtà è un fenomeno che inizia ad avere delle risposte da parte della PNEI e che sostanzialmente, sembra attivare alcune sostanze chimiche, i neurotrasmettitori.
PNEI è l'acronimo di psiconeuroendocrinoimmunologia, disciplina che studia le interrelazioni tra psiche, sistema immunitario, endocrino e nervoso, nonché come questi si influenzino vicendevolmente.
Grazie alla PNEI, alla sua scientificità, sono cadute molte teorie tendenti alla frammentazione del essere umano, teorie che hanno trovato spazio, considerazione e protezione da parte della medicina convenzionale.
La liberazione dei neurotrasmettitori avviene continuamente ed è influenzata da innumerevoli fattori: il nostro stato mentale in primis, la tendenza ad essere positivi anche nelle condizioni critiche, lo stile di vita ed il vissuto emotivo.
Cosicché ad esempio, essere diffidenti sulle proprie capacità, possedere uno scarso grado di autostima e di risorse interiori, provoca allo stesso modo dell' uso indiscriminato di farmaci e/o abuso di sostanze nocive un indebolimento del fenomeno dell'autoguarigione.
Da segnalare uno studio effettuato presso L'Harvard Medical School di Boston, pubblicato nel 2002, secondo cui la preghiera ed in particolare la recitazione del rosario ed anche di un mantra ripetuto, avrebbe la capacità di regolarizzare la pressione arteriosa ed il battito cardiaco. In effetti, è dimostrato che queste pratiche tendono ad abbassare il tono del sistema simpatico a favore di una attivazione di quello parasimpatico, predisponendo al rilascio di ormoni quali serotonina, (l'ormone del benessere) dopamina, endorfine, citochine.
Le sostanze neurotrasmettoriali come le citochine, la serotonina attivano le indispensabili difese immunitarie dell'organismo. 
Accanto alle preghiere o ai mantra, la produzione di dette molecole è incrementata dalla capacità reattiva che il nostro corpo è in grado di porre in atto nonché dalla creatività, l'amore, lo sport, il sesso e la pratica di un'arte. 
Processo che verrebbe da dire origina dall'organo più nobile e sconosciuto del corpo umano, il cervello, ed è da esso quindi che deriva la nostra capacità di non ammalarsi.
Mi viene da pensare come sia errato il life style assunto da noi occidentali e l'errata direzione alla quale viene spinta la nostra vita, lontana dall'interiorità, dall'ascolto dei bisogni primari in favore di una esistenza che dire superficiale è un eufemismo. 
Viene allora naturale considerare il sintomo fisico come un cialtrone da debellare ed il corpo che lo manifesta come uno sciocco strumento meccanico da riparare al più presto, veicolo di disservizio e di rallentamento dei ritmi quotidiani. 
Quanta cecità!
Basti pensare che in presenza di sintomi come la febbre o un banale raffreddore, questi sono stroncati immediatamente, assumendo il primo farmaco a portata di mano ed in più attraverso l' automedicazione. Il substrato anatomo – fisiologico dell'autoguarigione
Il potenziale di auto guarigione, sembra si verifichi specificatamente attraverso la mediazione dell'asse ipotalamo-ipofisi – sistema immunitario.
Georg Groddeck, medico e psicoanalista, padre della moderna psicosomatica, all'inizio del '900 descrisse le capacità del corpo umano di ripararsi da sé in seguito a malattia.
Groddeck riteneva che i nodi da sciogliere per sconfiggere la malattia si trovassero nella parte razionale del cervello, la quale doveva essere ridimensionata per permettere all'energia vitale (ES)di emergere e guarirci.
Nel suo bellissimo libro, NASAMECU, acronimo ippocratico di natura sanat medico curat, Groddeck fornisce tutte le indicazioni tendenti a tale scopo.
L'autore dunque rileva che l'autoguarigione sia possibile attraverso il ridimensionamento dell'IO a favore dell'ES, ovvero dell'energia vitale che è presente dentro ognuno di noi e che fa funzionare insieme tutte le cellule, ricostruisce il corpo rinnovandolo continuamente, ci difende dagli attacchi e ci cura. Questo principio, in netto anticipo sui tempi, è una prima forma di lettura "scientifica" la quale propone anche una visione unitaria o come diremmo oggi, olistica dell'uomo. 
L'Es, definibile anche come forza totipotente, viene ostacolata dunque dall'IO. L'IO è figlio di una cultura dominante di superficie, di un'educazione cieca di fronte alle diversità e che ci vuole omologati ed in tendenza con il sistema. L' IO è rafforzato dai luoghi comuni, dalla routine quotidiana e da tutte quelle condizioni che ci spingono verso direzioni innaturali, le quali porteranno, prima o poi verso la malattia.
Ogni malattia rappresenta non solo una lacerazione della propria trama di vita, ma rappresenta un forte appello della nostra intelligenza interiore che altro non chiede di ripristinare l'omeostasi e dunque la salute.
Spesso il disagio è già in sé la soluzione: basterebbe riportare in primo piano i segnali che il corpo invia, ascoltare le sue sensazioni ed esserne maggiormente consapevoli. Tanti segnali vengono ignorati o addirittura soppressi ma, questi sono segnali di denuncia di una disarmonia che va ben oltre il corpo stesso.
La PNEI dimostra scientificamente, ciò che Groddeck teorizzava.
La psiche con i suoi processi, il pensiero, la coscienza, le emozioni sono elementi compresenti in ogni processo nervoso, endocrino ed immunitario. 
Tutto dunque nasce dalla mente, in particolare dall' area limbica, sede delle emozioni e dei comportamenti istintuali.
All'interno dell'area limbica giungono continuamente afferenze da tutti gli organi. 
David Servan – Schereiber dell' Università di Pittsburgh, Pennsylvania, afferma che il " il cervello emotivo" possiede due meccanismi naturali di autoriparazione.
Si tratta di capacità innate di ritrovare l'equilibrio ed il benessere…paragonabile alla cicatrizzazione di una ferita.
Inoltre l'area limbica è la centralina di funzioni vitali come la respirazione, il battito cardiaco, la libido, il sonno, la pressione arteriosa, la secrezione ormonale e la risposta immunitaria.
1. Cosa ostacola il processo di autoguarigione? 
2. Cosa invece lo favorisce? 
3. Alla base dell'effetto placebo, vi è questa risposta?
Sicuramente alla prima domanda si poterebbe rispondere che primo fra tutti, l' ostacolo primario per il nostro guaritore interno è il cervello razionale. 
L'IO, ovverosia le convinzioni, gli schemi mentali e la cerebralità, il ruminìo mentale, il modo di pensare, i falsi obiettivi e/o progetti che ci imponiamo, le credenze e il modo di agire nella realtà ci orientano verso un'operatività rigida, legata a contingenze quotidiane. Ciò promuove un disallineamento tra i due cervelli, generando uno stato di caos e disarmonia del biochimismo corporeo.
Un IO che è incapace di accogliere le sensazioni ed i bisogni reali. 
Il prevalere del cervello razionale sul limbico crea le condizioni per l'instaurarsi di un assetto neurochimico tipico dell'ansia o degli attacchi di panico. 
Quante depressioni, attacchi di panico o stati ansiogeni potrebbero trovare soluzione se soltanto ci si orientasse all'ascolto dei propri bisogni.
Queste comuni manifestazioni psicosomatiche, sono supportate da un'iperattività del sistema nervoso autonomo, in particolare dalla sezione simpatico.
Non solo ansia e attacchi di panico! Stress, forte autocontrollo, producono le stesse molecole le quali indeboliscono il nostro sistema salute.
Cortisolo, (l'ormone dello stress) adrenalina, radicali liberi sono le molecole responsabili, quando prodotte in eccesso e per molto tempo, dell' indebolimento del sistema immunitario, cardiovascolare, gastrointestinale. 
Esse provocano tra l'altro, una riduzione dei globuli bianchi ed anche l'innalzamento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, predisponendo l'uomo ad un aumentato rischio di incappare in frequenti malattie (virali, batteriche)e di innalzare i fattori di rischio di ictus o infarto del miocardio.
E' possibile allontanarsi da questi pericoli, attraverso la "riprogrammazione" della propria attività mentale: essere in sintonia con i propri bisogni e quindi con se stessi, essere liberi di esprimere emozioni, ridere, meditare, vivere una sessualità appagante, coltivare interessi e passioni, essere creativi, dedicarsi allo sport preferito favoriscono la salute, promuovono la crescita dell'autostima del buonumore, dell'empatia. Tre condizioni che il nostro cervello plastico adora e che gli fanno produrre le sostanze della felicità e della salute: endorfine, serotonina, dopamina, citochine, linfochine.
La seconda domanda può trovare risposta dalla teoria esposta dal ricercatore Enzo Soresi. Il ricercatore, autore de il "cervello anarchico" (UTET)propone la tesi dello "shock carismatico".
Con detta tesi, Soresi teorizza sulle remissioni spontanee che alcuni individui hanno comportato durante patologie serissime e conclamate. 
Definiamo cosa è lo shock carismatico; esso è secondo l'autore "un cambiamento profondo dello stato mentale della persona quando incontra un soggetto molto carismatico".
All'interno del libro viene segnalato un caso di un contadino afflitto da melanoma che guarisce dopo un incontro con Madre Teresa di Calcutta.
E' indubbio che l'uomo abbia questa risorsa e la stessa trova testimonianza in questa come in tante altre guarigioni inspiegabili. 
Lo stesso effetto placebo, è ipotizzabile che esso sia riconducibile ad una modificazione biochimica del cervello, generata dalla fiducia riposta nel farmaco da parte del paziente. Evidenze chiare circa l'effetto placebo non ve ne sono, però in letteratura scientifica l'esempio maggiormente significativo è dato dal confronto tra l'attività antidolorifica prodotto dalla morfina con quella prodotta dall'acqua, somministrata in pazienti ignori dello scambio.
I dati ci dicono che la scomparsa del dolore nel campione placebo è del 60%.
Mentre la medicina ufficiale etichetta l'effetto placebo come un processo di autosuggestione, l'auspicio è quello di poter approfondire, conoscere in fondo questo promettente ambito di ricerca e svelare gli intimi e meravigliosi segreti dell'autoguarigione.


30.11.2010

L'approccio psicologico al dolore La presenza di una componente psichica nel dolore risulta evidente già nella sua definizione come "una sgradevole esperienza sensoriale ed emotiva, associata ad un effettivo o potenziale danno tissutale o comunque descritta come tale" fornita dall'Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore (IASP) e in quella di Sherrington "quanto di psichico viene aggiunto a un riflesso protettivo prepotente".Proprio perché il dolore è un'esperienza sia sensoriale sia emotiva in cui le due esperienze si rinforzano a vicenda costituendo un circolo vizioso, risulta talvolta difficile valutare quando e quanto possa essere attribuibile a una condizione fisica e quando e quanto a una condizione psicologica.
Anche per questo risulta difficile differenziare gli aspetti psicologici causati dal dolore da quelli preesistenti nella personalità del paziente e non è stato stabilito se esiste una personalità tipo caratteristica di questo tipo di paziente. In numerosi studi è stata riscontrata una notevole correlazione tra dolore cronico e disturbi psichici dell'asse I del DSM (sindromi cliniche) e tra dolore cronico e disturbi di personalità, nonché una presenza di alterazioni psicopatologiche prima dell'insorgere del dolore in misura più elevata rispetto a quella della popolazione generale.In particolare, il dolore cronico è spesso associato a Disturbo Depressivo Maggiore, Disturbi da Dipendenza o Abuso da Sostanze (analgesici, alcool, sedativi) e Disturbi d'Ansia, con una differenziazione tra uomini (in cui prevalgono Disturbi da Adattamento e Disturbi da Dipendenza o Abuso) e donne (Disturbi Depressivi e Disturbi Somatoformi); tra i disturbi di personalità risultano correlati col dolore l'Antisociale (soprattutto tra i maschi), il Borderline, l'Istrionico (soprattutto per le donne) e il Dipendente.La valutazione delle componenti psicologiche nel dolore
Per valutare la presenza e la rilevanza di fattori psicologici, nel colloquio psicologico occorre indagare i seguenti punti. * Descrizione della sintomatologia e dell'intensità. Al di là delle valutazioni di carattere più prettamente medico circa le eventuali peculiarità nella localizzazione del dolore, nella sua intensità e risposta ai farmaci, occorre che lo psicologo ascolti le modalità con cui il paziente riferisce la propria esperienza dolorosa (ad es. enfatica).
* Storia precedente di dolore e anamnesi medica Se il dolore è il risultato di una somatizzazione, è possibile che il soggetto presenti una storia di malattia (e anche di dolore in altri distretti corporei) piuttosto lunga e precoce e di solito la può raccontare volentieri. 
* Comportamento di malattia. Chi ha un dolore di natura psicogena tende a porre sulle proprie malattie un'enfasi rilevabile non solo dal tono di voce o dalle espressioni usate ma più spesso dalla centralità dell'esperienza di malattia nella sua vita. In apparente contrasto può anche essere rilevato un comportamento di malattia basato inizialmente sulla negazione del problema e sulla trascuratezza: ma il contrasto può essere solo apparente perché proprio la mancata cura del disturbo può causarne il peggioramento fino a che non diventi evidente e credibile anche agli occhi degli altri e fino al punto per cui occorre un intervento o un ricovero o per cui il danno risulta permanente e invalidante.
* Rapporto con i medici e con le terapie. I soggetti con un dolore di natura psicogena spesso persistono a ricercare la terapia farmacologica che possa risolvere i loro problemi, pur non trovandola (e non potendola trovare, trattandosi di un bisogno psicologico), e mostrano un velato risentimento per i medici, descritti quindi come incapaci o incompetenti.
* Relazioni familiari e sociali. Come erano le relazioni prima e dopo la comparsa del dolore? Come hanno reagito familiari e amici al dolore del paziente? E che impatto ha avuto questa sul paziente? Ricorrente è l'esperienza di non sentirsi capiti e compresi, che si unisce al ricevere attenzioni (anche se non sempre positive, come "spinte" e incoraggiamenti a reagire, che fanno aumentare la percezione di non sentirsi capiti).
* Situazioni stressanti. Quando è comparso o si è aggravato il dolore, è accaduto qualcosa di significativo nella vita della persona? In questo caso, occorre anche valutare come il soggetto ha espresso l'emozione relativa, poiché, laddove l'emozione non viene espressa, può incistarsi e trovare espressione nel corpo.
* Cambiamenti successivi alla comparsa del dolore. Come si è modificata la vita della persona? Quali attività ha interrotto? E che impatto emotivo ha avuto questo sulla sua vita? Spesso il dolore, associato a basse aspettative di controllo dello stesso, diventa la "giustificazione" per comportamenti passivi o evitanti rispetto alle attività, rispetto alla quale talvolta esistevano già difficoltà.
* Vantaggi secondari. Chi manifesta un dolore di natura psicogena può aver appreso nella sua storia evolutiva che il miglior modo per ricevere attenzioni o per evitare responsabilità era quello di essere malato e, alla luce di questo, può essersi ammalato più spesso o più a lungo, non simulando di essere ammalato ma somatizzando.
* Processi cognitivi e strategie di coping Al di là di ciò che racconta il soggetto circa la sua storia e i suoi vantaggi secondari, è importante cogliere come lo racconta, cosa pensa del suo dolore (es. presenza di aspettative irrealistiche) e come lo affronta (es. sfiducia e senso di impotenza). 
* L'assessment psicologico del dolore prevede quindi una valutazione dell'influenza del dolore sulla vita del paziente e del ruolo che la componente emotiva gioca eventualmente nel rinforzare il dolore, mentre la presa in carico psicologica riguarda in particolare le valenze affettive e la sofferenza psicologica del paziente, che influiscono sulla patologia algologica o ne sono influenzati.
L'intervento psicologico
A prescindere dall'approccio utilizzato, i punti focali comuni dell'intervento psicologico sul dolore sono i seguenti:
Accogliere il dolore * Attuare un ascolto attivo: non pensare di dovere dare soluzioni immediate
* Favorire la verbalizzazione del pazienteCredere al paziente quando esprime dolore * Non entrare in sfida perché tale modalità blocca la comunicazione e le possibilità di aiuto: questo significa non discutere col paziente quanto il suo dolore sia di origine psichica o organica
* Non banalizzare, non negare, non sdrammatizzare prematuramente la preoccupazione legata al doloreDare senso al dolore * Comprendere il vissuto globale dell'esperienza (perdita, handicap, condanna, ingiustizia)
* Ascoltare le preoccupazioni del paziente
* Permettere l'espressione delle emozioni (paura, tristezza, ansia, rabbia, delusione) con domande dirette sullo stato d'animo, centrate sui vissuti: "che cosa sente, come si sente?".Favorire una comunicazione aperta col paziente e i suoi familiari
L'incertezza e l'insicurezza rispetto al risultato atteso rendono difficile il confronto col dolore e ne diminuiscono la soglia di tolleranza, così come il disaccordo tra i curanti aumenta l'ansia e l'incomprensione (circolo vizioso).
Alberto Vignali



10.12.2010 
Il Distacco Affettivo (Antonio Sammartino)

La tenerezza e l'affetto di un genitore (comportamento affettivo) sono fondamentali per un bambino, specialmente nei primi anni di vita, in quanto gli offrono la possibilità di sperimentare, mediante questa sua prima relazione, un'ampia gamma di esperienze emozionali, sulla cui base costruirà in futuro le sue relazioni interpersonali. A sua volta lo stile di comportamento dei genitori è influenzato dalla personalità e dagli atteggiamenti del bambino.Se il rapporto genitore-figlio si altera o viene precocemente a mancare, è possibile che si generi nel bambino, a causa di una prolungata condizione di non soddisfacimento dei suoi bisogni primari, una carenza emozionale ed affettiva, che potrebbe compromettere il suo successivo sviluppo psicofisico. Nei primi mesi di vita, le esperienze del bambino sono quasi esclusivamente di tipo emotivo, in quanto il sistema percettivo, da un punto di vista psicologico e fisico, è ancora immaturo, per cui il bambino cerca di orientarsi prevalentemente, attraverso l'atteggiamento affettivo della sua principale figura di accudimento.La storia di ViziataViziata è una bambina che ha ricevuto eccessive attenzioni dai suoi genitori, ogni suo presunto desiderio veniva precocemente soddisfatto.Un giorno si verificò un inconveniente che costrinse i genitori ad allontanarsi da Viziata per un certo periodo, durante il quale la bambina cercò spesso inutilmente i suoi genitori. Viziata percepì, questo temporaneo distacco, come un tradimento, si sentiva abbandonata dai suoi genitori. Al loro ritorno, Viziata si rifiutò di andare con loro, perchè diceva di non conoscerli.In realtà, Viziata stava attuando un meccanismo di difesa psicologico, denominato Distacco Emotivo, tipico nei bambini che si sono sentiti traditi e abbandonati, dopo aver vissuto con i loro genitori un intenso rapporto affettivo. Il timore di venir nuovamente abbandonati, può trasformarsi in paura ad amare, che provoca un blocco nei canali affettivi, che induce nel bambino una forma di distacco di sicurezza, il cui fine inconsapevole è, sia di punire il genitore che lo ha abbandonato, sia di mascherare la rabbia nei suoi confronti, in quanto il bambino si è convinto che amare può causare dolore e quindi essere pericoloso, per cui potrebbe decidere incosapevolmente di non investire in un legame affettivo.La storia di TrascuratoTrascurato è un bambino che ha avuto la sventura di nascera da un genitore emotivamente freddo, che dedica poco tempo al figlio. Non gioca mai con Lui e gli nega tutte quelle elementari forme di attenzioni, necessarie per trasmettere amore ed affetto. Inoltre, raramente lo prende in braccio, privandolo quindi anche di quel calore e senso di sicurezza avvolgente che trasmette, il contatto fisico di un abbraccio. Il bambino non si sente importante e quindi amato. Inoltre percepisce il genitore come poco affidabile, incapace di sintonizzarsi emotivamente con Lui e con i suoi vissuti. Il genitore, non potrà mai essere percepito dal figlio, come un punto di riferimento sui cui contare nei momenti di bisogno. Il bambino si sente non compreso e quindi difficilmente racconterà al genitore, le proprie esperienze, paure ed emozioni. Il figlio ha così preso, le distanze dal contesto familiare.Il senso della sicurezzaIl bambino, nel primo periodo della sua esistenza ha bisogno di efficaci stimoli sensoriali, che devono avvenire in un contesto relazionale amorevole e di benessere emotivo, per poter dare un significato positivo alle sue prime fondamentali esperienze relazionali. In altri termini, il bambino ha bisogno di percepire, attraverso le cure equilibrate ed amorevoli del genitore, tenerezza ed affetto per poter acquisire quel senso di benessere e fiducia nelle relazioni, diversamente imparerà a percepire assenza, inadeguatezza, frustrazioni e paure. Infatti, il senso di sicurezza dei bambini si fonda sull'armonia dei legami affettivi con le sue principali figure di accudimento.La sensibilità dei genitori è fondamentale, in quanto esercita un effetto benevole sullo sviluppo delle abilità cognitive e relazionali del bambino, in quanto è attraverso il comportamento emotivo dei genitori, che il bambino apprende a contenere le sue emozioni, piuttosto che ad inglobarle. Inoltre, con il trascorrere dei giorni, i bambini memorizzano le loro numerose sensazioni, sotto forma di emozioni, il cui fine è di fornire un senso a ciò che gli accade.
Infatti, durante i primi anni di vita, sono le sensazioni e le emozioni che guidano il processo di apprendimento, in quanto solo successivamente il bambino inizierà ad utilizzare anche i pensieri e i concetti astratti. Inoltre, l'apprendimento sensoriale, durante questa fase iniziale è estremamente semplice, in quanto il bambino cataloga le sue sensazioni semplicemente come piacevoli o sgradevoli, confortevoli o fastidiose, da rifiutare o da accettare. 
Questa codifica iniziale, condizionerà le sue scelte future, in quanto tutte le sue successive esperienze, prima di essere elaborate dalla mente razionale, saranno sottoposte ad un'approvazione emozionale. Infatti, è dalla combinazione dei contenuti cognitivi, con quelli prodotti dal sistema emotivo, che si forma la soggettività e la stabilizzazione affettiva ed emotiva dell'individuo.Durante questo processo di sviluppo, un attaccamento sicuro del bambino con le sue principali figure di accudimento, lo stimolerà a cercare un costante contatto con il suo mondo interiore, impedendo alla mente di produrre memorie disturbanti, mentre un attaccamento insicuro o ambiguo altera e complica il suo rapporto con le emozioni, che si traduce in una forma di incapacità, in età adulta, nella regolazione dell'umore e della tonalità affettiva. Ciò significa che, l'apprendimento emotivo di un bambino, è fortemente condizionato dal livello e dalla qualità dell'intimità che esiste, con le sue principali figure di accudimento e dalla capacità di queste ultime di riuscire ad interpretare i segnali affettivi e di riconoscere le emozioni dei bambini, al fine di contenerle, evitando di reprimerle o di giudicarle. E' attraverso questo tipo di rapporto che il bambino apprende a dare un giusto valore alle sue sensazioni e ad interpetare, in modo corretto, i sentimenti e le emozioni degli altri.In altri termini, il bambino acquisisce la capacità a penetrare nel suo intimo, che saprà informarlo e aiutarlo a comunicare al mondo esterno, la vera natura dei suoi sentimenti, sia attraverso i comportamenti, sia mediante la gestualità, lo sguardo, il sorriso e l'espressione del viso.Ad esempio, un genitore che non è in grado di contenere la sua rabbia, non potrà mai insegnare al figlio a controllare i suoi stati d'animo, in quanto i bambini piccoli apprendo prevalentemente attraverso il modello comportamentale delle loro principali figure di accudimento.I bambini che sperimentano un legame insicuro con la madre (anche se dovuto ai suoi impegni di lavoro), possono manifestare problemi emotivi e di comportamento. Per questo ed altri motivi oggi la figura padre, ha acquisito una maggiore importanza nei rapporti quotidiani con i figli, per cui dovrebbe assolvere anche a quei compiti di accudimento che in passato erano prerogativa quasi esclusiva delle madri.Quali stili di comportamenti potrebbe indurre il distacco emotivo?Gli stili di comportamento, nelle relazioni sentimentali ed affettive, che potrebbero essere attuati, in questi casi, dal bambino divenuto adulto sono diversi, tuttavia possono essere sintetizzati in Atteggiamenti di Resa, che si traducono in una tendenza ad isolarsi o a mantenere una distanza emotiva, per cui privilegiano la scelta di partner incapaci di manifestare amore ed affetto o al contrario che manifestano una forma di dipendenza affettiva; in Atteggiamenti di Evitamento, che si traduce nell'evitare le relazioni o nello stabilire legami di breve durata; infine in Atteggiamenti di Ipercompensazione, in cui l'individuo irragionevolmente si attende che il partner soddisfi tutti i suoi bisogni.Un modo diverso di difendersi, dal distacco emotivo, potrebbe essere quello di esorcizare il timore indotto dall'attaccamento, focalizzando l'attenzione sulla discontinuità dei legami affettivi, mettendosi costantemente alla prova, al fine di abituarsi al legame affettivo e successivamente alla sua perdita, oppure di cercare in altre persone l'affetto del proprio genitore, per cui il rapporto con il partner non è la ricerca di una esperienza di condivisione affettiva ed emotiva, ma il disperato bisogno di un differente affetto, che impedisce all'individuo anche di avere un rapporto sereno con se stesso .La funzione genitoriale La struttura della personalità dei bambini, si forma prevalentemente sulla base delle loro esperienze vissute all'interno della famiglia. Infatti, se i genitori soddisfano i bisogni dei figli con armonia ed affetto, consento loro di svilupparsi in modo sano, mentre se si prodigono con cure carenti e distorte, possono indurre nel futuro adulto, disturbi della personalità.La maternità nella donna, oltre ad un euforico senso dell'amore prodotto dal variare dei livelli ormonali che rendono possibile il manifestarsi del sentimento di amore verso il nascituro, porta con se una inconsapevole forma di angoscia e di timore, sia per le nuove forme di responsabilità e rinunce che l'evento della maternità comporta, sia perché spesso la donna viene proiettata indietro nel tempo a rivivere le relazioni affettive privilegiate, del suo periodo critico dello sviluppo emotivo e cognitivo, relazioni che hanno condizionato il formarsi dei suoi sistemi comportamentali e affettivi. In un certo senso è come se, si risvegliasse in lei, il desiderio di scoprire cosa gli è mancato a livello affettivo, quando era una bambina, principalmente nei suoi rapporti con la figura di attaccamento (generalmente la madre), in relazione a quelli con il suo partner.Nella donna occorre distinguere, la madre biologica da quella affettiva, la cui funzione dovrebbe essere quella di offrire al figlio, gli strumenti necessari per consentirgli di costruire una sua sana individualità. Ciò significa che, per diventare una buona madre, occorre innanzitutto che la donna abbia costruita una sua solida identità femminile, che generalmente si basa sulla seduttività, sull'intimità (intesa come legame affettivo con il partner), sulla maternità e sulla sua realizzazione sociale; in altri termini, occorre che si senta realizzata innanzitutto come donna e che abbia accettato il suo ruolo biologico e sociale che potrebbe essere, per un lungo periodo, in netto contrasto con la realizzazione del proprio sé.Una madre, in relazione ai bisogni del figlio, può assumere atteggiamenti diversi, proponendosi come un modello che si inserisce fra due posizioni estreme, che generalmente vengono definite come: Madre Adulta e come Madre Bambina.La Madre Adulta, è quella che protegge e aiuta soprattutto nei momenti di bisogno ed è in grado di offrire a suo figlio gli adeguati strumenti di crescita e di indipendenza. E' questa una donna equilibrata che ha soddisfatto i suoi bisogni primari e che ha mantenuto durante la gravidanza e nel periodo successivo alla nascita del figlio, il suo fondamentale ruolo di donna, capace di coinvolgere anche il suo partner nella cura del figlio, in quanto il suo primitivo bisogno di attaccamento è quello di proteggere il figlio e nello stesso tempo di vivere una solida relazione affettivo con il suo partner, non quello di soddisfare le sue irrisolte infantili esigenze emotive.Un probabile segnale di complicazione futura, nella relazioni di coppia e di un atteggiamento non equilibrato nei confronti del figlio, può essere colta nel comportamento della donna, che si isola dedicandosi in modo eccessivo al figlio, che non coinvolge, con atteggiamento sereno, il partner nella cura del figlio; mentre l'uomo dovrebbe avere una maggiore comprensione e tollerabilità alle spinte emotive della moglie, fornire lei un maggior supporto alle paure e ai timori indotti dalle spinte ormonali. Inoltre dovrebbe rendersi più disponibile nello svolgere una parte delle attività che, in periodi di normalità, generalmente svolge la donna, liberandola da quell'eccesso di compiti che potrebbero contribuire ad accentuare la sua fatica e quindi la sua serenità.La nascita di un figlio dovrebbe essere quel fantastico evento in grado di contribuire a consolidare la relazione, piuttosto che trasformarsi nell'inizio della fine dell'intesa sentimentale ed affettiva, sotto la spinta di una infantile e irrazionale emotività.Nell'estremo opposto vi è la Madre Bambina centrata sui propri bisogni emotivi in cui, il desiderio di un figlio, è l'illusoria speranza di poter realizzare i propri infantili bisogni insoddisfatti di amore e attenzioni. E' questa una madre incapace di offrire al figlio, gli adeguati strumenti psicologici, al fine di consentirgli di acquisire quel senso della fiducia nelle proprie capacità, necessaria per una sua equilibrata e sana crescita psicologica. E' questa una madre che, in quanto sospinta dai suoi insoddisfatti desideri, ingloba, inprigiona e trasforma suo figlio, privandolo del diritto di poter crescere secondo le sue personali inclinazioni. E' questa un modello di Madre Sacrificale che si pone come esempio di madre-perfetta, mentre nella realtà è una donna che è ancora alla ricerca di un infantile affetto e di un proprio bisogno di identità, che non riuscendo a raggiungerlo in modo sano, cerca attraverso il sacrificio di porsi come guida in grado di illuminare il percorso di crescita del proprio figlio, mentre nella realtà calpesta ed ignora il diritto del figlio di crescere secondo le sue personali aspettative. Spesso queste madri operano, un continuo ricatto affettivo, che si trasforma nei figli, in un patologico senso di colpa che può contribuire a creare nel bambino un Falso Sé, predisponendolo a diverse forme di disturbi emotivi ed affettivi.Diverse donne sono Madri Ansiose, spesso figlie di Madri Insicure, che esagerano in attenzioni nei confronti dei figli, che modificano spesso il loro stile di comportamento, con incoerenza e confusione, sollecitate da rapporti multiformi, a volte anche profondi. Una Madre Affettiva invece trasmette amore, serenità, fiducia, sicurezza, mentre una Madre Emotiva, induce ansia, rabbia, insicurezza e un diffuso senso di malessere psicologico.Nella cultura umana esiste anche un istinto paterno spesso ignorato, in quanto la tradizione, sulla spinta dell'evoluzione, ha assegnato all'uomo il compito di garantire la sopravvivenza economica della famiglia e di aiutare il figlio a staccarsi emotivamente dalla madre, avviandolo verso una esistenza di autosufficienza e indipendenza, in grado di rafforzare il legame affettivo fra genitori e figli.Culturalmente si continua a sostenere che la donna sia dotata di una maggiore attitudine biologica e psicologica, nell'allevamento dei bambini. Questa errata convinzione è uno dei più seri ostacoli verso quell'effettiva parità di diritti e doveri fra uomini e donne, soprattutto nell'accudimento dei figli.Accudire un figlio, non significa, in senso figurativo, cambiargli il pannolinoDalla nascita fino all'adolescenza, i bambini costruiscono il loro sistema comportamentale, mediante modelli operativi interni alla loro mente, che si potenziano durante l'età adulta, sulla base dei processi di ricostruzione delle memorie e delle esperienze affettive vissute con le sue principali figure di attaccamento. Ciò significa che durante la crescita, il bambino, alle sue caratteristiche personali, aggiunge il patrimonio di sicurezza affettiva ed emotiva che ha ricevuto dalla sua famiglia. Questo patrimonio, influirà sulla formazione delle sue future relazioni affettive.Anche l'interpretazione dell'emozioni, non deriva dalla consapevolezza dei propri sentimenti, ma dall'osservazione del comportamento emotivo di altre persone, solo successivamtente il bambino sarà in grado di applicare a se stesso, ciò che ha appreso. Questo tipo di apprendimento è fondamentale per acquisire la capacità sia a fare previsioni corrette sugli stati affettivi dei nostri simili, sia ad aiutarci a decidere come comportarsi con loro.Un genitore non deve suggerire al figlio un modello da imitare, ma deve saper riconoscere le sue conquiste, i suoi successi, in quanto le approvazioni donano sicurezza e costituiscono uno stimolo al potenziamento della creatività e dell'iniziativa. Inoltre deve attribuirgli, gradualmente resposabilità e indipendenza, iniziando dalle cose più semplici, fino a giungere a quelle che richiedono un maggior impegno. Un genitore, nel correggere gli errori del figlio, deve saper valutare le sue iniziative, deve riconoscere i suoi sforzi, deve insegnarli a difendere le sue opinioni, quando lui le ritiene valide, ma nello stesso tempo deve anche insegnargli ad ascoltare e rispettare le idee degli altri, specialmente con il suo esempio.Un genitore, non deve mai ferire la dignità del figlio, prevaricarli o esprimere giudizi negativi, in quanto i bambini sono molto sensibili al giudizio dei genitori. Inoltre deve favorire la vita di relazione del figlio con gli altri bambini, al fine di consentirgli di sviluppare la sua socialità, in modo da avere anche l'opportunità di conoscere come il figlio si esprime nei rapporti con i suoi amici. L'obiettivo è di poter individuare affinità e differenze, al fine di poter comprendere, sulla base del comportamento del figlio, entusiasmi, problemi, dubbi, paure, ecc. ed eventualmente parlarne, in particolar modo quando il bambino fornisce al genitore l'opportunità.E' durante l'infanzia che nel bambino si formano le immagini interne dei genitori e di se stessi. Queste immagini si modellano sulla relazione che il bambino ha con le sue figure di accudimento. In altri termini, sono le esperienze infantili che determinano la personalità adulta, in quanto lo sviluppo del bambino si fonda su un processo di interazione fra le caratteristiche del suo temperamento in rapporto ai fattori ambientali.Il falso senso di Sé Mediante la Proiezione Egoica un individuo cerca di evitare la consapevolezza di una particolare tendenza inconscia (impulso, emozione o sentimento), negandone le proprietà. Ad esempio un individuo, nell'attuare comportamenti ostili, potrebbe negare la propria ostilità, proiettandola all'esterno. In questo modo, percepirà che sono gli altri che l'aggrediscono.L'ostilità proiettata, potrebbe indurre nell'individuo ansia e paure, per evitare le quali, cercherà di identificarsi solo con i comportamenti volontari, mentre tutte le azioni istintive, non ritenendole parte di se, saranno eliminate dalla consapevolezza. In altri termini l'Ego, complesso centrale della consapevolezza, non riuscendo a controllare le sensazioni involontarie, le elimina dalla consapevolezza.L'individuo, molto spesso non è consapevole del proprio essere, in quanto è prevalentemente dominato dai suoi pensieri, emozioni, desideri e reazioni, che tendono a diventare uno stato normale della mente, che spesso si manifesta sotto forma di disagio. La trasformazione della coscienza può avvenire solo attraverso la consapevolezza, unico processo in grado di attenuare il dolore emotivo del passato, al fine di spostare l'attenzione sugli eventi del presente, diversamente potrebbe prevalere nell'individuo l'incoscienza, fonte di negazione di ciò che è.L'individuo è prigioniero della mente, quando i suoi pensieri prevalgono sulla realtàIl prevalere della Mente Egoica, proietta l'individuo in un luogo e in un tempo che è diverso dal presente, gli impedisce di concentrarsi sull'esperienza attuale. E' come se l'individuo, fosse stato rapito dal suo passato o proiettato nel futuro, in quanto incapace di vivere nel presente, ma il presente è di fondamentale importanza in quanto è dove l'individuo esiste. Accettare il presente è l'unico modo per eliminare il risentimento che proietta verso il passato

11.12.2010

LE DIPENDENZE AFFETTIVE


(Dott. Roberto Cavaliere)"Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un'infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo.Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui vorrà cambiar per amor nostro, stiamo amando troppo.Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo."(Robin Norwood- Donne che amano troppo)Il presente articolo è tratto dal sito MALdAMORE che invito a visitare per tutti gli approfondimenti relativi a questo tipo di dipendenzaLa problematica della dipendenza affettiva è abbastanza recente, e si può dire che è nata sull'onta del successo, negli anni '70,di un libro della psicologa americana Robin Norwood "Donne che amano troppo". Ma traccie di tale tipo di dipendenza si possono rinvenire anche prima, ad opera di altri studiosi. Lo psicanalista Fenichel nel 1945 nel libro Trattato di psicanalisi delle nevrosi e psicosi introduceva il termine amoredipendenti ad indicare persone che necessitano dell'amore come altri necessitano del cibo o della droga.Nella dipendenza affettiva, l'amore verso l'altro presenta diverse caratteristiche delle dipendenze in generale, pur presentando, rispetto a quest'ultime una differenza sostanziale: essa si sviluppa nei confronti di una persona e ciò la rende più difficile da riconoscere e da contrastare.Una premessa è d'obbligo: è normale che in una relazione, in particolare durante la fase dell'innamoramento, ci sia un certo grado di dipendenza, il desiderio di "fondersi coll'altro", ma questo desiderio "fusionale" collo stabilizzarsi della relazione tende a scemare. Nella dipendenza affettiva, invece, il desiderio fusionale perdura inalterato nel tempo ed anzi ci si tende a "fondersi nell'altro".Il dipendente dedica completamente tutto sé stesso all'altro, al fine di perseguire esclusivamente il suo benessere e non anche il proprio, come dovrebbe essere in una relazione "sana". I dipendenti affettivi, solitamente donne, nell'amore vedono la risoluzione dei propri problemi, che spesso hanno origini profonde quali "vuoti affettivi" dell'infanzia. Il partner assume il ruolo di un salvatore , egli diventa lo scopo della loro esistenza, la sua assenza anche temporanea da la sensazione al soggetto di non esistere (DuPont, 1998). Chi è affetto da dipendenza affettiva non riese a cogliere ed a beneficiare dell'amore nella sua profondità ed intimità. A causa della paura dell'abbandono, della separazione, della solitudine, si tende a negare i propri desideri e bisogni, ci si "maschera" replicando antichi copioni passati, gli stessi che hanno ostacolato la propria crescita personale.Proprio per questi motivi spesso questo tipo di personalità dipendente si sceglie partner "problematici", portatori a loro volta di altri tipi di dipendenza (droghe, alcol, gioco d'azzardo, ecc...). Ciò sempre al fine di negare i propri bisogni, perchè l'altro ha bisogno di essere aiutato. Ma è un'aiuto "malato" in cui si diventa "codipendenti", anzi si rafforza la dipendenza dell'altro, perchè possa essere sempre "nostro". In questi casi la persona non è assolutamente in grado di uscire da una relazione che egli stesso ammette essere senza speranza, insoddisfacente, umiliante e spesso autodistruttiva. Inoltre sviluppa una vera e propria sintomatologia come ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, maliconia, idee ossessive. Quasi sempre c'e incompatibilità d'anima, mancanza di rispetto, progetti di vita diversi se non opposti, bisogni e desideri che non possono essere condivisi, oltre ad essere poco presenti momenti di unione profonda e di soddisfazione reciproca (vedi anche articolo sulla CODIPENDENZA )Chi è affetto da tale tipo di dipendenza s'identifica con la persona amata. La caratteristica che accomuna tutti i rapporti dei dipendenti da amore è la paura di cambiare. Pieni di timore per ogni cambiamento, essi impediscono lo sviluppo delle capacità individuali e soffocano ogni desiderio e ogni interesse.I dipendenti affettivi sono ossessionati da bisogni irrealizzabili e da aspettative non realistiche. Ritengono che occupandosi sempre dell'altro la loro relazione diventi stabile e durataura. Ma, immancabilmente, le situazioni di delusione e risentimento che si possono verificare li precipitano nella paura che il rapporto non possa essere stabile e duraturo, ed il circolo vizioso riparte, a volte addirittura "amplificato". Non ci si rende conto che l'amore richiede onesta e integrità personale perché l'amore è un accrescimento reciproco, uno scambio reciproco tra persone che si amano.Gli affetti che comportano paura e dipendenza, tipici della dipendenza affettiva, sono invece destinati a distruggere l'amore. Chi soffre di tale dipendenza è così attento a non ferire l'altro, da non rendersi conto che in questo modo finisce col ferire gravemente sé stesso.Spesso, anche se non sempre e necessariamente, la persona amata è irraggiungibile per colui o colei che ne dipende. Anzi, in questi casi si può affermare che la dipendenza si fonda sul rifiuto, anzi, se non ci fosse, paradossalmente, il presunto amore non durerebbe. Infatti la dipendenza si alimenta dal rifiuto, dalla negazione di sè, dal dolore implicito nelle difficoltà e cresce in proporzione inversa alla loro irrisolvibilità. A questo riguardo Interessanti sono anche le considerazioni della psichiatria Marta Selvini Palazzoli. A suo parere quello che incatena nella dipendenza affettiva è l 'Hybris , vale a dire la ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di riuscire prima o poi a farsi amare da chi proprio non vuole saperne di amarci o di amarci nel modo in cui noi pretendiamoIl già citato psicanalista Fenichel è del parere che gli amoredipendenti necessitano enormemente di essere amati nonostante abbiano scarse capacità di amare. Essi elemosinano continuamente dal partner maggior amore ottenendo, però il risultato opposto. Si legano a partner che considerano non adatti a loro, ma nonostante ciò li renda arrabbiati ed infelici non riescono a liberarsi di quest'ultimi.La dipendenza affettiva colpisce, sopratutto il sesso femminile, in tutte le fascie d'età . Sono donne fragili che, alla continua ricerca di un amore che le gratifichi, si sentono inadeguate.Esse hanno difficoltà a prendere coscienza di loro stesse e del loro diritto al proprio benessere che non hanno ancora imparato che amarsi è non amare troppo, che amarsi è poter stare in una relazione senza dipendere e senza elemosinare attenzioni e continue richieste di conferme.Attualmente, la dipendenza affettiva, non è stata classificata come patologia nei vari sistemi diagnostici psichiatrici, come il DSM IV e si cerca di farla rientrare nei vari disturbi contemplati in essi, anche se ricerche svolte in questo campo, come quelle di Giddens, la considerano come un disturbo autonomo. Secondo quest'ultimo la dipendenza presenta alcune specifiche caratteristiche: L'"ebbrezza" (il soggetto affettivamente dipendente prova una sensazione di ebbrezza dalla relazione dei partner, che gli è indispensabile per stare bene). La "dose" - il soggetto affettivamente cerca "dosi" sempre maggiori di presenza e di tempo da spendere insieme al partner. La sua mancanza lo getta in uno stato di prostrazione. Il soggetto esiste solo quando c'è l'altro e non basta il suo pensiero a rassicurarlo, ha bisogno di manifestazioni continue e concrete. L'aumento di questa "dose"non di rado esclude la coppia dal resto del mondo. Se la dipendenza è reciproca la coppia si alimenta di se stessa. L'altro è visto come un' evasione, come l'unica forma di gratificazione della vita. Le normali attività quotidiane sono trascurate quotidianamente. L'unica cosa importante è il tempo trascorso con l'altro perché è la prova della propria esistenza, senza di lui non si esiste, diventa inimmaginabile pensare la propria vita senza l'altro. Tutto ciò rivela un basso grado di autostima, seguito da sentimenti di vergogna e di rimorso. In alcuni momenti si è "lucidi" su questo tipo di relazione con l'altro, s'intuisce che la dipendenza è dannosa ed è necessario farne a meno. Ma subentra la considerazione di essere dipendenti e ciò rafforza il basso livello d'autostima personale e quindi spinge ancora di più verso l'altro che accoglie e perdona, ben felice, talvolta, di possedere. Quindi ogni tentativo di riscatto dalla propria dipendenza muore sul nascere.A queste caratteristiche comune a tutte le dipendenze, elaborate da Giddens, nè aggiungerei, un'altra, non presente nelle altre dipendenze: la PAURA. Paura ossessiva e fobica di perdere la persona amata, che s'alimenta a dismisura ad ogni piccolo segnale negativo che si percepisce. A volte basta rimanere inaspettatamente soli o non ricevere una telefonata per avere paura di un'abbandono definitivo.Inoltre nel soggetto affetto da tale tipo di dipendenza è possibile rintracciare una sorta di ambivalenza affettiva che è riassumibile nella massima del poeta latino Ovidio: "Non posso stare nè con tè, nè senza di tè" . "Non posso stare con tè" per il dolore che si prova in seguito alle umiliazioni, maltrattamenti, tradimenti e quant'altro si subisce. "Non posso stare senza di tè" perchè è indicibile la paura e l'angoscia che si prova al solo pensiero di perdere la persona amata.Riepilogando i sintomi della dipendenza affettiva sono (l'elenco è lungi dall'essere esaustivo):Paura di perdere l'amore
Paura dell'abbandono, della separazione
Paura della solitudine e della distanza
Paura di mostrarsi per quello che si è
Senso di colpa
Senso d'inferiorità nei confronti del partner
Rancore e Rabbia
Coinvolgimento totale e vita sociale limitata
Gelosia e possessività
Vorrei concludere con una mia personale considerazione:Un'amore autentico nasce dall'incontro fra due unità e non due metà.

 



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