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IL MORBO DI PARKINSON E DI ALZHEIMER - news

IL  MORBO  DI  PARKINSON  E  DI  ALZHEIMER
E  IL  PROLUNGARSI  DELLA  VITA

Dott. Marco CASINI

11 marzo 2005
      Queste due malattie colpiscono il sistema nervoso, prevalentemente gli individui anziani e purtroppo entrambe sono molto invalidanti: è praticamente impossibile pensare di gestirle senza la condivisione con altre persone e proprio per questo assumono una valenza di grande impatto sociale.


IL  MORBO  DI  PARKINSON
      Questa malattia fu descritta per la prima volta da James Parkinson nel 1817, nel suo “saggio sulla paralisi agitante”. Essa si manifesta di solito nella seconda metà della vita, l’età media d’inizio infatti è a 55 anni, colpisce un po’ di più gli uomini rispetto alle donne. Non è ancora stata identificata una causa certa, però è stata riscontrata una predisposizione ereditaria anche se limitata ad un 10% dei casi.
      Uno degli aspetti caratteristici di questa malattia sono le sedi anatomiche dove essa esplica i suoi danni definitivi: tra queste desidero ricordare il “locus niger”. È una zona triangolare di colore nero che va costantemente incontro ad una degenerazione, evidente allo studio istologico sin dal lontano 1919. C’è da precisare che sono almeno una decina le sedi di possibili lesioni e questo fa si che vi sia una certa eterogeneità dei quadri clinici, data dai diversi deficit biochimici che si instaurano nei singoli pazienti.
      Generalmente si instaura una deficienza di dopamina che svolge un ruolo fondamentale nel movimento, in agonismo con l’acetilcolina: questa sbilancia l’equilibrio a suo favore e ciò fa si che le normali azioni che compiamo siano disarmoniche.
      L’esordio del Parkinson è insidioso: dolori sparsi, una certa affaticabilità ed una riduzione dell’attività possono indurre a sbagliare la diagnosi. Poi l’insorgenza del tremore chiarifica molto. È un tremore che compare “a riposo”, scompare durante il sonno; le emozioni, la fatica lo facilitano. Si tratta di un tremore regolare al ritmo di 4 \ 8 cicli al secondo e forse il più caratteristico è quello che mima il contar denaro (oppure fare pillole) compiuto dal pollice ed indice di una sola mano.
      Un altro segno indicativo di questa malattia è l’acinesia. Essa consiste nella progressiva rarefazione e lentezza dei movimenti: il malato è obbligato a volere ed a pensare ognuno dei suoi gesti; inoltre scompaiono tutta quella serie di atti che accompagnano il nostro moto, il parlare, il pensare. Il volto diviene una maschera inespressiva, fissa, amimica.
      Il terzo segno contraddistinguente il Parkinson è l’ipertonia: per colpa di quello sbilanciamento biochimico prima descritto, nei muscoli si crea una vera e propria rigidità, una costante resistenza al movimento passivo: si usa chiamarla rigidità a tubo di piombo per descrivere la sensazione di malleabilità che essa evoca.
      Spesso a questi sintomi si possono associare disturbi vegetativi quali l’ipersecrezione sebacea e soprattutto ipersalivazione: rimarrà nei nostri cuori quanto questo segno abbia segnato le apparizioni del Santo Padre Giovanni Paolo II.
      Le cure sono in continua evoluzione: quasi tutte tendono a riequilibrare quella bilancia dopamina\acetilcolina che è alla base del recupero di una normalità. Purtroppo gli effetti benefici di questi nuovi farmaci hanno dei limiti temporali variabili da caso a caso e questo spinge la ricerca verso nuove frontiere, si spera più risolutive.


LA  DEMENZA  DI  ALZHEIMER
      Si deve ad Alois Alzheimer nel 1907, la prima descrizione organizzata di questa forma di demenza senile, sebbene già un secolo prima Fisher avesse riscontrato sul tavolo autoptico quelle alterazioni del cervello (placche senili) che caratterizzano questa malattia.
      Non esistono dati univoci che descrivano la sua esatta eziologia, pertanto si preferisce parlare di fattori di rischio più che di vere e proprie cause scatenanti: l’invecchiamento è il solo fattore di rischio incontestabile e manifesto finora identificato. Tuttavia è altrettanto vero che non basta essere anziani per andare incontro alla demenza: è indiscutibile che vi sia un impoverimento delle cellule neuronali e che il disagio dovuto alle obiettive difficoltà del corpo che invecchia sia un aggravante, ma non è tutto scontato!
      Vi sono alcune ipotesi che potrebbero spiegare l’instaurarsi della malattia, segnalo quella genetica (modello autosomico dominante?), quella tossica (alluminio\silicio?\abuso di analgesici\ fumo?), quella virale (herpes virus?), quella dei radicali liberi (capaci di portare a morte il neurone).
      Di fatto alla fine di tutto c’è un danno biochimico all’interno della cellula nervosa, anzi questo non avviene contemporaneamente in tutto il cervello: inizialmente sono coinvolte la corteccia parietale, la temporale posteriore e la occipitale anteriore; in maniera più globale successivamente saranno interessate tutte le zone rimanenti.
      Il danno biochimico colpisce sicuramente i neuroni che trasmettono i segnali tramite acetilcolina e glutammato e che presiedono i processi della memoria, probabilmente c’è un deficit anche della serotonina a determinarne la compromissione cognitiva. Tutto ciò è importante da un punto di vista terapeutico: molte sono le medicine testate in questi anni per correggere questi deficit; di fatto non è stato ancora trovato un farmaco risolutivo.
      Da un punto di vista clinico vanno distinte tre fasi di evoluzione: la fase prodromica insorge dopo i 45 anni ed è lenta, caratterizzata da sintomi vaghi che fanno di solito dire al paziente “che mi sta succedendo? … – Mi sento strano, come se qualcosa fosse cambiato…”. La vita è quasi normale per il tentativo del paziente di compensare le iniziali anomalie della sfera mnesico\cognitiva, di solito si parla di depressione per spiegare il cambiamento.
      Fase neuropsiachiatrica: è in questo tempo (3 – 6 anni) che di solito il malato giunge alla attenzione di un medico, più facilmente, portato dai conviventi per il comportamento anomalo ingravescente. Progressivamente le tracce più consolidate della memoria svaniscono, fino alla completa perdita del patrimonio mnesico. Inoltre compaiono quelle anomalie psichiche (aggressività – paranoia – fughe notturne etc.) che rendono ancor più tragico sia il vivere che il convivere.
      Fase neurologica: è la fase terminale ed è caratterizzata dall’insorgere di quadri neurologici quali crisi epilettiformi e\o paralisi. La deambulazione è compromessa ed alla fine non si alimenta più quasi come se si volesse lasciar morire.
      È impossibile, a mio avviso, lasciare che la gestione quotidiana di questa malattia ricada sulle spalle del solo coniuge convivente, anche se in perfetto stato fisico: è una situazione complessa che implica la condivisione della famiglia, dello stato e laddove possibile, anche di volontariato laico e parrocchiale. Mi è difficile descrivere a parole lo strazio che questo stato comporti, ma chi ha vissuto in prima persona questa esperienza comprende di cosa stia scrivendo; purtroppo al momento non vi è neanche il conforto di una terapia valida con benefici protratti nel tempo.
(INSERIMENTO  DI  MATERIALE  PROIETTATO  CON  BREVE  COMMENTO)
      La comprensione della vita - fenomeno al quale secondo Monod (1910-1976) hanno contribuito sia il caso sia la necessità - e in particolar modo lo studio del fenomeno dell'autocoscienza è possibile solo se ci si avvale dell'interezza degli strumenti cognitivi dell'uomo, nei quali logica e fantasia s'intrecciano in modo da permettergli di creare scienza e arte. Non credo, quindi, che sia possibile una comprensione dell'uomo e più in generale della realtà che non utilizzi sia l'arte sia la scienza.
      La ricerca sulla demenza tipo Alzheimer si è focalizzata su due proteine: la proteina tau che è essenziale per la struttura e per la funzione neuronale, e la proteina beta-amiloide, presente in tutte le cellule e la cui funzione non è ancora stata chiarita. Vi è, infatti, un dato sorprendente: animali geneticamente modificati che non sintetizzano la proteina beta-amiloide non presentano alterazioni strutturali o funzionali apprezzabili, per cui ci si chiede quale sia la funzione di una proteina sintetizzata pressoché da tutte le cellule della quale però sembra che l'organismo possa farne a meno.
      Questo dato, a mio avviso, è uno dei molti esempi che illustrano come lo studio della biologia assomigli all'aprire scatole cinesi, ognuna delle quali ha complessità maggiore di quella che la contiene.
      Ritornando al problema della neuropatologia della demenza tipo Alzheimer, si è imputata la neurodegenerazione alla sintesi abnorme di queste due proteine, poiché la loro struttura modificata fa sì che esse si aggreghino in ammassi denominati «intrecci neurofibrillari» e «placche senili». I primi si accumulano all'interno dei neuroni, le seconde all'esterno. Gli intrecci neurofibrillari hanno effetti lesivi sulla funzione neuronale, mentre le placche senili hanno prevalentemente effetti neurotossici. Un possibile meccanismo patogenetico è quello illustrato in figura 15.
Figura 15

      Su tale base si sono individuati sia potenziali fattori di rischio e fattori protettivi (figura 16) sia alcuni approcci terapeutici ancora in fase sperimentale (figura 17).
Figura 16


Figura 17

      Vi invito però a diffidare dell'assunzione di troppi farmaci, e a curare invece una sorta di serenità interiore, direi di eudemonia.
      Per quanto riguarda gli interventi terapeutici, piuttosto che limitare con antiossidanti gli effetti dannosi dei radicali liberi consiglierei di ridurne la produzione con diete bilanciate e con l'assunzione di acido folico (approccio n. 6 in figura) visto che, come anche il nostro gruppo ha dimostrato, i livelli di omocisteina e quindi di radicali liberi aumentano sopra la soglia di tollerabilità nei soggetti affetti da morbo di Parkinson e in soggetti colpiti da Alzheimer.
      La relazione fra la causa (placche senili) e l'effetto (demenza di Alzheimer) non è da considerare del tutto provata, in ogni condizione clinica. Bisogna infatti ricordare che alcuni soggetti anziani che avevano una sfera cognitiva integra presentavano egualmente questi aggregati proteici, seppure con minor densità di quella che si riscontra in soggetti dementi.
      Si ha quindi una ulteriore riprova che relazioni biunivoche fra lesioni cerebrali e funzione dei circuiti nervosi non è sempre possibile: talvolta è possibile che vi siano deficit in assenza di lesioni rilevabili istologicamente, come anche è possibile che vi siano lesioni anche imponenti senza deficit apparenti.
      Di fronte a queste incertezze devo sottolineare che il cervello è ancora un continente misterioso del quale abbiamo sinora iniziato a esplorare solo le coste. A riprova di questo assunto riporto una poesia scritta da una giovane donna che aveva subito tre interventi al cervello con lesioni e asportazioni di parenchima in entrambi gli emisferi:

Ascoltami ti prego, ho bisogno di parlare
Concedimi pochi istanti soltanto
Accetta ciò che vivo, ciò che provo
Senza reticenze, senza giudicare.
Ascoltami ti prego, ho bisogno di parlare
Non interrompermi e non cercare di analizzare
Non cercare di violare il mio mondo nascosto
So bene ciò che voglio e fino a dove posso spingermi.

      Mi chiedo se queste parole descrivano un'ultima difesa dell'io, che cerca di salvare la sede recondita ove sopravvive, o il desiderio di quella comunione con l'amato che si basa sul silenzio e l'interpretazione irrazionale dell'altro, interpretazione simile a quella che si fa del messaggio racchiuso in un brano musicale che impone di ascoltare, non per violare un mondo nascosto che comunque non ci appartiene ma per annullare i rigidi confini che sigillano il nostro.
      Vi è ancora da considerare quella condizione che è stata definita «senescenza coronata da successo» o «senescenza ottimale», alla quale tutti aspiriamo. I dati epidemiologici sono molto convincenti: l'uomo potenzialmente può superare il secolo di vita in buona salute (figura 18); anzi, i soggetti che godono di senescenza ottimale hanno uno stato mentale e fisico migliore di quello di un gruppo di soggetti estratti a caso da una popolazione di settantenni.
Figura 18

      Questi dati impongono una revisione delle politiche socio-sanitarie e devono stimolare la ricerca scientifica.
      Sociologi americani hanno anche paventato che il dilatarsi del numero degli anziani con senescenza ottimale possa fare affiorare problemi latenti nella successione dei patrimoni, poiché i figli, talvolta, non sono disposti ad attendere pazientemente la scomparsa dei genitori. Potremmo così avere situazioni che per certi versi richiamano quella di Sofocle che, ormai ottantenne, fu chiamato in giudizio dal figlio che voleva amministrare il suo patrimonio sostenendo l'incapacità d'intendere del padre. Sofocle si difese leggendo L'Edipo a Colono, via di uscita che ovviamente non è percorribile da tutti, e visse e amministrò il suo ingente patrimonio per ben altri dodici anni.


Considerazioni conclusive
      Il compito che attende ogni uomo è l'accettazione del suo destino biologico. Quale premessa a queste considerazioni conclusive pongo il pensiero di Marco Aurelio (II secolo d C) che si può intendere sia come principio informatore della bioetica sia come fonte di riflessioni consolatorie: La Natura conduce colui che accetta i suoi dettami, trascina il riottoso (Marco Aurelio, A me stesso).
      Questa affermazione non nasconde che è arduo per l'uomo accettare il suo destino biologico, ma ho la ferma convinzione che nuovamente arte e scienza possono aiutarlo ad affrontare il compito.
      A tal fine, riesaminerò alcuni dei temi salienti che ho svolto. La filosofia ha meditato sul problema del tempo e sul nostro essere nel tempo, in particolare sulla chiusura del nostro tempo personale: la morte. Su questi due aspetti riporto in forma succinta il pensiero di S. Agostino e di Heidegger.
      S. Agostino (Le Confessioni) ha posto il problema del tempo in relazione con la memoria cogliendone una caratteristica fondamentale: la memoria è custode e creatrice della cognizione del tempo che abbiamo. S. Agostino parla infatti del tempo come distensio animi e afferma che il passato è, attraverso la memoria, presente del passato e il futuro è, attraverso l'attesa, presente del futuro. È interessante notare che questa concezione della memoria è in accordo con i dati della ricerca in psicofisiologia, in quanto si è dimostrato che per le elaborazioni della coscienza il tempo non è un continuum, ma il nostro cervello lo elabora come una serie di atti unitari di coscienza ciascuno della durata di circa 30 millisecondi (E. Pöppel, Time Perception - Handbook of Sensory Physiology VIII, Springer, Berlin, 1978). È la memoria che salda i singoli atti di coscienza fra di loro facendo sì che formino un tutto unico.
      Heidegger (1889-1976) (Sein und Zeit) ha configurato l'essere, e quindi anche la nostra realtà individuale, nel tempo. Osserva quindi che la vita quotidiana è una fuga di fronte alla morte per cercare di dimenticarla, mentre solo riconoscendone il suo carattere incondizionato e insormontabile l'uomo ritrova il suo essere autentico.
      L'uomo, nel momento in cui non si nasconde la realtà della sua morte, deve anche trovare una posizione di equilibrio fra due visioni estreme che, nella nostra cultura, sono rappresentate da un lato dal trionfo della morte e dall'altro lato dall'appassionato pensiero di Leopardi che vede amore e morte come le due sole vie per evadere dall'angusta prigione dell'essere, perché obbligano a darsi totalmente e irrevocabilmente. Al proposito si ricordino gli straordinari versi de I Canti con questa toccante immagine della morte:

Bellissima fanciulla,
dolce a veder, non quale
la si dipinge la codarda gente.


      Inoltre, come osserva Borges, la morte dovrebbe arricchire la nostra interazione con le persone che ci sono care. L'autore argentino scrive: La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può esser l'ultimo; non c'è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto di un sogno. I lutti che non si cancellano sono perciò una ricchezza interiore, perché quei volti, quelle persone ancora ci parlano, e le loro parole ci accompagneranno nei giorni a venire.
      La filosofia ha affrontato il problema del tempo e ha anche più volte tentato di esorcizzare l'angoscia della morte richiamandosi alla ragione (come nel caso degli Stoici) o al sovrannaturale. Vi è, a questo proposito, un passo di Ceronetti (L'occhiale melanconico) nel quale è descritta la solitudine del passaggio da questo mondo al «paese dal quale», come dice Amleto «nessun viaggiatore ha mai fatto ritorno»; Ceronetti avverte il nostro bisogno di affidarci a qualcosa o a qualcuno che ci accompagni: “...se c'è un momento in cui il manifestarsi [degli angeli] è assolutamente necessario, è quello che ci risucchia altrove, extra flammantia moenia mundi...No, in verità un po' prima...Morire sorridendo...ma non voglio psicofarmaci, voglio «più luce».
      Vi è, però, un altro problema che la filosofia non ha trattato, un problema forse ancor più concreto di quello della morte, perché si deve affrontare giorno per giorno per un tempo che ormai si estende per due o tre decadi della nostra vita: il problema dell'invecchiamento, specie di quello cerebrale. A mio avviso esso ha implicazioni filosofiche assai rilevanti per l'uomo e mi chiedo come mai la filosofia non lo abbia ancora debitamente affrontato.
      Questo è un caso, direbbe la psicoanalisi, di «rimozione». Come affrontare razionalmente il problema dell'accettazione del ramo discendente del proprio corso vitale? Forse nulla di meglio che trarre insegnamento da quanto diceva a se stesso il grande Erasmo di fronte al fuggire del tempo, al bilancio sempre amaro che ognuno fa del modo in cui ha impiegato gli anni di vita che gli sono stati concessi e allo smarrimento che può cogliere nel dover affrontare l'ultima parte del corso della propria vita:

... Ma gli anni, gli anni svaniti
come li ho persi? E dove?
Oh, lascia perdere, Erasmo!
Non aprire la strada ai rimpianti.
E quanto al tempo che resta,
chi lo può sapere?
Sia poco, sia molto, tu afferralo.
Non ti curare del resto.

      Dobbiamo anche noi procedere senza rimpianti, non dobbiamo angosciarci con previsioni sul tempo che ci sarà ancora concesso ma, quale che sia la durata di questo, dobbiamo viverlo compiutamente o, per citare Heidegger, dobbiamo realizzare anni di «vita autentica». 

Tratto da: http://digilander.libero.it/sanmattiaapostolo/conferenze/2004_2005/testosintesi/testoconferenza13.htm

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