IL SITO DI UN ITALIANO PAZZO... SVEGLIA IL MONDO - GENIALITA' O PAZZIA ?



IL SITO DI UN ITALIANO PAZZO... 
 SVEGLIA IL MONDO...
..... GENIALITA' O PAZZIA ?



A OGGI 28 FEBBRAIO 2013










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http://www.raymondbard.com/

Grazie a quei pochi che credono che l'apertura mentale non 
sia una pericolosa frattura del cranio e neanche follia ... 

Non rifiutare ciò che non si conosce ancora.... E' apertura Mentale....



SCAMBIO IN NATURA Frase volgare in alcuni ambienti sociali .... Frase ignorata e dimenticata o fatta dimenticare - Raymond Bard Ricercatore privato

Caro lettore....
Prima di continuare.... a leggere...

LO SCAMBIO IN NATURA ....  

Frase volgare in alcuni ambienti sociali ....
Frase  poco usata, ignorata e dimenticata ... o fatta dimenticare....

http://www.raymondbard.com/2013/02/scambio-in-natura-annunci-e-vivo-senza.html


FORSE IL DENARO E' SOLO CARTA ?

 NOI VALIAMO ?
 NOI  CHI SIAMO ?
POSSIAMO CONDIVIDERE LIBERAMENTE  LA NOSTRA VERA RICCHEZZA CON GLI  ALTRI  PERSONALMENTE ?

ADESSO RAGIONIAMO...

IL  DENARO E' SOLO IL MEZZO INTERMEDIARIO DI UN'OPERA INDIVIDUALE .....  

NEI TEMPI REMOTI ERA INDISPENSABILE ...
DATA  L'IMPOSSIBILITA' DI COMUNICAZIONE TRA UOMINI LA DISTANTI,   E  L'IGNORANZA...
(Vi consiglio la ricerca come sono nate le prime banche) 

IN TEMPI REMOTI I FURBI ERANO DAVVERO POCHI... 
MA QUEI POCHI HANNO TROVATO UN MODO INFALLIBILE PER NON LAVORARE E RICAVARE PROFITTI DALL'INTERMEDIAZIONE... 


Questo meccanismo è cosi semplice e automatico che nessuno lo ha mai analizzato bene.... 
 Un esempio?
Siete disposti a pagare per vendere casa un' agenzia di intermediazione immobiliare pagando da 5000 a 9900000....  per pigrizia...
Un altro pigro paga altrettanto per comprarsela.... 
Due domande?
1) Quante ore ci vogliono seduti cliccando su un motore di ricerca per trovarsi una casa?
2) Quante ore di lavoro impegnativo ci vogliono per guadagnare o cercare di risparmiare 5000 o 10.000 euro?

Questo è un banale esempio per far ragionare anche un bambino e farlo preoccupare....
Ma,  vi garantisco che di persona potrei farvi molti  esempi meno semplici e banali , che vi sconvolgerebbero troppo...

Scusatemi ....
Tanto questo è solo un mio punto di vista... 
Nessuna pecora nera è mai riuscita distrarre l'attenzione delle grandi masse.... 
I vostri lupi... organizzano, ordinano e sorvegliano le masse di pecoroni... Con un meccanismo di auto sorveglianza ... (se una pecora cambia colore..... crea per prima disturbo agli altri suoi simili...  e ci penseranno loro a neutralizzarla senza far scomodare i lupi...


Non mi permetterei mai di schifare tutto il nostro denaro accumulato con tanta forza tenacia e rabbia....
Il denaro è potere....
Il denaro è la droga più pericolosa !!!! 
Pensate solo per un minuto quante persone muoiono per interessi economici...

Non vi voglio far odiare il denaro....
 Non avrebbe senso aver  sacrificato le amicizie i sogni gli affetti famigliari la solidarietà e l'amore verso gli altri....  ecc. ecc...

I non mi permetterei mai di manipolare le vostre convinzioni ermetiche e il vostro sogno irraggiungibile di soddisfazione economica....
Ho solo indicato col mio dito una foglia di un albero nascosta in mezzo alla giungla del caos...

Raymond Bard 
Ricercatore di ciò che vi nascondono...




Psicologia dello sport e allenamento della mente - Mental training


Psicologia dello sport e allenamento della mente -  Mental training



L'aspetto psicologico è determinante per un atleta.

 Le tecniche di mental training possono aiutare l'atleta e possono essere un valido aiuto.

 In che modo?


Nelle attività sportive e motorie l'allenamento è il fulcro per il raggiungimento di ogni target che ci si prefigga.
Psicologia dello sport e allenamento della menteSpesso, alla parola allenamento si associa solo l'attività fisica ripetuta con regolarità, costanza e metodo. Ma lo sport non è solo il rendimento del corpo, anzi, si raggiunge la prestazione massimale solo quando mente e corpo sono coordinati, sono tutt'uno. È necessario che corpo e mente vadano di pari passo in un percorso di miglioramento della performance. Se, infatti, è vero che ogni sport e attività fisica richiedono un corpo che funzioni al meglio e che sia abituato (allenato) a rispondere in maniera adeguata agli stimoli allenanti, è anche vero che ogni sport e ogni attività motoria richiedono spiccate capacità di concentrarsi, di gestire le proprie emozioni, di evitare le distrazioni, di tollerare la frustrazione e l'ansia, di riprendersi da una sconfitta e di saper gestire il momento decisivo.
Ad allenare queste ultime funzioni, interviene, con le sue metodologie e i suoi strumenti, la Psicologia dello sport, che si occupa proprio dei processi e delle conseguenze mentali dell'attivita' fisica e sportiva svolta in contesti competitivi, educativi, ricreativi, preventivi o riabilitativi.
L'esordio ufficiale della Psicologia dello Sport in Italia risale al primo Congresso Mondiale sulla Psicologia dello Sport che si svolse nel 1965 a Roma grazie all'impegno del Prof. Ferruccio Antonelli. Nel resto del mondo la sua evoluzione e crescita ha proseguito soprattutto negli USA e nell'Europa del nord.
La Psicologia dello Sport, da sempre, si propone come disciplina che analizza i processi mentali e gli effetti della pratica sportiva direttamente sulla persona, con l'obiettivo di migliorare la strada verso il conseguimento del benessere e della salute per favorire l'incremento della prestazione sportiva.

Le tecniche del Mental Training

Gli strumenti principali utilizzati da questa disciplina sono riconducibili principalmente alle strategie di tipo cognitivo-comportamentale, tra le quali, le più usate sono il goal-setting, le tecniche di imagery e self-talk, le metodiche di autoregolazione dell'arousal, allenamento della concentrazione e gestione dello stress.
La sistematizzazione di queste e di molte altre tecniche, costruisce un vero e proprio programma di allenamento della mente dell'atleta, che impara progressivamente a conoscere sé stesso ed a gestire ed ottimizzare tutte le sue abilità e caratteristiche. In questo senso si definiscono il mental training e lo sport coaching, che rappresentano un vero e proprio allenamento mentale che aiuta l'atleta a potenziare le proprie capacità, nell'assoluto rispetto dell'integrità psicofisica.
Le strategie cognitivo-comportamentali, sviluppate negli anni 70 e tuttora ampiamente utilizzate, mirano a far acquisire all'atleta le abilità di controllare e comprendere i propri processi mentali ed emotivi, partendo dal presupposto che la gestione o la modifica dei processi cognitivi e degli stati emotivi negativi può contribuire al miglioramento della prestazione. Per realizzare i suoi obiettivi, il Mental training interviene sulle funzioni psicologiche determinanti la pratica motoria basandosi sull'elenco delle abilità mentali di base individuate da Martens, nel 1988:

Controllo Arousal (controllo dell'attivazione)

Con il termine arousal è indicata in psicofisiologia l'intensità dell'attivazione fisiologica e comportamentale dell'organismo. Quando l'organismo deve effettuare una prestazione deve attivarsi, cioè mettere in moto una serie di processi caratteristici dello stato di arousal quali l'aumento della vigilanza e dell'attenzione, l'attività dei muscoli che si preparano allo sforzo ed il cuore e i polmoni che si preparano al dispendio di energia. E' di fondamentale importanza per un atleta saper raggiungere e mantenere il livello ottimale di attivazione psicofisiologica richiesto dalla performance, allenandosi con delle semplici tecniche di attivazione o disattivazione secondo le esigenze.

Self-talk (monologo interiore)

Formulare obiettivi e inserirli in una narrazione interna che escluda l'intervento di pensieri intrusivi e distraenti.

Goal-Setting (formulazione degli obiettivi)

Molte volte gli insuccessi di un atleta sono dovuti ad un'inadeguata scala degli obiettivi da perseguire durante il periodo di allenamento, e questa scarsa capacità di pianificare degli specifici standard di abilità da raggiungere in un compito può compromettere l'esito della stagione agonistica. Il Mental Training aiuta l'atleta a scomporre i grandi obiettivi in sub-obiettivi a breve, medio e lungo termine, sufficientemente difficili (e quindi allenanti) ma raggiungibili, mirati al miglioramento graduale della prestazione più che al risultato (spesso imprevedibile).

Gestione Stress (gestione delle emozioni sotto stress)

Lo stato di stress si verifica quando l'atleta percepisce una discrepanza tra la richiesta ambientale (sfida) e le risorse che egli percepisce di avere a disposizione per affrontare la sfida (livello di abilità). Quando le risorse sembrano non bastare l'atleta metterà in gioco strategie di coping non adeguate che non gli permetteranno di superare la sfida. Anche l'allenatore può essere sottoposto a stress ed essere iper o ipo - attivato come i suoi atleti; si renderà quindi necessario adottare delle strategie per abbassare o incrementare il livello di attivazione dell'allenatore e degli atleti per permettere una analisi coerente e veritiera delle richieste stressanti e delle competenze in possesso degli sportivi. Fra le tecniche di gestione dello stress annoveriamo lo Stress Inoculation Training, la desensibilizzazione sistematica (EMDR: eye movement desensibilization and reprocessing) e la ristrutturazione cognitiva.

Abilità attentive (anticipazione e concentrazione)

Con il costrutto di Attenzione, in verità, vengono individuate molte componenti del funzionamento cognitivo. Tra queste alcune tra quelle maggiormente coinvolte e determinanti la performance dell'atleta sono: capacità di anticipazione, capacità di elaborazione dei dati da parte del sistema nervoso, capacità di filtrare le informazioni per trattenere solo quelle rilevanti, capacità di gestione delle emozioni, capacità di restringere ed allargare il focus dell'attenzione, capacità di dirigere l'attenzione all'interno ed all'esterno di sé. La concentrazione, in estrema sintesi, è la capacità di focalizzare l'attenzione su un compito per un determinato periodo di tempo, senza che essa venga distolta da fattori distraenti interni (ad es. pensieri negativi) ed esterni (ad es. il rumore della folla). In questo caso si parla di Focusing. Trattando delle abilità attentive non può essere tralasciato, inoltre, il concetto di "preparazione all'azione" (Holender, 1980) ben distinto dalla concentrazione. Il concetto di anticipazione e gli studi che lo hanno riguardato sostengono che lo scopo di un'azione determina la struttura dell'atto motorio. Qualunque azione motoria è anticipata dalla preparazione cognitiva. Questa competenza anticipatoria è una delle tante capacità che fanno parte dello stile attentivo di una persona.

Imagery (capacità di creare e controllare immagini mentali)

Gli atleti vengono progressivamente allenati alla rappresentazione mentale della propria performance,aiutandosi con stimoli immaginativi che coinvolgono tutti i sensi (sinestesia) e favorendo in questo modo un coinvolgimento emotivo e cognitivo. La capacità di visualizzare comprende alcune attività applicabili allo sport, fra cui l'osservazione di altri atleti in azione (dal vivo o videoregistrati) seguita dalla ripetizione immaginata delle sequenze motorie (allenamento ideomotorio); il passo successivo consisterà nell'esecuzione pratica da parte dell'atleta del movimento prima osservato e poi visualizzato. Allenare la propria capacità immaginativa ha anche un forte valore di allenamento delle capacità di attenzione e concentrazione che trova la sua declinazione nel miglioramento della selettività corticale, come evidenziato da Goleman (2003), infatti l'attenzione funzionante ai suoi migliori stansard "implica piccole aree chiaramente demarcate di eccitamento corticale, circondate da aree di inibizione. Quando si verifica una sbavatura nella demarcazione del cervello di eccitazione e inibizione, c'è un passaggio di eccitazione alle aree cerebrali irrilevanti per il compito del momento. La specificità corticale ben regolata, d'altra parte, caratterizza un funzionamento da svegli ben riposati che permette la flessibilità nell'affrontare le domande ambientali con risposte abili e funzionali. La flessibilità neurologica che sottostà al meccanismo dell'attenzione focalizzata permette all'attivazione cognitiva e neurale di cambiare a seconda delle richieste situazionali fluttuanti".
La tecnica dell'Imagery, preceduta sempre da una breve seduta di rilassamento, viene anche utilizzata prima della gara come momento di concentrazione e di visualizzazione del percorso.

Rilassamento

Le tecniche di rilassamento, come il Training Autogeno o il Rilassamento Progressivo di Jacobson, vengono utilizzate per prendere consapevolezza della tensione muscolare a riposo e in attività (Inventario corporeo), per gestire situazioni ansiogene o stressanti, sono preparatorie a qualsiasi attività immaginativa e rappresentano già, esse stesse un primo passaggio di allenamento delle competenze attentive. Inoltre, nello specifico la tecnica del Training Autogeno, ha il potenziale di funzionare come Metafora che permette di sperimentare quanto, una giusta focalizzazione sulla performance aiuta ad ottenere il risultato che ci si prefigge.

Incremento della motivazione e dell'autostima

L'acquisizione di fiducia in sè è la vera chiave della motivazione: se l'atleta ha fiducia in sè e in quello che è in grado di fare non solo è motivato, ma accresce le sue probabilità di avere successo. Fino a quando l'atleta cercherà solo nell'ambiente esterno di soddisfare i suoi bisogni di sicurezza, stima ed approvazione, la vittoria gli sfuggirà, poichè il suo senso di identità personale sarà dipendente da fattori esterni di cui avrà bisogno. In questo caso in Psicologia di parla di locus of control: un soggetto con locus of control esterno tenderà ad attribuire le cause di tutto ciò che gli accade all'ambiente fuori da sé; al contrario un soggetto con locus of control esterno tenderà ad attribuire la causa di tutto ciò che gli accade a sé stesso. In entrambe i casi l'intervento del Mental Trainer sarà focalizzato a riportare il sentimento dell'atleta in una direzione di self efficacy equilibrata, arrivando alla comprensione che ciò che mi accade è determinato da cause esterne ed interne che si intrecciano dialetticamente. Il vero miglioramento della performance sta nell'avere una buona competenza di analisi e attenzione, che permetta di far individuare tutte le componenti che causano un evento dipendenti da me e saperle migliorare.

Gestione dell'ansia pre-agonistica

La prevenzione ed il trattamento dell'ansia costituiscono uno dei principali problemi e dei maggiori obiettivi della medicina e della psicologia dello sport. L'ansia preagonistica è legata all'imminenza di una competizione particolarmente impegnativa e temuta. Le tecniche di gestione dell'ansia pre-agonistica meggiormente usate sono ad esempio il rilassamento e la desensibilizzazione sistematica, da apprendere sotto la guida dello psicologo dello sport e da esercitare poi autonomamente e regolarmente.

Quando ci si rivolge alle tecniche di Mental Training?

L'allenamento mentale dell'atleta è, quindi, una componente essenziale dell'allenamento sportivo. Senza dubbio si può affermare che un atleta che alleni solo la parte fisica delle sue competenze di performance raggiungerà risultati parziali. Questo il presupposto che fa del Mental Training un pilastro irrinunciabile dell'allenamento motorio dell'atleta che vuole realmente migliorare la sua performance. Esiste una casistica che evidenzia come al Mental Trainer si rivolgano di solito l'allenatore di un Club o di una squadra, lo staff dirigenziale e il singolo atleta, professionista o non. Holm, Beckwith, Ehde e Tinius (1996), hanno dimostrato come un programma comprendente self-talk, imagery e goal-setting, proposto a tennisti di college universitari, contribuisse a determinare una significativa riduzione dell'ansia competitiva. Altri autori, utilizzando programmi di allenamento mentale in diverse discipline sportive, hanno ugualmente riscontrato riduzione dell'ansia e miglioramento della fiducia (Daw e Burton, 1994; Maynard, Smith e Warwick-Evans, 1995; Murphy e Woolfolk, 1987; Weinberg, Seabourne e Jackson, 1981).
Le motivazioni più frequenti per cui è richiesto il Mental Training sono relative ad una posizione in classifica non soddisfacente, difficoltà di attenzione e concentrazione, alla riabilitazione psicofisica del disabile, a rilevanti e controproducenti sintomi riconducibili ad ansia e stress, a problemi di relazione con l'allenatore, o di burn out, di depressione o sintomi psicosomatici dell'atleta, alla vigilia di un importante avvenimento sportivo o ad un semplice desiderio di completare l'allenamento fisico con l'allenamento mentale. Il compito del mental training, in tutti questi casi, è sostenere l'individuo e il gruppo nella gestione delle richieste situazionali dell'attività sportiva, aiutandolo a fronteggiare i problemi sfruttando il proprio bagaglio di conoscenze che possono contribuire al miglioramento della performance e della promozione del benessere e della fitness integrata della persona.
Ultimo aggiornamento dell'articolo: 
I professionisti del fitness

Mio figlio non vuole studiare e non sarà mai nessuno !!! Per quanti secoli ancora ci vogliono nascondere la verità ? di Raymond Bard Ricercatore


Mio figlio non vuole studiare e non sarà mai nessuno !!!

Per quanti secoli ancora ci vogliono nascondere la verità ?

Perchè in questa sociètà i governi vogliono creare dei robot ? che rispondono a comando senza porsi domande e senza avere emozioni ? 


Gli-uomini-robot-esistono-tra-noi.html


Ricordatevi che la natura premia i superdotati Psicofisici pronti alla creazione e alla riproduzione...

Invece chi governa da molto in alto... 
Sta creando  degli stupidi e impotenti robot..



Ecco come istruire da piccoli quelli già predisposti... (i servi minorati celebrali )

Tutto comincia dalla scuola...



L'accademia di quelli che comanderanno gli altri senza coscienza... e senza scrupoli...

Quelli che hanno preso alla lettera ciò che gli hanno insegnato.. senza interconnessioni  neurali ... immaginate il loro emisfero destro e la ghiandola pineale come deserti bui senza lampi elettrici...







LINK: TUTTO SULLA GHIANDOLA PINEALE

Da grandi avranno un bel curriculum per svolgere ruoli di comando... e decidere chi andrà avanti...

Il grande curriculum del super uomo ci dice veramente chi è ?

Le domande di lavoro  ...
Sono quelle  informazioni che il  sistema di educazione convenzionale ci impone come presentazione .. Ma tutti sappiamo che non rispecchiano mai a fondo ciò che è veramente un l'individuo ...   
Molte volte informazioni sono basate su  meritocrazie istituzionali , raccomandazioni e anche di meriti conquistati in cambio di denaro.. Non parlando di molti casi in cui la persona ha conseguito titoli di studio non per proprio volere o per predisposizione.

 Esse non tengono conto delle vere potenzialità di un individuo, del suo vissuto, delle sue doti e di quello che è .......  e  cosa saprà fare veramente..

Cos'è La genialità  
La genialità non si compra ....  
Studiare e capire sono due cose molto diverse...
( Ecco cosa non fa comodo divulgare... Lo studio del cervello umano ci insegna che: "Per studiare cioè imparare a memoria per poi ripetere a pappagallo serve  mediamente un sinapsi neurale da 50 a  1000 neuroni al secondo".)

Mentre per studiare e capire con logica ,  cioè inserendo a ciò che si sta studiando  associazioni di ricordi vissuti , sentimenti , emozioni, e collegamenti logici con altre materie già studiate si attiva  un trasmissione neurale di  sinapsi di oltre 100.000 neuroni al secondo... 
La differenza è enorme !!!
L'immenso interscambio elettrochimico tra questi neuroni  crea nell'individuo  " Il vero bagaglio culturale,  in poche parole....  ciò che legge ,ascolta e osserva gli  gli apre un nuovo mondo.....  migliaia di domande conscie e subconsce .....  quelle domande rimarranno nel nostro database come delle cartelle in un computer e riempite in futuro ... con ciò nulla sparisce nel tempo, anzi nel futuro prolifereranno  facendo nascere idee e teorie geniali  ... 

Adesso i perspicaci avranno capito che sia per lo studio che per la comprensione o consapevolezza di ciò che impariamo ci vogliono diverse doti genetiche...

La legge della dualità  o della compensazione ci insegna che è impossibile possedere i due opposti contemporaneamente...

Avrete capito anche perche il vostro bambino o ragazzo vivace non riesce a concentrarsi nello studio... 
Quando vi diranno che è iperattivo .... rispondete se s'anno cosa vuol dire...
e se s'anno che l'iperattività non è solo fisica ma anche celebrale....

Cioè una mostruosa sinapsi celebrale non può mantenere costante l'attenzione per ore... per una quantità  enorme di informazioni che provengono dall'esterno..

Forse adesso il vostro cervello  .... vi chiederà...   Ma una persona geniale, superdotata di un'enorme capacità celebrale riuscirebbe a studiare a pappagallo per ore ?  senza porsi milioni di domande ? e senza farsi distrarre dall'ambiente esterno?  e magari sforzarsi a capire ciò che non ritiene giusto ?

Questo vi farà capire di non forzare mai i vostri ragazzi a fare ciò per cui non sono predisposti geneticamente ... e invece far leva sulle loro immense possibilità si successo, per quello che s'anno fare meglio degli altri....

Non pretendo che nessuno capisca proprio adesso ....
Capisco, ormai sono secoli che le false convinzioni e false verità vi spingono ad educare robot e non figli...
Ma ciò che ho scritto vi avrà sicuramente elettrizzato e svegliato qualcosa che da domani creerà nuove strade verso il sapere...

http://www.raymondbard.com/p/chi-e-raymond-bard.html


http://www.raymondbard.com/p/cosa-dicono-di-raymond-bard.html



Disponibile per qualsiasi vostra domanda costruttiva...
Raymond bard

scambio in natura - annunci - e vivo senza pagare ed essere pagato




http://cambiavitaveramente.blogspot.it/p/monza-brianza.html?showComment=1361977872429


Chi ama la vita e studia per il benessere altrui ... Non può sopportare l'idea che chi non ha denaro è condannato a soffrire...

Raymond Bard il personal trainer istruttore del benessere a 360 gradi e ricercatore scientifico libero e senza padroni è disponibile anche per chi non può permetterselo economicamente.

Raymond Bard è per lo scambio in natura !!!
Un gesto, un'azione,un oggetto,un'amicizia , un sorriso, pagano più di un maledetto pezzo di carta... Specialmente per chi non li ha.... http://www.raymondbard.com/p/cosa-dicono-di-raymond-bard.html

Se sei nato tigre non poi fare la pecora e se sei nato pecora non puoi fare la tigre devi prima diventare una pecora nera - di Raymond bard Personal Trainer

Se sei nato tigre non poi fare la pecora e se sei nato pecora non puoi fare la tigre devi prima diventare una pecora nera - di Raymond bard Personal Trainer e Ricercatore scientifico libero e senza padroni... 


Oggi è il tuo giorno per cambiare - Non avere fretta - Leggi queste poche parole - di Raymond Bard Ricercatore scientifico libero e senza padroni generosi

 Oggi è il tuo giorno !!!






Non avere fretta .... 
Leggi queste poche parole .....
Poi se cambia qualcosa in tè allora  bene.......

Se non cambia assolutamente niente........ 
O trovi stupide e inutili  queste poche e semplici parole......

Sei libero di sciegliere la tua vita.....   

Riprendendo già da subito la tua ansiosa corsa verso l'obbiettivo irrangiungibile che le tue convinzioni... ti dettano....



Se siete avvivati a questo paragrafo vuol dire che siete curiosi o interessati...

Non è la stessa cosa..... 
ma vi è una crescita in tutti e due i casi...









Ho voluto creare un gruppo/evento su Facebook per capire le intenzioni delle persone verso un cambiamento....

CHE IL 2013 SIA UN ANNO DI PULIZIA DI TUTTE LE PERSONE NEGATIVE -

Il cambiamento interplanetario è in grandissima fase di espansione come il cambiamento neuro psico somatico che è in noi....  Ecco  la spiegazione della crescita delle malattie nervose e muscolo articolari....  


Il cambiamento è già avvenuto....  nel suo espandersi raccogliera i suoi consensi e il numero dei partecipanti !!!


Fotunatamente o sfortunatamente noi siamo dotati del libero arbitrio.

 
Vedi , scopri , conosci , costruisci, crei , distruggi, vivi o ti ammazzi  solo per tua scelta !!! 


Certamente un sistema organizzativo superiore non funzionante (i governatori) e un ambiente sociale ostile e povero di emozioni interpersonali .....  
Ti condizione parecchio nelle scelte verso  la lotta , la sofferenza, la malattia e la morte.

Se crediamo in un mondo migliore ...

Lo creiamo e nella nostra mente e lei lo proietterà nella nostra realtà 
Solo allora potremmo viverla creandoci un nuovo mondo cancellando le vecchie convinzioni che ci hanno infilato in mente gli stregoni schiavisti..... 



In questo gruppo:
 https://www.facebook.com/events/430021300400345/




 INVITARE I TUOI AMICI NON COSTA NIENTE....       IL VANTAGGIO è QUELLO DI SAPERE SE SONO PERSONE COSTRUTTIVE E DISTRUTTIVE  O FANNO PARTE DELLA TERZA CATEGORIA....  SUPERFICIALI PERDITEMPO  !!!!!     CONDIVIDI E SAPRAI CHI TI SEGUE ....

PER IL MOMENTO (in data 27 febbraio 2013) CI SONO  1079 INVITATI  E 150 PARTECIPANTI.... 52 INDECISI !!!!!!   


IN QUESTO MODO AVRETE UNA PERCENTUALE DI QUELLI CHE IN QUESTA VITA PREFERISCONO DORMIRE..... O STARE SVEGLI PERCHE' LA SITUAZIONE LI METTE IN CONDIZIONE FAVOREVOLE CONFRONTO A CHI SOFFRE PER UNA VITA BASATA SULL'EGOISMO E IL PROFITTO AD OGNI COSTO.....    
IO RAYMOND BARD NON HO PAURA DI FARMI TANTI NEMICI....
 PREFERISCO POCHI AMICI BUONI.....

  IL MIO DETTO DICE:  VIVI CON I TUOI SIMILI E TROVERAI LA FELICITA'.....      SE NON LI HAI ANCORA TROVATI INCAMMINATI AL PIU' PRESTO !!!! 

Se questo articolo è stato di vostro gradimento abbiate la pazienza e la soddisfazione di contribuire ......  commentando con 2 parole e condividendo ...
Grazie Raymond Bard  Personal Trainer e Ricercatore scientifico del  Benessere nella sua totalità ... libero e senza padroni...



Un grande potere dentro di noi. Cos'è l'intuito? Se pensi che sia l'istinto ti conviene leggere questo articolo - Di Chiara Bardoni

Un grande potere dentro di noi.

Cos'è l'intuito? 

Se pensi che l'intuito è l'istinto,
ti conviene leggere questo articolo...
 Di  Chiara Bardoni
 
C'é un altro modo di pensare, decidere e fare le nostre scelte: ascoltare il proprio intuito.

 L'intuito ci guida e ci dà continuamente indicazioni per procedere nel modo giusto quando si tratta di prendere una decisione o di fare una scelta.
Sappiamo per esperienza che è inutile continuare a ragionarci: un'idea arriva nei modi più diversi. Di norma, infatti, la logica e la razionalità intervengono in una prima fase, per analizzare e raccogliere informazioni. Quando ci troviamo ad affrontare un probblema complesso, è l'intuito che ci consente di indentificare rapidamente, magari sulla base di dettagli apparentementi secondari, quali sono gli elementi che portano alla soluzione.
Art Fry, ricercatore della 3M, cantava nel coro della chiesa. Per ritrovare le pagine degli inni, era solito inserire nel libro dei foglietti come segnalibri. spesso, però, aprendo il libro i foglietti volavano via. Un giorno ebbe l'illuminazione: si ricordo di una colla, che era stata scartata perché non asciugava praticamente mai. Proprio quello che gli serviva! Era il 1980. Erano nati i post-it.
L'intuito è una dote naturale che hanno tutti, e come ogni altra abilità può essere migliorata con la pratica e l'esercizio.
AI CONFINI DELL'INTUIZIONE
L'intuizione è la capacità d'intuire; disposizione naturale a cogliere prontamente e con chiarezza la soluzione di un probblema teorico o pratico.
Il suo atto (Intuire) è quello di:
• cogliere l'essenza di qualcosa mediante intuizione;
• afferrare direttamente con l'intuito una realtà non evidente.
Possiamo dire di spere che in quella casa c'è proprio una persona perché vediamo la persona o udiamo la sua voce all'interno della casa (esempio di conoscenza attraverso i sensi); oppure possiamo dire di capire che quella persona è in quella casa perché vediamo un suo oggetto come il cappotto (esempio di conoscenza per mezzo di un ragionamento logico-razionale). Intuire che qualcuno sia in casa significa saperlo senza visto o sentito, o aver compiuto un minimo ragionamento.
La creatività è precisamente un'intuizione, un'intuizione su qualcosa di nuovo, che ancora non esiste nella realtà.
Mario Moretti Polegato, durante un viaggio in Nevada, infastidito dal surriscaldamento dei piedi causato dalle scarpe con le suole di gomma, istintivamente praticò dei fori su entrambe le suole delle scarpe. Successivamente egli svilupò la sua intuizione tramite una picccola azienda di calzature, e da li creaò la prima "scarpa che respira".
L'uomo ha costruito edifici, ponti, piramidi e torri ben prima che Newton scoprisse la gravità, quindi, il come funzione l'intuito potrebbe rimanere a lungo un mistero, mentre nessun dubbio può esserci sul fatto che funzioni realmente.
INTUITIVI SI NASCE E SI DIVENTA
L'intuito è a tutti gli effetti una dote naturale, nel senso che tutti ne siamo naturalmente provvisti. Forse alcune persone possono essere, per così dire, maggiormente dotati di altre. Ognuno di noi potrebbe raccontare un'esperienza personale nella quale ha intuito correttamente qualcosa.
Quante volte ci è capitato di pensare a una persona, magari di cui non abbiamo notizie da tanto tempo, quando il telefono squilla e... è proprio lei!? Oppure di addormentarci la sera con un probblema o una domanda in testa e di svegliarci il mattino dopo con la soluzione?.
I cosiddetti intuitivi per natura, a volte anche loro falliscono, ma per loro un errore non mette in dubbio la capacità che sono convinti di avere, così alla prima occasione ci ritentano. Pensiamoci. si possono fare errori anche seguendo la logica e la razionalità, ma nessuno si scompone quando questo accade e così torniamo subito a utilizzarla. Queste persone (intuitive) hanno avuto la fortuna di crescere in un contesto familiare in cui era ritenuto normale possedere questo tipo di capacità. Essi non sono in grado di dire come agiscono, perchè lo fanno spontaneamente e quasi sempre in modo inconsapevole.
E' il caso di due campioni di tennis: Peter e Andre. Chiedendo loro di spiegare il segreto di un loro gesto atletico nel quale sono eccellenti (il dritto), danno spiegazioni che non corrispondono a quello che in realtà fanno e che può essere verificato guardando i filmati di gioco.
Per poter accedere più facilmente a queste capacità che già possiedi, bisogna conoscere le tre chiavi dell'intuito: le convinzioni, lo stato mentale e le tecniche.
LE CONVINZIONI
Le convinzioni sono pensieri collegati a una sensazione di certezze che influenzano il nostro modo di agire.
Genitori, famiglia, insegnanti... Molto spesso, anche senza esserne consapevoli, assumono e danno per scontato convizioni che gli hanno trasmesso altri, senza mai metterle in discussione e senza chiedersi se siano davvero utili. Tutti i più grandi studiosi di questo campo sostengono che questi pensieri determinano anche i nostri limiti. Quello che pensiamo che vada fatto o che possiamo fare lo facciamo, quello che pensiamo che non possiamo fare non lo facciamo, e non andiamo oltre. Per poter cominciare a lavorare con l'intuito, è necessario superare tutte le convinzioni riguardo l'intuito.
Se si comincia a vedere, udire e sentire cose dissimili da quelle alle quali siamo abituati, si comincia a pensare anche a qualcosa di diverso. Nello sviluppo dell'intuito si utilizza l'autosuggestione: "l'intuito mi consente di fare buone cose", "l'intuito mi ha sempre aiutato".
LA SECONDA CHIAVE: LO STATO MENTALE
Il nostro cervello, produce onde elettriche di diversa frequenza:
• onde Beta dai 14 ai 30 hertz
• onde Alfa dagli 8 ai 13 Hz
• onde Theta dai 4 ai 7 Hz
• onde Delta da 1 a 3 Hz
Le onde Beta sono caratteristiche dello stato di veglia, mentre le onde Alfa e Thenta sono collegate a stati di sempre maggiore rilassamento, le onde Delta al sonno profondo. In stato Alfa, vigile ma rilassato, ha luogo la maggior parte dei processi intuitivi e creativi. Quindi, per entrare in uno stato intuitivo, è necessario rilassare il corpo e la mente.
LA TERZA CHIAVE: LE TECNICHE
La tecnica non è altro che un modo per ottenere risultati in maniera sistematica.
Quando ci viene fatta una domanda e rispondiamo spontaneamente in modo intuitivo, quello che accade è che, subito dopo la domanda, arriva un'immagine, una parola, una sensazione alla quale cerchiamo di dare un senso in relazione alla domanda iniziale.
Questo processo può essere scomposto in tre fasi:
STIMOLO è la domanda, o un pensiero, un interrogativo interiore, qualcosa su cui stiamo riflettendo.
RISPOSTA è costituita in genere da rappresentazioni interne (immagini, suoni, sensazioni)
SINTESI è il modo in cui mettiamo in relazione l'impressione sensoriale con la questione, in genere corrisponde a un'elaborazione della risposta.
Il finanziere americano George Soros, benché considerato uno scaltro ed esperto uomo d'affari con una forte razionalità è anche abbituato a seguire il suo intuito nel prendere decisioni sui suoi affari. In particolare, quando inizia a fargli male la schiena (un segnale dell'intuito) significa che è il momento di fare una scelta diversa.
L'intuito è governato dal cosiddetto emisfero destro, una parte del cervello che lavora attraverso immagini. L'emisfero sinstro è quello che riguarda le operazioni logico-verbali. Perciò, se non intervenisse la mente logico-razionale, il processo intuitivo risulterebbe incompleto. Quindi senza abbandonare logica e razionalità, lo sviluppo dell'intuito ci permetterà di progredire oltre, di vivere una vita più semplice e soddisfaciente, di ottenere di più.
INTUITO E SALUTE
La sensazione di sentirci bene, oppure, al contrario, la presenza di disturbi o dolori possono essere considerati segnali intuitivi, recependo i quali potremmo intervenire e modificare la situazione, se necessario. Questi avvertimenti andrebbero ascoltati e assecondati.
Un'uomo durante un periodo troppo intenso dovuto a lunghi e frequenti viaggi di lavoro, gli comparve un'irritazione cutanea, sulla guancia destra, egli consultando l'intuito, comprese che doveva eliminare un certo genere di cibo , oltre che rendere meno intensa e stressante la sua vita, per far scomparire questo disturbo. Il sintomo in qualche settimana sparì del tutto.
Altro non era che un segnale, che cercava di indurmi a modificare qualcosa nella sua vita, se voleva ritornare a star bene.
TROVARE LA PROPRIA STRADA
L'essenza di questa applicazione è quella di porsi delle domande in uno stato intuitivo; la differenza è che qui si cerca la risposta a una sola domanda: <<qual è il mio scopo, la mia strada?>>. In questo caso sono fondamentali il modo in cui si pone la domanda e la capacità di decifrare la sintesi. Per questo in alcuni casi, se non si riesce da soli, può essere utile o necessario il ricorso a un consulente esperto.

"Il morbo di Gehrig li colpisce fino a 12 volte di più gli sportivi : con un terribile sospetto" - "Nel mirino l'uso elevatissimo degli aminoacidi ramificati: influiscono sull'attività del cervello"

"Il morbo di Gehrig li colpisce fino a 12 volte di più gli sportivi : con un terribile
sospetto"
"Lo studio di due ricercatori italiani su ben 24 mila atleti tra il 1960 e
il '96 rivela sconvolgenti ipotesi sul male"
"Nel mirino l'uso elevatissimo degli aminoacidi ramificati: influiscono
sull'attività del cervello"
"Che cos'è la SLA: la sclerosi laterale amiotrofica (Sla) è una malattia
degenerativa che interessa il primo e seconmdo motoneurone, porta a una
paralisi progressiva dei quattro arti e dei muscoli deputati alla
deglutizione e alla parola"


Nell'articolo si spega che lo studio in cui viene formulata tali ipotesi
(sottolineo che si tratta solo di un'*ipotesi*, e sottolineo anche che si
parla di dosi *massicce* di integratori, non di qualsivoglia apporto di
aminoacidi ramificati) è stato condotto da Stefano Belli e Nicola Vanacore,
dell'Istituto Superiore di Sanità, e pubblicato sull' "European Journal of
Epidemiology".

" 'Ne abbiamo bisogno', dicono i calciatori quando qualcuno, nel peggiori
dei casi un magistrato, prova a chiedergli perché consumino dosi massicce
di integratori alimentari. "
[...]
"Secondo Belli e Vanacore, l'eccessiva assunzione di integratori contenenti
aminoacidi ramificati, oltre a un uso cronico di in antinfiammatori,
giocherebbe un ruolo nella patogenesi della Sla. La chiave sarebbe tutta
nel meccanismo di smaltimento degli aminoacidi ramificati e della creatina,
ovvero negli enzimi che lo presiedono che presentano un'elevatissima
attività nel cervello, seconda soltanto a quella registrata nei muscoli. A
sostegno dell'ipotesi, per la quale i ricercatori sperano sia avviato al
più presto un progetto sperimentale su modelli animali, Belli e Vanacore
citano anche una significativa evidenza clinica. Gli aminoacidi ramificati
e il GH sintetico sono stati usati negli anni scorsi in sperimentazioni
cliniche su pazienti affetti da Sla, nel tentativo di rallentare
l'evoluzione della malattia: ma in Italia un simile esperimento su larga
scala, dovette essere interrotto proprio per l'eccesso di mortalità tra i
pazienti di Sla trattati con aminoacidi ramificati."
"Certo, siamo ancora nel regno delle ipotesi. Di sicuro, e i due
ricercatori italiani sono i primi a confermarlo, l'anomalo tasso di
mortalità per morbo di Gehrig nei calciatori italiani è dovuta a una serie
di fattori, che includono la predisposizione genetica, i microtraumi,
l'abuso di farmaci antinfiammatori e chissà cos'altro ancora. Ma in questo
micidiale cocktail che ha già ucciso Signorini e tanti altri giovani ex
calciatori, gli integratori alimentari potrebbero avere un ruolo
importante."


 Siamo sicuri che siano i BCAA a causare il morbo di Gehrig e non ben altre
sostanze più o meno legali di cui abusano gli sportivi professionisti?


Vi raccomando studiate studiate e studuiate....   Non fermatevi alle soli fonti convenzionali ..... parecchie volte contaminate da ricerche pagate dalle grosse multinazionali....  
Fate assidua  ricerca ..... in tutti i campi.... e risolverete i problemi e i dubbi.... 

LE PATOLOGIE DELLA COLONNA VERTEBRALE CAUSATE DAL LAVORO - spondilodiscoartrosi


LE PATOLOGIE DELLA COLONNA VERTEBRALE 

LAVORO CORRELATE



Tratto da :www.inail.it/cms/Medicina...e...IV.../bernardini.doccon   

Condiviso con tanto amore e senso di giustizia per tutti quei malati sofferenti senza risposte certe. Raymond 

Pierluigi Bernardini

Università Cattolica del Sacro Cuore - Roma.
Istituto di Medicina del Lavoro

INTRODUZIONE

Le patologie della colonna vertebrale correlate al lavoro occupano un ruolo preminente nel contesto delle malattie da lavoro dell’apparato locomotore, generalmente denominate muscoloscheletriche, ma che coinvolgono non solo muscoli ed ossa, ma anche cartilagini, capsule articolari, legamenti, tendini, borse, guaine, nervi, vasi.

Sempre più spesso tali affezioni sono messe in rapporto con attività lavorative caratterizzate da un prolungato ed intenso impegno funzionale dei distretti articolari del rachide.

Si tratta di patologie a genesi multifattoriale, essendo riscontrabili anche nella popolazione non esposta a rischi lavorativi, in conseguenza di fattori causali locali o generali, quali pregressi traumatismi, invecchiamento, patologie dismetaboliche, sedentarietà, eccesso ponderale, attività sportive e ricreative, ecc.
Il mal di schiena o low back pain (LBP) è la forma più frequente di patologia della colonna vertebrale: in un editoriale di Lancet del 1999 si legge che almeno una volta nel corso della vita 8 persone su 10 sono destinate a soffrirne in maniera significativa, e 3 su 10 ne hanno sofferto nel corso dell’ultimo anno. Secondo l’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul lavoro in Europa soffrono ogni anno di LBP il 30 % dei lavoratori, il che corrisponde a circa 44 milioni di persone.
Vari elementi spingono a ritenere che si tratta di un fenomeno in espansione, perchè molti dei fattori causali, quali la sedentarietà, tendono ad aumentare, che va valutato anche come costi sociali ed economici che incidono su bilanci, strategie occupazionali e politiche socio-economiche.
Negli Stati Uniti il LBP costituisce, secondo il NIOSH, la seconda causa di richiesta di riconoscimento di danni da lavoro, è la principale causa di disabilità e di perdita di giornate lavorative per i lavoratori con meno di 45 anni e costituisce un terzo delle spese di risarcimento per malattie da lavoro. Statistiche inglesi ed americane indicano che su 100 lavoratori ogni anno si perdono circa 30 giorni di lavoro a causa di LBP.
In Italia, secondo dati ISTAT del 2000, le malattie degenerative della colonna rientrano ai primi posti nelle cause di riconoscimento di pensioni di invalidità dell’INPS e di invalidità civile. I ricoveri ospedalieri per malattie dell’apparato osteoarticolare (esclusa la traumatologia) in istituti di cura per acuti per persone di età compresa tra 15 e 64 anni, fascia che comprende la popolazione lavorativa attiva, sono stati 300.000 (su un totale nazionale di 9,4 milioni di ricoveri) con una durata media di degenza di 15 giorni.
Dal punto di vista assicurativo le patologie della colonna vertebrale afferiscono all’INAIL come infortunio sul lavoro, o come malattia professionale non tabellata che, per essere accettata come tale viene sottoposta ad una sorta di istruttoria nelle sedi periferiche e ad una valutazione definitiva presso la Sovrintendenza Medica Generale.
Nella tab.1 sono indicati gli infortuni a carico della colonna relativi al 1999, in rapporto agli esiti (invalidità temporanea, permanente, morte) ed in rapporto ai settori lavorativi. Ai fini della valutazione delle patologie da sovraccarico biomeccanico correlate al lavoro è evidente che i dati della tabella hanno solo un valore indicativo, in quanto si riferiscono al totale degli infortuni sul lavoro che hanno interessato la colonna indipendentemente dalla causa (quindi comprendono anche il gran numero di traumi diretti), tuttavia permettono di individuare l’ordine di grandezza e la gravità del problema. Il LBP acuto verosimilmente si inserisce nel contesto dei circa 60.000 infortuni che causano inabilità temporanea, mentre le ernie discali tra i circa 5000 infortuni con esiti permanenti.


Tabella 1 Infortuni a carico della colonna vertebrale,
riconosciuti dall’INAIL, avvenuti nel 1999


Inabilità
Temporanea
Inabilità
Permanente
MORTE
Totale






Agricoltura
4731
551
11
5293
Industria e servizi
58045
2431
50
60526
Aziende artigiane
11137
792
20
11949
Altre aziende
44872
1560
29
46461
Totale
118785
5334
110
68996


Nella tabella 2 sono indicati gli infortuni sul lavoro riconosciuti dall’INAIL riferiti all’anno 1998, caratterizzati dalla forma di accadimento “sollevando e spostando con sforzo” e suddivisi in rapporto agli esiti ed ai settori lavorativi. Il LBP si inserisce in questo caso nel contesto dei 35000 accadimenti che si sono risolti senza esiti; le ernie discali da sforzo verosimilmente tra i 900 infortuni con esiti.


Tabella 2 Infortuni indennizzati dall’INAIL, accaduti nel 1998, “Sollevando e spostando con forza”


Inabilità
Temporanea
Inabilità
Permanente
MORTE
Totale





Agricoltura
1900
93
1
1994
Industria e servizi
17339
442
1
17782
Aziende artigiane
3530
161
1
3692
Alte aziende
13027
264

13291
Totale
35796
960
3
36759

Nella tab.3 sono indicate le malattie professionali da sovraccarico biomeccanico del rachide espresse come numero di casi esaminati dalla Sovrintendenza Medica Generale negli ultimi 7 anni. Appare evidente che si tratta di un fenomeno in netto incremento, anche se la sua dimensione globale rimane ancora molto contenuta.



Tabella 3 Malattie professionali da sovraccarico biomeccanico del rachide valutate presso la Sovrintendenza Medica Generale dell’INAIL



Pareri espressi

Pareri
Accolti

Pareri
respinti
Ulteriori
accertamenti






1996
36
1
35
0
1997
40
3
31
6
1998
63
14
22
27
1999
81
19
40
22
2000
209
60
99
50
2001
206
52
105
49
6/2002
168
46
90
32



PATOLOGIE CRONICHE DA SOVRACCARICO BIOMECCANICO


La parte prevalente delle patologie della colonna lavoro correlate riguarda la cosiddetta spondilodiscoartrosi. Con questo termine si intendono le alterazioni cronico-degenerative della colonna, in genere a carattere evolutivo, che consistono inizialmente in alterazioni regressive del disco intervertebrale (discopatia degenerativa di Putti) e secondariamente in alterazioni della cartilagine che riveste i corpi vertebrali che causa, a sua volta, modificazioni delle strutture ossee nella parte anteriore dei singoli corpi vertebrali (artrosi intersomatica) e posteriore (interapofisaria).
Il disco intervertebrale è composto da una robusta struttura periferica, formata da lamelle concentriche di fibre collagene ed elastiche, e da un nucleo polposo costituito da una massa gelatinosa sferoidale che assorbe le sollecitazioni meccaniche che riceve e le ridistribuisce in maniera uniforme su tutte le strutture osteoarticolari contigue.
L’elemento critico che rende particolarmente vulnerabile il disco dipende dal fatto che si tratta di una struttura del tutto priva di irrorazione sanguigna, pertanto gli scambi metabolici avvengono solo per un delicato equilibrio tra processi di diffusione semplice per i quali le forze oncotiche ed osmotiche della parte interna del disco tendono a richiamare liquidi nutrienti all’interno e la pressione meccanica che tende a far fuoriuscire liquidi e soluti all’esterno. Quando il disco sottoposto a carico la pressione oncotica interna aumenta per la fuoriuscita di acqua e di conseguenza, una volta cessato il carico, il flusso si inverte ed acqua e nutrienti passano dal liquido articolare all’interno del disco. E’ evidente che tutto il meccanismo è basato sull’alternarsi equilibrato di pressione/depressione, dunque se questo equilibrio si altera, come nel caso di pressioni eccessive o posture fisse prolungate, tutto il meccanismo di nutrizione del disco viene a decadere. Vari elementi portano a ritenere che la condizione di requilibrio del meccanismo si attua nella posizione in piedi, mentre durante la posizione distesa prevalgono le forze oncotiche ed osmotiche.
Sin dall’adolescenza il contenuto idrico del disco tende a ridursi e dopo i 20 anni le lamine dell’anulus tendono a frammentarsi e distanziarsi e le fibre di collagene contenute nel nucleo tendono a precipitare e trasformarsi in un tessuto fibrotico; dopo i 40 anni il nucleo polposo è quasi indistinguibile dall’anulus e già da questa età il disco presenta una struttura quasi omogenea, è povero di acqua, poco elastico, assottigliato. La perdita di elasticità e di spessore riducono la capacità di assorbire e redistribuire gli stress meccanici e causano una protrusione del disco oltre il suo normale perimetro (bulging disk).Gli stress meccanici si concentrano allora sui bordi dei corpi vertebrali, alterano le membrane limitanti e determinano lo sviluppo di osteofiti a becco, ad uncino, a rostro; l’intera membrana limitante discosomatica cartilaginea presenta chiazze distrofiche, assottigliamenti, fissurazioni, ulcere , associate ad osteosclerosi subcondrale (addensamento del tessuto osseo nelle zone di cartilagine usurata) e cavità pseudocistiche nelle zone osteosclerotiche (geoidi).
Nelle fasi avanzate di danno il disco intervertebrale risulta tanto indebolito da consentire alla vertebra sovrastante di scivolare in avanti ed a quella sottostante di dislocarsi in dietro in una sorta di sublussazione e di listesi che provoca inesorabilmente ipersollecitazione delle articolazioni interapofisarie posteriori, con restringimento della rima articolare, alterazioni della cartilagine e della membrana sinoviale ed apposizioni osteofitiche sui processi articolari.
I fenomeni artrosici possono determinare dolore locoregionale, lombalgia e cervicalgia, e limitazioni dell’escursione articolare da ostacolo meccanico e da contrattura muscolare antalgica.
Il dolore locoregionale costituisce il principale correlato clinico dell’artrosi della colonna, tuttavia manca del tutto l’evidenza che alle alterazioni morfologiche dell’osso rilevabili radiologicamente debba coincidere necessariamente una sintomatologia dolorosa, nel senso che possono esistere manifestazioni dolorose gravi senza alterazioni del quadro radiologico, così come possono esistere gravi segni radiologici di artrosi senza il corrispettivo clinico di dolore; né tanto meno esiste una correlazione tra gravità delle alterazioni morfologiche e gravità dei sintomi. Ciò si spiega con il fatto che i sintomi non dipendono dall’entità dei fenomeni morfologici, ad esempio dagli osteofiti, quanto dai rapporti che gli osteofiti contraggono con le strutture sinoviali, nervose e vascolari. Solo con l’avvento della TC e della RM, che consentono di visualizzare direttamente tali strutture, è stato possibile definire con maggiore precisione le basi fisiopatologiche del dolore.
Infatti il dolore trae origine dall’irritazione o dalla compressione delle fibre del plesso nervoso endorachideo che si distribuiscono alla porzione periferica dell’anulus fibroso, al legamento longitudinale posteriore, al periostio che ricopre i corpi vertebrali e l'arco posteriore, ligamenti gialli interlaminari, alle formazioni capsuloligamentose delle articolazioni apofisarie. Da ciascuna di queste sedi può trarre origine il dolore.
La sintomatologia dell’artrosi vertebrale può complicarsi con
  • Stenosi vertebrale acquisita da spondilodiscoartrosi, ovvero un restringimento mono o plurisegmentario del canale vertebrale che può comportare la compressione delle radici spinali (sindromi radicolari) o del midollo (sindromi midollari). I fattori causali sono costituiti da osteofitosi dei corpi vertebrali; osteofitosi, ipertrofia o sublussazione delle faccette articolari; protrusione (bulging) dei dischi intervertebrali; ernia discale posteriore; iperplasia o calcificazione dei ligamenti gialli; ossificazione del ligamento longitudinale posteriore; ipertrofia degenerativa dei ligamenti inter-vertebrali. La stenosi vertebrale acquisita si affianca alle forme idiopatiche, in cui il canale vertebrale appare di dimensioni ridotte per cause congenite, ed alle forme acquisite causate da traumi o da localizzazioni neoplastiche mielomatose o carcinomatose, meningiomi e neurinomi. La stenosi vertebrale può causare sintomi da mielopatia compressiva, più frequentemente a livello cervicale; a livello lombare può causare compressioni del cono midollare o della cauda equina.
  • Sindromi radicolari (cervicobrachialgia e lombosciatalgia) quando gli osteofiti sviluppati nei pressi del forame di coniugazione comprimono o irritano la radice nervosa (più spesso C6, C7, L4, L5 )che occupa quel forame.
  • Sindromi vascolari tra cui la Sindrome di Neri-Barrè-Lieu, caratterizzata da compressione delle arterie vertebrali che decorrono nei forami intertrasversari cervicali, ad opera di osteofiti che si sviluppano sui bordi laterali delle ultime vertebre cervicali. Si tratta di una rara sindrome, attualmente molto ridimensionata come incidenza, forse troppo spesso evocata in caso di algie nucali e disturbi dell’equilibrio.
Topograficamente l’artrosi del rachide si suddivide in artrosi cervicale, dorsale e lombare, cui corrispondono i quadri clinici di cervicalgia, toraco-algia (relativamente rara), la lombalgia, la lombosciatalgia, la lombocruralgia.

La cervicalgia

Si tratta di una affezione molto frequente che consiste in un dolore in regione cervicale irradiato più spesso alla nuca, ai muscoli cucullari, alle spalle. Nella forma acuta insorge in concomitanza di un movimento brusco, o di una perfrigerazione; i muscoli paravertebrali sono spesso contratti con deviazione secondaria in cifosi o scoliosi del rachide cervicale. La causa è analoga a quelle della lombalgia, ed è costituita da uno stimolo meccanico esercitato da una protrusione del disco o da osteofiti sulla parete dello speco vertebrale, innervata dal plesso nervoso endorachideo, ed in partricolare sull’anulus fibroso, sul legamento longitudinale posteriore, sulla parete anteriore del sacco durale, sulle capsule delle articolazioni apofisarie posteriori.


B) La cervicobrachialgia

Il dolore cervicale può irradiarsi dal collo verso un arto superiore per irritazione o compressione di una radice spinale. La causa può essere un’ernia discale posterolaterale, o da una salienza dell'anulus associata a produzioni osteofitiche. Si tratta di un problema non frequente che coinvolge il sesso maschile con rapporto 2/1. Gli spazi discali interessati sono quello C6-C7 e meno frequentemente C5-C6.
I sintomo rachidei sono quelli della cervicalgia, più accentuati; i segni periferici sono i seguenti:
Disco C6-C7 che comprime la radice C7: Dolore, parestesie ed ipoestesia che si distribuiscono alla nuca, alla regione interscapolare, alla faccia posterolaterale del braccio e dell’avambraccio, al dito indice ed al medio. Coesiste ipovalidità dei muscoli grande pettorale, grande dorsale, tricipite, estensori del carpo e selle dita. E’ indebolito il riflesso tricipitale.
Disco C5-C6 che comprime la radice C6: dolore, parestesie ed ipoestesia che si distribuiscono alla faccia antero mediale del braccio e dell’avambraccio fino al pollice. Coesiste ipovalidità dei muscoli grande pettorale bicipite, brachiale anteriore, pronatore rotondo. Sono indeboliti i riflessi bicipitale e radioflessore.
Nella diagnosi differenziale vanno presi in considerazione le sindromi da dello stretto sopraclaveare (costa cervicale, sindrome dello scaleno) che possono irritare il tronco inferiore del plesso cervicale (radici C8-D1) ed alcune sindromi vascolari da spasmo della succlavia.

C) La stenosi del canale vertebrale

La sintomatologia è correlata alla sede della compressione; se sono interessate le vie piramidali si ha paresi spastica che coinvolge gli arti inferiori nei casi di compressione toracica, gli arti inferiori e talora anche i superiori nei casi di compressione cervicale. la lesione delle corna anteriori determina fascicolazioni, paresi flaccida e atrofia dei muscoli innervati da quel segmento di midollo, ad esempio del deltoide e del bicipite brachiale in caso di lesione di C5 e C6. La lesione dei fasci spino-talamici determina disturbi della sensibilità termodolorifica. Il decorso è in genere lento, con inizio torpido, ma nel caso (raro) di ernia del disco posteriore può essere acuto. TC e RM costituiscono i presidi diagnostici dirimenti.

D) La lombalgia

La lombalgia, che corrisponde al low back pain, il dolore è localizzato al rachide lombare, nella zona compresa tra il margine inferiore delle ultime coste e la regione glutea. Il dolore si accentua con la pressione locale e con i tentativi di mobilizzazione. Se il dolore è intenso si associa contrattura delle masse muscolari paravertebrali, con atteggiamento obbligato del rachide in flessione anteriore o laterale, e rigidità del tronco. La lombalgia risulta causata da un’ernia discale in circa il 10 % dei casi; nella maggioranza degli altri casi la causa non è determinabile.
La lombalgia può instaurarsi acutamente senza causa apparente, o in conseguenza di uno sforzo. I meccanismi che si ritengono più implicati sono: una distensione acuta delle fibre dell’anulus e del legamento longitudinale posteriore, oppure una distorsione delle articolazioni interapofisarie con piccole lesioni ligamentose o capsulari. L’esordio acuto può essere particolarmente intenso, ma la durata dell’affezione è in genere breve, nella forma più comune regredisce in 2-3 settimane, in qualche caso il dolore può persistere. In linea generale se dura più di 4 settimane si parla di una forma sub-cronica, dopo 3 mesi di forma cronica.
La lombalgia cronica può derivare dal protrarsi smorzato di una forma acuta, o può insorgere direttamente con caratteri di dolore subcontinuo con fasi alterne di miglioramento ed esacerbazione. In molti casi la persistenza del dolore diviene esasperante ed interferisce fortemente sul benessere, sulla qualità della vita, e sulla capacità lavorativa della persona interessata.

E) La lombosciatalgia e la lombocruralgia

Il dolore lombare può irradiarsi verso l’arto inferiore come lombosciatalgia con distribuzione radicolare nei territori del nervo sciatico (radici L5, S1 e plesso sacrale) e come lombocruralgia (radice L4).Le radici nervose nel loro percorso tra la fuoriuscita dal midollo e la fuoriuscita dal forame di coniugazione prendono stretto contatto con numerose strutture: i corpi vertebrali, il disco, il ligamento longitudinale posteriore, l’articolazione interapofisaria, l’osso del canale di coniugazione: ogni alterazione strutturale di queste strutture può irritare o comprimere la radice nervosa contigua.
Pertanto le cause della lombosciatalgia da considerare nella diagnosi differenziale sono numerose:
  • ernia discale
  • artrosi intersomatica con osteofitosi che irrita la radice nervosa
  • artrosi interapofisaria per osteofiti e per restringimento del forame di coniugazione
  • anomalie congenite come sacralizzazione dell’ultima lombare, schisi della prima sacrale, spondilolisi e spondilolistesi
  • spondilodisciti
  • ematomi e neurinomi
  • stenosi congenite ed acquisite del canale rachideo



PATOLOGIE ACUTE: LE ERNIE DISCALI


L’ernia discale si verifica quando, sotto l’impulso di una sollecitazione meccanica, il nucleo polposo del disco intervertebrale si fa strada tra le fibre dell’anulus attraverso preesistenti deiscenze di natura degenerativa e fuoriesce dal disco stesso, più spesso nella zona posterolaterale lasciata scoperta dal rinforzo costituito dal legamento longitudinale posteriore. Se il tessuto erniato comprime una radice spinale compare la sintomatologia. La sede più frequente di ernie discali riguarda il disco posto tra l’ultima vertebra lombare e la prima sacrale, seguono le ernie del disco L4-L5 (insieme costituiscono più del 90 % delle ernie discali) ed L3-L4.
Dal punto di vista anatomo patologico è interessante ricordare che l’esame del tessuto erniato permette di distinguere tra un’ernia recente ed un’ernia inveterata; il discrimine tra le due forme è costituito dalla ricchezza in acqua del tessuto erniato che, se è recente, appare biancastro, elastico, lucente ed è associato ad edema della radice compressa; se non è recente appare giallastro, opaco, anelastico contiguo ad una radice nervosa assottigliata ed aderente al grasso periradicolare. Questa particolarità è sfruttata dalla RM, in quanto tale tecnica diagnostica è capace di discriminare le immagini in base al contenuto di acqua nei tessuti. Il riscontro nelle sequenze T2-dipendenti di alta intensità di segnale a livello dell’ernia depone per la presenza di una quota di edema che risulta tipica delle ernie acute; al contrario il riscontro di bassa intensità di segnale depone per fenomeni fibrotici indicativi di una condizione di cronicità.
La sintomatologia dolorosa lombare si accentua in genere alla digitopressione, è causa di rigidità del rachide lombare per contrattura antalgica della muscolatura, si irradia all’arto inferiore lungo il dermatomero corrispondente alla radice interessata:
L4: lombocruralgia ovvero dolore lungo la faccia interna della coscia fino al ginocchio (associata ad ipotonia del quadricipite che rende ipoevocabile il riflesso rotuleo).Il dolore si accentua con la manovra di Wassermann (iperestensione dell’arto sul bacino a ginocchio esteso)..
L5: lombosciatalgia, ovvero dolore lungo la faccia posteroesterna della coscia, laterale della gamba e dorsale del piede fino all’alluce; è associata a deficit dei muscoli anteriori della gamba che ostacola la marcia sui talloni. Il dolore si accentua per “stiramento” delle radici, mediante la manovra di Lasegue (estensione del ginocchio a coscia flessa sul bacino). E’ in genere ostacolata la marcia sui talloni.
S1: lombosciatalgia, ovvero dolore lungo la faccia posteriore della coscia, posteriore della gamba e plantare del piede fino al V dito: si associa a deficit del tricipite surale. Il dolore si accentua per “stiramento” delle radici, mediante la manovra di Lasegue (estensione del ginocchio a coscia flessa sul bacino). E’ in genere ostacolata la marcia sulle punte dei piedi.

Le ernie discali si presentano come patologie acute che pongono una serie di problemi legati al loro inquadramento come infortuni sul lavoro.
Il primo passo per un corretto inquadramento è la identificazione della causa violenta responsabile della lesione dell’anulus e della protrusione del nucleo polposo. La condizione più frequente si riferisce ad ernie discali comparse acutamente a seguito di un atto lavorativo svolto con busto in flessione con consistente impegno di forza muscolare, come nel caso di un infermiere che è colto da lombalgia acuta mentre solleva dal letto un paziente non autosufficiente.
Per definire la causa violenta va analizzato il gesto tecnico associato alla sintomatologia per tentare di distinguere due differenti condizioni: "l’atto di forza” identificabile come comune impiego di energia muscolare richiesta per l’espletamento di un normale atto lavorativo, ben distinta dallo “sforzo” vero e proprio inteso come atto lavorativo straordinario che presuppone un impegno muscolare improvviso, abnorme ed imprevisto, molto superiore a quello del “normale” impegno muscolare tipico dell’atto di forza.
Il problema potrebbe essere esemplificato in questi termini: lo sforzo appare dotato di una dignità etiologica sufficiente a configurare la causa violenta propria dell’infortunio, mentre l’atto di forza non ha di per sé i caratteri della causa violenta.
Una prima considerazione che limita il valore della semplificazione riguarda il fatto che non è possibile quantificare in termini assoluti le due condizioni, che vanno evidentemente correlate alla persona vittima dell’evento acuto; ad esempio movimentare un paziente non autosufficiente di 80 kg può essere relativamente agevole per un robusto infermiere maschio (non da solo), ma può divenire uno sforzo vero e proprio per una infermiera (non da sola) dalla corporatura minuta.
Una seconda critica riguarda il fatto che l’atto di forza può assumere una vis lesiva sufficiente a considerarsi come sforzo quando la persona colpita si trovi in una condizione temporanea o permanente che possa favorire l’erniazione del disco; ad esempio nel caso di un autotrasportatore che si china a sollevare una valigia dopo un viaggio di molte ore; in questo caso la muscolatura paravertebrale si trova in una condizione di ipotonia che favorisce la protrusione e la rottura del disco per effetto di una transitoria turbativa dell’equilibrio delle forze che agiscono sul disco. Un secondo esempio è quello di un trattorista sottoposto a microtraumatismi delle strutture osteoarticolari della colonna e dell’anulus per effetto delle vibrazioni trasmesse a tutto il corpo dal trattore in movimento; in questo caso un uno sforzo che superi anche di poco le caratteristiche dinamiche dell’atto di forza può produrre una rottura dell’anulus con fuoriuscita del nucleo polposo.
Una ulteriore questione deriva dalla nozione che una sollecitazione in flessione forzata della colonna non ha mai una vis lesiva sufficiente a causare un’ernia discale se l’anulus è perfettamente integro, ovvero al contrario se c’è un’ernia discale vuol dire che c’è una preesistente alterazione degenerativa dell’anulus che si considera come momento concausale significativo nella genesi dell’ernia. Questa nozione può essere utilmente applicata in tutti i casi di ernia del disco insorti in persone che lavorano in attività a rischio per la colonna, in quanto il lavoro diviene responsabile sia della condizione acuta (atto di forza / sforzo) sia della condizione favorente (alterazione degenerativa dell’anulus). A questo proposito l’esempio del trattorista sembra calzante.
Un problema che si è posto in passato riguarda la valutazione degli esiti di un’ernia del disco nel caso in cui la persona affetta si fosse rifiutata “senza giustificato motivo” di sottoporsi ad intervento chirurgico. Ebbene negli ultimi anni si è avuto un sensibile ridimensionamento dei criteri di indicazione all’intervento, dato che in gran parte dei casi, in assenza di fatti paretici, la sintomatologia regredisce spontaneamente. Dunque la valutazione degli esiti attualmente deve essere effettuata caso per caso senza riporre eccessivo significato all’adesione ad una proposta di terapia chirurgica. Peraltro attualmente la valutazione del danno conseguente ad un’ernia discale è meno complessa per l’adozione delle tabelle del danno biologico. Due casi di personale osservazione esemplificano la complessità del problema.

Caso N°1: 48enne, pediatra ospedaliero. Nel maggio 1998 compare una lombosciatalgia bilaterale associata a cruralgia sinistra, che dura varie settimane. La RM evidenzia segni di discopatia degenerativa L4-L5 ed L5-S1. Nel gennaio 2001 compare una grave sciatalgia bilaterale che dura 4 mesi. Una seconda ed una terza RM sono sostanzialmente invariate rispetto alla precedente. Nel maggio 2001 i sintomi regrediscono ed il pediatra riprende il lavoro. Nel luglio 2001, durante un turno di guardia nel reparto di terapia intensiva pediatrica, un meccanismo d’allarme avverte che il respiratore automatico di un piccolo paziente non funziona, con imminente pericolo di vita. Il pediatra interviene d’urgenza, ed in tempi concitati con la mano sinistra ventila il bambino con un palloncino manuale e con la mano destra riattiva il ventilatore meccanico esercitando un certo sforzo, il tutto con il busto flesso a 90° e ruotato di 40° .Dunque sforzo in flessione e torsione del busto in posizione squilibrata, in emergenza. Compare una lombocruralgia ipearcuta con blocco lombare in flessione. La RM dimostra una ernia discale L3-L4 che comprime la radice L3. Per la persistenza dei sintomi viene effettuato intervento che determina immediato miglioramento dei sintomi. In una prima istanza l’INAIL respinge la domanda di riconoscimento di infortunio per mancanza di causa violenta.

Caso N°2: 41enne, autotrasportatore. Dal luglio 1998 trasportatore in proprio di carni bovine macellate. Ogni giorno trasportava a spalla dal furgoncino alle celle frigorifere 20-30 “quarti di bue” del peso di 30-120 Kg, con il collo fortemente reclinato. Nel dicembre 1998, durante un trasporto a spalla, comparve una cervicobrachialgia acuta sinistra. La RM evidenziò ernia del disco cervicale C5-C6 con elettroneurografia positiva per radicolopatia C6 .In prima istanza l’ INAIL respinge una la domanda (tardiva) di riconoscimento di infortunio.


I FATTORI DI RISCHIO NON PROFESSIONALI


Le patologie della colonna da sovraccarico funzionale sono un esempio tipico di affezioni a genesi multifattoriale; la resistenza della cartilagine è l’elemento critico per l’innesco del processo degenerativo. Possono concorrere a danneggiare il trofismo della cartilagine varie condizioni:
  • fattori anagrafici
  • fattori ormonali (ipotiroidismo, menopausa)
  • fattori generali (sedentarietà, eccesso ponderale, ereditarietà, gravidanze)
  • dismorfismi della colonna (scoliosi, spondilolisi, asimmetrie da dismetria degli arti)
  • pregressi traumi o interventi sulla colonna
  • attività sportive (sport motoristici, atletica pesante, tuffi, canoa, rugby, sport agonistici in genere).
  • Fattori patologici acquisiti (spondilodisciti, osteoporosi, neoplasie)



I FATTORI DI RISCHIO PROFESSIONALI


I fattori di rischio professionali sono inquadrabili in varie categorie: la movimentazione o il sollevamento manuale dei carichi, l’esposizione a vibrazioni trasmesse a tutto il corpo, le posture protratte ed i movimenti e torsioni abnormi del tronco.
Il NIOSH nel 1997 ha studiato 5 gruppi di attività lavorative ritenute a rischio elevato per la colonna ed ha stilato una classifica delle attività in cui l’evidenza di un ruolo causale fosse più o meno forte.

Attività lavorativa
Rischio per la colonna vertebrale
Sollevamento manuale di carichi
Forte evidenza
Vibrazioni trasmesse a tutto il corpo

Forte evidenza

Frequenti flessioni e torsioni
Forte evidenza
Lavoro fisico pesante
Evidenza sufficiente
Posture di lavoro statiche
Evidenza insufficiente

A) Movimentazione manuale di carichi

La movimentazione dei carichi si riferisce all’atto lavorativo di trasportare, sostenere, sollevare, deporre, spingere, tirare, spostare: se tali atti si ripropongono con continuità e nell’ambito della vita lavorativa si protraggono per una durata di anni, determinano forze compressive sulle strutture del rachide lombare che possono condurre a microlesioni, innescare il meccanismo dell’usura precoce ed anticipare i processi parafisiologici di invecchiamento strutturale.
Per la valutazione del rischio delle attività che comportano movimentazione di carichi in un futuro relativamente prossimo sarà possibile utilizzare i dati del “documento di valutazione del rischio” introdotto in Italia con il D. Lgs 626/94, nel quale il datore di lavoro deve analiticamente esporre e valutare l’intero profilo di rischio cui ciascun lavoratore è esposto ed in particolare i rischi per la colonna vertebrale definiti nel titolo V del decreto. Al momento della sua entrata in vigore fu introdotto, a proposito dei carichi, un valore di riferimento pari a 30 kg che, in molti contesti lavorativi, è stato favorevolmente “destabilizzante” in quanto ha eliminato abitudini antiche e realmente dannose (basti pensare al trasporto a spalla di sacchi di cemento da 50 kg) radicate nella routine operativa di attività tradizionali come l’edilizia, ed ha spinto molte industrie a produrre materiali confezionati in modo tale da non superare i 25-30 kg. Ricordiamo come riferimento che i cariche che possono essere sollevati hanno un valore limite di 30 kg per l’uomo (D.Lgs 626/94) e di 20 kg per la donna (Legge 653/1934).
Numerose ricerche di fisiopatologia hanno rilevato che sul disco tra L3-L4 di una persona di 70 kg distesa si scarica un peso di circa 30 kg se distesa, di 70 kg se in piedi, di 100 kg se seduta senza supporto lombare, di 185 kg se in piedi con tronco flesso di 20° e con un peso di 10 kg, di 340 kg se in piedi con il tronco flesso per sollevare un peso di 20 kg. Un importante riferimento a questo proposito riguarda i valori di riferimento indicati dal NIOSH per la movimentazione dei carichi: partendo dal presupposto che i dischi intervertebrali dei maschi con meno di 40 anni sono in grado di sopportare carichi fino a 600-700 kg (nelle donne il limite si riduce del 17 %), il NIOSH ha proposto un action limit corrispondente a 275 kg per le donne e 400 kg di carico lombare al disotto del quale non sono prevedibili effetti avversi per le strutture della colonna, ed un limite massimo di 650 kg di carico lombare che non deve essere mai superato. L’Ente americano ha predisposto un protocollo applicabile alla totalità delle attività in cui vengono sollevati e movimentati oggetti pesanti, che prende in considerazione tutte le variabili in gioco in una determinata operazione (peso sollevato, distanza dal corpo, ripetitività del gesto, postura, dislocazione verticale, dislocazione angolare, ecc.) e permette di esprimere con un singolo valore numerico (indice di sollevamento) la intensità del rischio che quella determinata operazione comporta. L’indice è stato pensato con finalità preventive, in quanto permette di esaminare ed eventualmente modificare i determinanti del rischio da movimentazione, tuttavia presenta notevole interesse anche in ambito diagnostico, in quanto, se noto, permette di correlare al lavoro eventuali lesioni da sovraccarico funzionale della colonna.
I principali contesti lavorativi a rischio di sovraccarico funzionale del rachide da movimentazione manuale di carichi sono:

  • Lavori di facchinaggio (porti, aeroporti, traslochi, spedizioni)
  • Lavori di magazzinaggio (depositi, archivi)
  • Lavori di carico e scarico di merci (supermercati, mercati generali)
  • Lavori edili, di cava e di miniera con movimentazione di materiali
  • Industria forestale e del legname
  • Industria metallurgica e manifatturiera
  • Industria alimentare: immagazzinamento di vegetali freschi, di prodotti alimentari confezionati. Industria delle carni
  • Fornai e panettieri che movimentano sacchi di farina
  • Produzione di vino, birra e bevande (movimentazione di bottiglie, barili, barattoli, contenitori)
  • Lavori agricoli
  • Lavoro infermieristico in reparti ospedalieri con persone allettate o poco collaboranti

I lavori di facchinaggio e di magazzinaggio e le operazioni di movimentazione e sollevamento di materiali pesanti divengono fattori di rischio quando vengono svolti con continuità e come attività prevalente, senza mezzi di ausilio e se i piani su cui i materiali sono immagazzinati sono eccessivamente alti o bassi.


B) Sovraccarico biomeccanico del rachide nel personale infermieristico

Le patologie da sovraccarico del rachide negli infermieri e nel personale di assistenza sono causate dalla specificità del lavoro di infermiere che richiede carichi di lavoro fisico sostenuti per “movimentare” pazienti allettati non collaboranti, che talvolta si oppongono alle manovre infermieristiche moltiplicando il carico di lavoro, maneggiare attrezzature e materiali pesanti ed ingombranti, spesso in condizioni ergonomiche sfavorevoli dal punto di vista posturale e degli spazi di movimento limitati; trovarsi ad operare spesso da soli e senza aiuto. A ciò devono aggiungersi condizioni favorenti che accentuano lo sforzo, quali la fatica che viene alla fine del turno, il lavoro notturno, la debolezza muscolare, alterazioni della funzionalità articolare, condizioni di stress psico-fisico tipiche dell’assistenza a persone sofferenti. E’ noto che lo stress porta ad un inconsapevole incremento della tensione muscolare che a sua volta favorisce la comparsa di fatica e di disagio. Sollevare un paziente svenuto e caduto in terra in una stanza da bagno ospedaliera esemplifica una condizione non rara che presenta tutti i connotati della situazione critica.

Determinanti del rischio di sovraccarico della colonna vertebrale per il personale infermieristico


  • particolarità del “carico” da sollevare, sostenere, muovere, spostare
  • limitata disponibilità di personale di assistenza
  • intensità dello sforzo richiesto
  • posizione del corpo (flesso/ruotato) durante i compiti lavorativi a rischio
  • ampiezza del movimento richiesto
  • distribuzione delle forze su superfici estese
  • ripetitività dei compiti lavorativi a rischio
  • inadeguatezza delle strutture (letti, sussidi, spazi)
  • limitata conoscenza delle tecniche di movimentazione
  • impiego di attrezzature pesanti ed ingombranti
  • condizioni personali di ipersuscettibilità
  • stress da fatica, da turni a rotazione, da pluralità di compiti
  • stress da assistenza a persone sofferenti

Il fatto che l’oggetto della movimentazione sia costituito da una persona malata rende di per sè l’operazione complessa; se il personale disponibile per l’assistenza fosse numeroso il problema sarebbe risolto, ma la relativa limitatezza delle risorse disponibili per l’assistenza in genere non permette di risolvere il problema aumentando il personale.
L’intensità dello sforzo richiesto per movimentare un paziente non collaborante nel letto o nei passaggi letto-carrozzina, o letto-letto, o carrozzina-in piedi, è molto elevata. E’ massima nel sollevare un paziente da terra con tre operatori, è molto alta nelle altre movimentazioni; la disponibilità e l’impiego di ausili, come elevatori meccanici e cinture ergonomiche riduce il carico ad un terzo, un quarto.. Studi biomeccanici hanno valutato che spostare un paziente non collaborante corpulento può comportare un carico sui dischi intervertebrali tra 800 e 1000 kg, quando il valore di carico di rottura che per l’uomo è di circa 600 kg e nelle donna circa 400.
Il fatto che durante la movimentazione assistita dei pazienti ospedalizzati si debbo operare con il tronco flesso e ruotato, l’ampiezza del movimento richiesto, il fatto che le forze per movimentare il paziente non si concentrano in un'area limitata, ma si distribuiscono su tutto il corpo, il fatto che le operazioni si svolgono spesso in spazi ristretti, talvolta ingombri di attrezzature (basta pensare ad una sala operatoria) sono tutti elementi che amplificano la dimensione del rischio.
Tra i fattori generali che interferiscono sul problema va citata la limitata conoscenza delle tecniche di movimentazione, che potrebbe portare ad un certo contenimento dei carichi e la condizione di stress che condiziona spesso l’esercizio della professione infermieristica, stress legato a fatica, turni, condizioni personali di ipersuscettibilità, pluralità di compiti ed in particolare stress legato all’assistenza a persone sofferenti.
Il problema generale e la situazione italiana sono stati esaminati in maniera approfondita in un numero monografico de La Medicina del Lavoro (Vol.90, pag. 96-435, 1999) che mantiene dopo tre anni tutta la sua attualità
Affidabili statistiche svedesi mostrano che nel personale ospedaliero i disturbi muscoloscheletrici compaiono il doppio delle volte rispetto a tutti gli altri lavoratori e che in una popolazione giovane di infermieri con età tra 30 e 40 anni c’è stato almeno un episodio di mal di schiena durante la vita lavorativa nel 60-80 % dei casi, mentre nella popolazione svedese di pari età tale percentuale non supera il 10 %.
Secondo dati citati dall’ILO, confrontando la percentuale di infermiere con mal di schiena in un dato giorno in Germania e Norvegia si trovò che in Germania era doppia (51 % ) rispetto alla Norvegia (24 %); la differente frequenza risultò ben spiegata analizzando le differenti condizioni di lavoro nei due paesi. In Germania il rapporto infermiere/pazienti assistiti era infatti il doppio rispetto alla Norvegia, il numero di letti regolabili in altezza era la metà, il numero di elevatori disponibili era sensibilmente minore. Lo studio sembra esemplare per dimostrare da una parte il rapporto di causalità tra organizzazione del lavoro e danni della colonna, ovvero che il mal di schiena era strettamente correlato ad un eccessivo carico di lavoro, e dall’altra, per mostrare, sia pure indirettamente, la giusta direzione da seguire per la prevenzione.
L’insieme di questi elementi porta a ritenere che il personale infermieristico ed il personale di assistenza in generale (comprendendo in questo termine anche chi assiste bambini e persone handicappate, chi effettua assistenza domiciliare, personale di reparti di riabilitazione, ecc.) è da considerare tra le categorie più a rischio di sviluppare patologie della colonna lavoro-correlate.

C) Vibrazioni trasmesse a tutto il corpo

Si stima che il 4-7% della popolazione lavorativa in nordamerica ed in alcuni Stati Europei è esposta a vibrazioni trasmesse a tutto il corpo di elevata intensità; studi epidemiologici hanno evidenziato per questi lavoratori un rischio elevato per la colonna vertebrale; in particolare si tratta di trattoristi e addetti a macchine di movimento terra esposti a vibrazioni tramite il sedile di guida. L’ incremento di rischio per i trattoristi è legato anche al fatto che essi sono esposti a vibrazioni mentre la colonna vertebrale è spesso ruotata in modo da permettere di controllare con lo sguardo le operazioni che si svolgono alle spalle del trattore dove sono collegati gli utensili che operano sul terreno (fresatrici, aratri, livellatrici, ecc.).
Il meccanismo che si ritiene alla base dell’usura della colonna è costituito dal trauma vibratorio che causa un sovraccarico biomeccanico dovuto a fenomeni di risonanza del rachide nell’intervallo di frequenza tra 5 e 15 Hz, con conseguente lesioni a carico del corpo vertebrale, del disco e delle articolazioni intervertebrali.
Secondo le recenti (2002) Linee Guida della SIMLII il ruolo delle vibrazioni trasmesse al corpo intero nella genesi delle alterazioni del rachide non è completamente chiarito perché la guida di macchine o veicoli comporta non solo l’esposizione a vibrazioni potenzialmente dannose, ma anche l’esposizione a fattori di stress ergonomico quali le posture statiche protratte, e frequenti movimenti di flessione e torsione del rachide. Inoltre alcune categorie come gli addetti ad attività di trasporto in vari settori commerciali possono svolgere anche operazioni di movimentazione manuale di carichi che rappresentano un ulteriore fattore di stress per la colonna. Anche nel caso delle vibrazioni trasmesse a tutto il corpo si pone il problema della pluralità dei fattori causali, che in parte sono ricollegabili al lavoro, in parte legati a caratteristiche individuali (età, peso corporeo, pregressi traumatismi, abitudini voluttuarie, sport) e a livello di diagnosi etiologica non è facile separare gli uni dalle altre.
I risultati di studi epidemiologici attualmente disponibili depongono per una maggiore frequenza di LBP nei conducenti di veicoli industriali e di mezzi di trasporto rispetto a gruppi di persone non esposte a vibrazioni. La letteratura è concorde sul fatto che esiste una forte evidenza epidemiologica che depone per l’associazione tra patologie degenerative del rachide ed esposizione professionale a vibrazioni trasmesse a tutto il corpo. In particolare è stato evidenziato un aumentato rischio di lombalgie, lombosciatalgie, spondiloartrosi, osteocondrosi intervertebrale, discopatie ed ernie discali lombari e lombosacrali. Il rischio sembra essere ben correlato con l’aumento della durata e dell’intensità delle vibrazioni.
I parametri valutativi dell’esposizione a vibrazioni sono numerosi; ciò che viene valutato in genere è la frequenza della vibrazione (compresa tra 1 e 80 Hz), l’intensità della vibrazione lungo la componente assiale dominante, ed il parametro A (8) ovvero l’accelerazione equivalente ponderata in frequenza riferita ad 8 ore di lavoro ed espressa in metri al secondo al quadrato. I livelli di rischio previsti in via provvisoria da una direttiva UE in corso di definizione sono i seguenti:

Livello di soglia A(8) = 0,25 m/s2
Livello di azione A(8) = 0,5 m/s2
Valore limite A(8) = 0,7 m/s2
Livello di rischio rilevante: 1,25 m/s2

Il livello di soglia rappresenta un limite tendenziale finalizzato alla riduzione del rischio, ovvero il limite al disotto del quale un’esposizione permanente o ripetuta non ha conseguenze negative sulla salute del soggetto esposto.
Il livello d’azione rappresenta il valore al disopra del quale devono essere attuate specifiche misure di tutela per i lavoratori esposti. La Direttiva Macchine recepita in Italia come DPR 459/96 indica questo valore come livello d’azione ai fini della prevenzione dei rischi da vibrazioni trasmesse all’intero corpo.
Il valore limite rappresenta il livello di esposizione il cui superamento è vietato in quanto comporta rischi inaccettabili per un soggetto esposto in assenza di dispositivi di protezione specifici.
Il livello di rischio rilevante indica che esposizioni a questo livello anche di brevissima durata devono essere proibite.
In attesa di emanazione della Direttiva europea le Linee Guida dell’ ISPESL consigliano di adottare come valore limite di esposizione una A(8) pari a 0,9 m/s2. Secondo l’ ISPESL si possono individuare tre differenti classi di rischio o fasce di esposizione: Classe 0) Esposizione personale inferiore a 0,5 m/s2; Classe 1) Esposizione personale compresa tra 0,5 e 0,9 m/s2; Classe 2) Esposizione personale superiore a 0,9 m/s2.
Le attività lavorative con rischio di sovraccarico della colonna vertebrale causato da vibrazioni trasmesse al corpo intero sono:

  • Conduzione di trattori agricoli e mezzi cingolati in genere
  • Conduzione di veicoli fuori strada: macchine per il movimento terra, escavatori, livellatori, bull-dozers, ruspe, pale meccaniche, rulli compressori, macchine forestali, per miniera e per cava.
  • Conduzione di carrelli elevatori
  • Guida di autotreni, autocarri, furgoni, autobus, tram, betoniere.
  • Pilotaggio di elicotteri, aerei
  • Conduzione di treni
Guida di motoscafi veloci
  • Guida di automobili.

Lavori che comportano rischi posturali e movimenti e torsioni del tronco

Si tratta di un ambito molto meno definito degli altri precedenti; tuttavia per alcune attività esistono evidenze di sovraccarico biomeccanico della colonna particolarmente intenso, causato da posture mantenute per tempi protratti, e da movimenti frequenti e ripetitivi con torsioni del tronco.
Attività a rischio di sovraccarico funzionale della colonna da postura fissa o da movimenti e torsioni del tronco.
  • Alcuni lavori d’ufficio con posture fisse e prolungate
  • Lavori edili di pavimentazione
  • Lavori agricoli di raccolta di frutta e di olive, di trattamenti manuale in frutticoltura.
  • Allevamento di pollame
  • Attività artistiche come la danza e alcuni ruoli di maestro d’orchestra
Il meccanismo patogenetico per il quale le posture fisse divengono un fattore di rischio si impernia sulla disfunzione dei sistemi di nutrizione del disco intervertebrale e sulla conseguente precoce usura; si è detto infatti che la nutrizione delle strutture discali risulta efficace solo quando queste soggiacciono ad un alternarsi continuo di periodi di carico (fuoriuscita di acqua e soluti) e di scarico (ripristino del contenuto interno di acqua e nutrienti), mentre invece sono ostacolati nella loro funzione quando la postura fissa impone una pressione di carico relativamente costante.
Non ci sono al momento elementi sufficienti per affermare che la postura relativamente fissa imposta dalla maggior parte delle attività tipiche del lavoro d’ufficio possa ritenersi responsabile di patologie della colonna lavoro correlate, anche se, come sempre, la valutazione va effettuata caso per caso.
Diversa è la situazione di alcune attività agricole quali la raccolta della frutta, molte colture di alberi da frutta, alcuni tipi di raccolta delle olive, in cui è presumibile una quota significativa di rischio da postura, da torsioni del busto e da sforzo protratto. Così pure alcuni lavori edili quali la pavimentazione, la posa in opera di parquet o di moquettes. L’allevamento di polli è citato dall’ILO come esempio di movimento ripetitivo del busto, in quanto l’operatore è costretto a svariate centinaia di flessioni del tronco per prendere o comunque venire a contatto con gli animali che si oppongono alla presa e sono in continuo movimento.
La pesante attività motoria dei tersicorei sottopone il loro apparato osteoarticolare a continue sollecitazioni che nel tempo si trasformano in veri e propri fattori di rischio da usura precoce. In una statistica nordamericana risulta che le richieste di riconoscimento si riferivano prevalentemente ad infortuni, cui i danzatori sono particolarmente esposti (accident prone) di invalidità per low-back pain sono il 22% del totale e di dolore cervicale nel 12 %.



I CRITERI DIAGNOSTICI


Il percorso diagnostico da seguire nei singoli casi in cui si pone il problema di valutare quale ruolo ha avuto il lavoro nella genesi di una patologia rachidea da sovraccarico biodinamico segue quello tradizionale della Medicina del Lavoro e della Medicina Legale.
L‘anamnesi deve comprendere il numero di episodi acuti di lombalgia a partire dal primo, gli episodi minori e gli episodi acuti “mancati”. L’anamnesi lavorativa deve comprendere in forma quanto più possibile dettagliata la durata dei lavori a rischio, l’intensità del rischio e, per quanto possibile, la durata delle fasi lavorative particolarmente a rischio.
L’entrata in vigore del D. Lgs 626 non sembra che al momento possa aiutare nella quantificazione del rischio cui una persona è stata esposta, perché il rischio attuale, eventualmente quantificato nel documento di valutazione, non è indicativo delle condizioni di rischio dei decenni scorsi, e di fatto, nel caso delle patologie cronico-degenerative della colonna la durata dell’esposizione deve ritenersi superiore ad un decennio per poter assumere la valenza di fattore causale o concausale significativo. La principale utilità del Decreto 626 a questo proposito è legata al fatto che ha riportato all’attenzione di tutto il mondo del lavoro e della prevenzione i problemi di sovraccarico della colonna, frequentemente trascurati nel passato.
L’esame obbiettivo deve comprendere la valutazione dell’andatura e della postura, la palpazione delle aree dolenti, la valutazione della forza, la valutazione della motilità articolare, la ricerca di segni di interessamento radicolare o midollare.

Un utile e valido strumento di procedura diagnostica in questi casi è costituito dal documento “Linee guida per il riconoscimento dell’origine professionale delle malattie da microtraumi e posture” di G. Cimaglia, A, Balletta e Coll. della Sovrintendenza medica generale INAIL, allegato alla Circolare 81/2000 della Direzione centrale Prestazioni INAIL. Così pure è molto utile per una approfondita valutazione del problema generale e della parte diagnostica neurologica a radiologica il volumetto: “Le spondiloartropatie del rachide dorso-lombare come malattia professionale non tabellata” (Edizione INAIL 2000), di C. Ottaviani, redatto in collaborazione con l’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università dell’Aquila, diretto dal Prof. A. Paoletti.

L’esame clinico deve essere compendiato da una valutazione neurologica specialistica con eventuali esami neurofisiologici e da una valutazione radiologica. A questo proposito, in caso di mal di schiena senza interessamento radicolare il BIT si sbilancia alquanto affermando che “è raro che RX e TC siano d’aiuto nella diagnosi dato che nella gran parte dei casi l’origine del dolore risiede nei muscoli e nei legamenti piuttosto che nelle strutture ossee. Di fatto è molto frequente trovare anomalie ossee in individui che non hanno mai avuto mal di schiena. Ascrivere il mal di schiena ad un assottigliamento del disco o a spondilosi, può portare ad inutili trattamenti eroici”. Pur con le limitazioni di una frase estrapolata da un contesto il messaggio del BIT è di non ritenersi soddisfatti da un’etichetta di artrosi, ma di estendere l’indagine clinica a tutte le possibili cause di mal di schiena, al fine di un inquadramento diagnostico e terapeutico adeguato. Con le dovute riserve, questa posizione è perfettamente calzante alla comune esperienza clinica di un enorme numero di persone che si ritengono affette da “artrosi cervicale”, attribuendo all’evidenza radiologica (spesso incerta) di alterazioni ossee (spesso innocenti) sintomi e disturbi che del tutto indipendenti dalle alterazioni ossee; esempi tipici sono la “cefalea da cervicale” causata nella maggior parte dei casi da un ipertono muscolare indipendente dall’artrosi, e le “vertigini da cervicale “ che nella stragrande maggioranza dei casi trovano nell’artrosi una giustificazione fisiopatologica del tutto inesistente.
L’esame radiografico tradizionale rimane comunque un elemento diagnostico imprescindibile in quanto permette subito di escludere lesioni malformative, neoplastiche, ed alcune malattie infiammatorie; il suo limite è legato alla capacita di rilevare solo alterazioni del tessuto osseo, mentre le nuove tecniche TC ed RM consentono di visualizzare le strutture articolari, sinoviali, nervose e vascolari. Ciò ha esteso enormemente la qualità della diagnosi ed ha permesso di confinare ad ambiti limitatissimi tecniche diagnostiche invasive come la sacculoradicolografia, spesso indispensabile in passato. La TC è spesso sufficiente, ma ha il limite di non visualizzare il contenuto del sacco durale e dei canali radicolari; la RM permette invece di visualizzare con visione multiplanare anche tali strutture , con una specificità diagnostica superiore alla TC.

CENNI DI TERAPIA E PREVENZIONE


Dal punto di vista terapeutico vi sono due posizioni contrapposte con un’ampia quota di errore propria di tutte le generalizzazioni : la prima si sintetizza nella espressione “il mal di schiena passa lavorando” ed è errata in quanto in molti casi i problemi acuti della colonna richiedono un trattamento immediato ed il riposo e possono cronicizzarsi se sottovalutati, la seconda riguarda la durata del periodo di riposo a letto in caso di LBP acuto: vi è piena concordanza di opinioni sul fatto che il riposo a letto deve essere limitato all’indispensabile, e che la attività quotidiane vanno riprese appena possibile, sfiorando il limite di tollerabilità del dolore prima di rimettersi a letto. Un inequivocabile “evidence based” orientamento porta a ritenere che un allettamento prolungato ed una ripresa del lavoro tardiva rallenta la guarigione clinica ed influisce sfavorevolmente sul pieno recupero lavorativo.
La terapia delle patologie della colonna lavoro correlate si basa sull’integrazione di riposo, farmaci (antalgici, decontratturanti, antinfiammatori), fisiochinesiterapia (calore, freddo, massaggi, movimentazione passiva, ginnastica posturale, trazioni), chirurgia. La maggior parte dei casi si risolvono spontaneamente e, secondo l’ ILO, indipendentemente dal tipo di terapia impiegata, ovvero non esiste una terapia esclusiva o preferenziale, ma caso per caso il medico curante o gli specialisti consultati dovranno costruire un programma terapeutico individuale. Preme qui ricordare che al momento in cui una persona assente dal lavoro per patologie della colonna ritorna a lavorare, la possibilità di intervenire sul lavoro con interventi ergonomici più approfonditi è la migliore garanzia per il migliore recupero lavorativo e personale.
La prevenzione delle malattie della colonna si deve basare sull’applicazione di principi ergonomici, sull’uso di aiuti tecnici (sollevatori muovibili, o fissi a soffitto, o a piano mobile), sull’educazione fisica, sulla informazione e formazione dei lavoratori sui rischi e sulle metodiche da adottare per prevenirli, sul supporto sociale per le persone affette da LBP (facilitazioni, back scools), su interventi mirati all’organizzazione del lavoro che premettano di combattere insoddisfazione e disagio lavorativo.

CRITERI PER IL RICONOSCIMENTO DEL RAPPORTO DI CAUSALITA’


Partendo dalla fisiopatologia delle malattie della colonna, nei paragrafi precedenti si sono delineati alcuni profili generali di rischio riferiti a numerose categorie di lavoratori esposti a movimentazione di carichi, a vibrazioni trasmesse a tutto il corpo, a posture fisse o incongrue. In caso di esposizione protratta ed intensa a tali fattori di rischio per questi lavoratori esiste una consistente probabilità di sviluppare patologie da sovraccarico funzionale della colonna correlate al lavoro.
La genericità di questa proposizione non è facilmente superabile; i suoi limiti si rendono subito evidenti quando si richiede una diagnosi etiologica a livello di un singolo caso ed allora gli orientamenti generali divengono subito insufficienti
Inoltre è certo che nessun esame clinico o strumentale è in grado di fornire parametri obbiettivi che permettano di riconoscere agevolmente la sussistenza di un rapporto causale tra lavoro e patologia della colonna in un determinato individuo. Tipico è il caso della alterazioni del quadro radiologico che non sono in alcun modo proporzionate alla gravità del quadro clinico; la stessa tecnica diagnostica dell'RM ha mancato di portare contributi innovativi nella ricerca del rapporto di causalità, nonostante lo straordinario miglioramento nella qualità delle diagnosi; infatti la RM ha portato all’evidenza di ernie discali nel 20 % delle persone asintomatiche, a riprova che sintomi clinici ed alterazioni strumentali non sempre collimano, anzi spesso sono del tutto indipendenti.
Ma allora come conciliare il giusto proposito di allargare la tutela assicurativa a nuove categorie di lavoratori con l’esigenza di essere rigorosi nel riconoscimento del rapporto causale? La risposta, che non può essere risolutiva, si sviluppa a due livelli: sul piano scientifico va proseguita ed affinata la ricerca epidemiologica per delineare sempre meglio i profili generali di rischio; mentre invece a livello diagnostico individuale si deve essere in grado di effettuare una attenta diagnosi clinica, analizzare in dettaglio la storia lavorativa ed i rischi cui il lavoratore è stato esposto basandosi per quanto possibile su dati reali e non solo presunti, metodo di indagine che è proprio della Medicina del Lavoro, ed insieme soppesare in maniera ponderata rischi lavorativi e danni alla salute seguendo la criteriologia del rapporto causale propria della Medicina Legale. Si tratta di un percorso non nuovo che ancora una volta richiede passione per affrontare un problema difficile e competenza per risolverlo bene.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE


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Menoni O., Ricci M.G., Panciera D., Battevi N., Colombini D., Occhipinti E., Grieco A. La movimentazione manuale dei carichi dei pazienti nei reparti di degenza delle strutture sanitarie. La medicina del Lavoro 1999, Vol.90, n° 2, pag. 95-435.
Ottaviani C. Le spondiloartropatie del rachide dorso-lombare come malattia professionale non tabellata. Edizioni INAIL 2000
Società Italiana di Medicina del Lavoro ed Igiene Industriale. Nuove linee tematiche per l’attività dei medici del lavoro. Esposizione a vibrazioni trasmesse all’ intero corpo. 65° Congresso Nazionale della Società. Messina, 2002.

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