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09 novembre 2012

La schiavitù fu abolita per un'azione illegale e anticonformista - a volte lo shiavo vuole essere tale.. raymond bard


Il lavoratore ha il dovere giuridico e morale di pretendere la tutela della propria salute sul posto di lavoro senza perciò temere che l’esercizio di tale diritto gli possa compromettere il posto di lavoro.


l lavoratore ha il dovere giuridico [1] (oltreché morale) di pretendere la tutela della propria salute sul posto di lavoro senza perciò temere che l’esercizio di tale diritto gli possa compromettere il posto di lavoro.

Lo ha stabilito il giudice del lavoro Stefania Izzi del Tribunale di Vasto (Chieti) lo scorso 20 settembre, che ha annullato il licenziamento intimato ai danni di un operaio della Pilkington: il lavoratore si era lamentato, in modo fermo e deciso, nei confronti del proprio datore di lavoro, per il mancato rispetto della normativa sulla sicurezza e sulla salute nel luogo di lavoro [2], a causa della presenza di amianto. Tale comportamento, visto come atto di insubordinazione nei confronti dell’azienda, era stato sanzionato con il definitivo allontanamento dal posto di lavoro.

L’ordinanza ha senza dubbio segnato un ulteriore passo significativo sul piano della difesa del diritto alla salute: il rispetto nei confronti del diritto alla salute ha vinto anche contro una multinazionale come la Pilkington, da anni produttrice di vetro nel territorio italiano.

Negli scorsi mesi, sia grazie all’iniziativa dell’O.N.A. (Osservatorio Nazionale Amianto) che a quella dei Cobas, si erano registrate numerose manifestazioni di protesta contro il licenziamento dell’operaio, che già in passato (in qualità di dirigente sindacale) aveva più volte “combattuto” per il rispetto della salute e della sicurezza sul lavoro.

Stando al precedente qui commentato, il datore di lavoro che non rispetti il diritto alla salute nel luogo di lavoro non può licenziare il lavoratore che contesti tale stato di cose, sia pure in modo acceso; l’eventuale licenziamento pertanto è nullo.


[1] Art. 20 comma 1 D.Lgs. n.81del 09.04.2008.
[2]  D.Lgs. n.81del 09.04.2008 coordinato con il D.Lgs. n.106 del 03.08.2009.
[3] Il ricorso ex art. 700 c. p. c. è finalizzato ad impugnare un licenziamento per giusta causa.

14 aprile 2012

ARTICOLO 41 COMMA 2 IDONIETà ALLA MANSIONE DEL LAVORATORE

Al comma 2 dell'art. 41 viene aggiunta un'ulteriore tipologia di visita di idoneità alla mansione, ovvero quella che deve precedere la ripresa del lavoro, nel caso in cui, per motivi di salute, il lavoratore sia stato assente continuativamente per più di sessanta giorni. Anche in questo caso la tipologia di visita per "lunga malattia" di cui alla lett. e-ter), presuppone necessariamente una delle ipotesi di sorveglianza sanitaria di cui al comma 1 dell'art. 41; in assenza di tale presupposto, questa visita, come del resto tutte le altre, dovrà considerarsi illegittima.
La nuova disposizione impone al medico competente di formulare, in ogni caso, il giudizio di idoneità/inidoneità per iscritto, e di quel giudizio darne copia, invece di informarli semplicemente per iscritto, al lavoratore e al datore di lavoro.
Le modifiche alla disciplina della sorveglianza sanitaria si concludono con la sostituzione del comma 1 e l'abrogazione del comma 2 dell'art. 42. Il nuovo comma 1 si presenta come una contrazione dei due commi precedenti, in cui scompaiono, in particolare, i riferimenti all'art. 2103 c.c. ed all'art. 52 del D.lgs. n. 165/2001.
Nel nuovo art. 42, viene, inoltre, meno il riferimento all'obbligo di adibire, "ove possibile" il lavoratore ad una mansione "compatibile con il suo stato di salute" ed a quello che il lavoratore adibito a mansioni inferiori conservi, oltre la retribuzione, anche la qualifica originariamente prevista per le mansioni precedentemente svolte. Ne consegue che, dopo il correttivo, il datore di lavoro dovrà attuare le misure indicate dal medico competente e qualora le stesse prevedano un'inidoneità alla mansione specifica, dovrà adibire il lavoratore, ove possibile, innanzitutto a mansioni equivalenti o, in difetto, a mansioni inferiori.
Meritevoli di menzione sono anche le modifiche apportate dall'art. 15 del d.lgs. n. 106/2009, all'art. 25, comma 1, del testo unico, dedicato agli obblighi del medico competente.
La modifica più significativa è certamente l'abrogazione della lett. f): viene meno l'obbligo di inviare "all'ISPESL, esclusivamente per via telematica, le cartelle sanitarie e di rischio nei casi previsti dal presente decreto legislativo, alla cessazione del rapporto di lavoro, nel rispetto delle disposizioni di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196".
Insieme a tale obbligo del medico competente, viene conseguentemente meno la facoltà del lavoratore interessato di chiedere copia delle predette cartelle all'ISPESL anche attraverso il proprio medico di medicina generale".
Nella nuova stesura della lett. c) si conferma che il medico competente "istituisce, aggiorna e custodisce, sotto la propria responsabilità, una cartella sanitaria e di rischio per ogni lavoratore sottoposto a sorveglianza sanitaria", ma tale cartella, diversamente dal passato, "è conservata con salvaguardia del segreto professionale e, salvo il tempo strettamente necessario per l'esecuzione della sorveglianza sanitaria e la trascrizione dei relativi risultati, presso il luogo di custodia concordato al momento della nomina del medico competente"; viene pertanto meno la previsione secondo la quale, solo "nelle aziende o unità produttive con più di 15 lavoratori il medico competente concorda con il datore di lavoro il luogo di custodia", cosicché, all'atto della nomina del medico dovrà essere concordato anche il luogo di custodia delle cartelle sanitarie e di rischio, le quali, tuttavia, resteranno, in ogni caso (vale a dire anche se il luogo di custodia concordato fosse la sede dell'azienda o dell'unità produttiva), sotto l'esclusiva responsabilità dello stesso.
La lett. e) viene interamente riformulata: il medico competente è obbligato a consegnare al lavoratore, alla cessazione del rapporto di lavoro "copia della cartella sanitaria e di rischio"; mentre rimane invariato l'obbligo di fornire al lavoratore "le informazioni necessarie relative alla conservazione della medesima", del tutto nuova e condivisibile è la previsione secondo la quale: "l'originale della cartella sanitaria e di rischio va conservata, nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, da parte del datore di lavoro, per almeno dieci anni, salvo il diverso termine previsto da altre disposizioni del presente decreto".

LE SANZIONI PER IL MEDICO COMPETENTE AZIENDALE - MEDICINA DEL LAVORO

SANZIONI MEDICO COMPETENTE D.Lgs 9 aprile 2008, n. 81

Art. 58.
Art. 58 - Sanzioni per il medico competente

1. Il medico competente e' punito:


a) con l'arresto fino a un mese o con l'ammenda da 500 a 2.500 euro per la violazione dell'articolo 25, comma 1, lettere d), e) e f) (mancata consegna delle cartelle sanitarie e datore di lavoro, lavoratore o il loro mancato invio all'ISPESL);

b) con l'arresto fino a due mesi o con l'ammenda da 1.000 a 4.500 euro per la violazione dell'articolo 25, comma 1, lettere b), c) e g) (violazioni in tema di sorveglianza sanitaria);


c) con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda da 1.000 a 5.000 euro per la violazione dell'articolo 25, comma 1, lettera l) (visita periodica degli ambienti di lavoro);


d) con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000 a 3.000 euro per la violazione dell'articolo 25, comma 1, lettere h), i) e m) (informazione al lavoratore e datore di lavoro della sua attività), e per la violazione dell'articolo 41, comma 5 (gestione carella sanitaria)


e) con la sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 a 10.500 euro per la violazione dell'articolo 40, comma 1 (rapporti con il Servizio Sanitario Nazionale

 

Art. 220.
Sanzioni a carico del medico competente
1. Il medico competente e' punito con l'arresto fino tre mesi o con
l'ammenda da euro 1.000 a euro 4.000 per la violazione degli
articoli 185 e 186.

Art. 264.
Sanzioni per il medico competente
1. Il medico competente e' punito:
a) con l'arresto fino a due mesi o con l'ammenda da 1.000 a 4.500
euro per la violazione degli articoli 229, comma 3, primo periodo, e
comma 6, 230, e 242, comma 4;
b) con l'arresto fino a un mese o con l'ammenda da 200 a 800 euro
per la violazione dell'articolo 243, comma 2.


Art. 284.
Sanzioni a carico del medico competente
1.Il medico competente e' punito con l'arresto fino a due mesi o
con l'ammenda da euro 1.000 a euro 4.000 per la violazione
dell'articolo 279, comma 3.


RICORSO ALL'IDONIETà RILASCIATA DAL MEDICO DEL LAVORO - EX ART. 41 D. Lgs. 81/2008 ALL' ASL TERRITORIALE

 VALUTAZIONE DEI RICORSI CONTRO IL GIUDIZIO DI IDONEITÀ/NON IDONEITÀ AL LAVORO ESPRESSO DAL MEDICO COMPETENTE DELL’AZIENDA

L’art. 41 del D. Lgs. 81/08 prescrive che tutti i lavoratori, esposti professionalmente ai rischi previsti dalla normativa vigente, devono essere sottoposti a sorveglianza sanitaria effettuata da un medico competente. Il medico competente dell’azienda, al termine degli accertamenti sanitari svolti nel corso delle visite mediche preventive e periodiche, conclude esprimendo un giudizio che può essere di idoneità oppure di inidoneità parziale o temporanea o totale del lavoratore alla mansione specifica.

Contro il giudizio del medico competente è ammesso il ricorso, entro 30 giorni dalla data di comunicazione del giudizio medesimo, all’organo di vigilanza (SPISAL) territorialmente competente che dispone la conferma, la modifica o la revoca del giudizio stesso (art. 41 comma 9 del D. Lgs. 81/08) 


Ricorso contro il giudizio del medico competente (art. 41 del D.Lgs. 81/08) contro il giudizio di:

idoneità,
idoneità parziale, temporanea o permanente, con prescrizioni o limitazioni,
inidoneità temporanea
inidoneità permanente

alla  mansione, espresso dal Medico Competente aziendale.

Il lavoratore o la  ditta possono presentare ricorso alla asl territoriale, entro  30 giorni dalla  comunicazione di tale giudizio, utilizzando il  modello preposto.


 A CHI VA PRESENTATO IL RICORSO
Il ricorso va presentato presso lo SPISAL dell’ULSS nel cui territorio è ubicata l’azienda in cui è occupato il lavoratore.





Spett. AZIENDA ASS N.*Via *******
****

AL RESPONSABILE DELLA SOC
Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro
Fax n. *******

OGGETTO: RICORSO EX ART. 41 D. Lgs. 81/2008
Il/la sottoscritto/a ______________________________________________________
nato/a ______________________________________ il _______________________,
residente a _________________________, in via _____________________________
n. telefonico ________________________
premesso
- che il/la medesimo/a è dipendente della __________________________________
- con sede operativa a _________________________________________________
- via _______________________________________________________________
- con la mansione di ________________________________
- che ai sensi dell’art. 41 del D.Lgs. 81/2008 il medico competente della ditta/società
ha effettuato, in data ______________, l’accertamento preventivo / periodico;
- che in data ________________ è stato comunicato per iscritto allo/a scrivente il
giudizio allegato alla presente (allegato n. 1);
- ritenuto che (esposizione dei motivi del ricorso) ________________________________________
___________________________________________________________________________________
___________________________________________________________________________________
ricorre avverso il citato giudizio ai sensi dell’art. 41 del D.Lgs. 81/2008.
Si allega:
1) giudizio del M.C.
2) eventuale documentazione medica
3) …………………………………..
Luogo e data, _________________________
FIRMA

MEDICO DEL LAVORO - Sorveglianza Sanitaria Art.41 del D.Lgs.81/08

Sorveglianza Sanitaria Art.41 del D.Lgs.81/08

1. La sorveglianza sanitaria e’ effettuata dal medico competente:

a) nei casi previsti dalla normativa vigente, dalle direttive europee nonche’ dalle indicazioni fornite dalla Commissione consultiva di cui all’articolo 6;

b) qualora il lavoratore ne faccia richiesta e la stessa sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi lavorativi.

2. La sorveglianza sanitaria comprende:

a) visita medica preventiva intesa a constatare l’assenza di controindicazioni al lavoro cui il lavoratore e’ destinato al fine di valutare la sua idoneita’ alla mansione specifica;

b) visita medica periodica per controllare lo stato di salute dei lavoratori ed esprimere il giudizio di idoneita’ alla mansione specifica. La periodicita’ di tali accertamenti, qualora non prevista dalla relativa normativa, viene stabilita, di norma, in una volta l’anno. Tale periodicita’ puo’ assumere cadenza diversa, stabilita dal medico competente in funzione della valutazione del rischio. L’organo di vigilanza, con provvedimento motivato, puo’ disporre contenuti e periodicita’ della sorveglianza sanitaria differenti rispetto a quelli indicati dal medico competente;

c) visita medica su richiesta del lavoratore, qualora sia ritenuta dal medico competente correlata ai rischi professionali o alle sue condizioni di salute, suscettibili di peggioramento a causa dell’attivita’ lavorativa svolta, al fine di esprimere il giudizio di idoneita’ alla mansione specifica;

d) visita medica in occasione del cambio della mansione onde verificare l’idoneita’ alla mansione specifica;

e) visita medica alla cessazione del rapporto di lavoro nei casi previsti dalla normativa vigente.

3. Le visite mediche di cui al comma 2 non possono essere effettuate:

a) in fase preassuntiva;

b) per accertare stati di gravidanza;

c) negli altri casi vietati dalla normativa vigente.

4. Le visite mediche di cui al comma 2, a cura e spese del datore di lavoro, comprendono gli esami clinici e biologici e indagini diagnostiche mirati al rischio ritenuti necessari dal medico competente. Nei casi ed alle condizioni previste dall’ordinamento, le visite di cui al comma 2, lettere a), b) e d) sono altresi’ finalizzate alla verifica di assenza di condizioni di alcol dipendenza e di assunzione di sostanze psicotrope e stupefacenti.

5. Gli esiti della visita medica devono essere allegati alla cartella sanitaria e di rischio di cui all’articolo 25, comma 1, lettera c), secondo i requisiti minimi contenuti nell’Allegato 3A e predisposta su formato cartaceo o informatizzato, secondo quanto previsto dall’articolo 53.

6. Il medico competente, sulla base delle risultanze delle visite mediche di cui al comma 2, esprime uno dei seguenti giudizi relativi alla mansione specifica:

a) idoneita’;

b) idoneita’ parziale, temporanea o permanente, con prescrizioni

o limitazioni;

c) inidoneita’ temporanea;

d) inidoneita’ permanente.

7. Nel caso di espressione del giudizio di inidoneita’ temporanea vanno precisati i limiti temporali di validita’.

8. Dei giudizi di cui al comma 6, il medico competente informa per iscritto il datore di lavoro e il lavoratore.

9. Avverso i giudizi del medico competente e’ ammesso ricorso, entro trenta giorni dalla data di comunicazione del giudizio medesimo, all’organo di vigilanza territorialmente competente che dispone, dopo eventuali ulteriori accertamenti, la conferma, la modifica o la revoca del giudizio stesso.

13 aprile 2012

ASL: Accertamento invalidità civile

ASL: Accertamento invalidità civile quadrato bianco inizio sezione 
 
Alle persone che abbiano richiesto l’accertamento di una minorazione civile (invalidità civile, cecità civile, sordomutismo), in seguito alla visita la Commissione Asl trasmette il verbale che riporta l’esito della visita.
Lettura del verbaleIl verbale è composto da quattro parti:
  • prima parte: riporta i dati anagrafici del richiedente, i motivi della presentazione della domanda e la tipologia di accertamento ( primo accertamento, revisione d’ufficio, aggravamento, riduzione)
  • seconda parte: riporta il giudizio diagnostico della commissione
  • terza parte: riporta il giudizio espresso dalla Commissione ed è particolarmente importante perché consente di individuare con chiarezza lo status accertato e a quali diritti da luogo
  • quarta parte: reca le firme dei membri della Commissione 
Il giudizio è espresso tramite una crocetta sul codice che indica  la condizione dell’esaminato e l’indicazione della percentuale di invalidità riconosciuta:
01-  NON INVALIDO
02-  INVALIDO con riduzione permanente della capacità lavorativa in misura SUPERIORE ad 1/3
03-  INVALIDO con riduzione permanente della capacità lavorativa in misura SUPERIORE ai 2/3
04-  INVALIDO con TOTALE e PERMANENTE inabilità lavorativa: 100%
INVALIDO ultra65enne con difficoltà       lievi ……     medio gravi…….     gravi 100%
05-  INVALIDO con TOTALE e PERMANENTE inabilità lavorativa 100%e con impossibilità di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore
05- INVALIDO ultra65enne con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni della sua età         e con impossibilità di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore.
06-  INVALIDO con TOTALE e PERMANENTE inabilità lavorativa 100% e con necessità di assistenza continua, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita.
06- INVALIDO ultra65enne con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni della sua età e con necessità di assistenza continua, non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita.
07-  MINORE NON DEAMBULANTE: con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della sua età
08-  CIECO con RESIDUO VISIVO  non superiore a un ventesimo in entrambi gli occhi con eventuali correzioni
09-  CIECO ASSOLUTO
10- SORDOMUTO

11 aprile 2012

Le malattie professionali e l’obbligo di denuncia del medico

Le malattie professionali
e l’obbligo di denuncia del medico


Il Ministero del lavoro, con il Dm 14 gennaio
2008, ha provveduto all’aggiornamento dell’elenco
delle malattie per le quali è obbligatoria la
denuncia da parte del medico ai sensi dell’art. 139
del Dpr 30 giugno 1965, n. 1124
Il nuovo elenco sostituisce il precedente approvato
con Dm 27 aprile 2004 e tiene conto dell’evoluzione
che il sistema produttivo può determinare
sull’insorgere di sicure o possibili malattie di origine
professionale.
Il sistema delle malattie professionali
Nell’attuale sistema delle malattie professionali (sia
nell’industria che nel settore agricolo) a seguito
delle sentenze n. 179/1988 e n. 206/1988 della
Corte Costituzionale, per malattie professionali devono
intendersi sia quelle tassativamente elencate
dalla legge, contratte nelle lavorazioni indicate (malattia
professionale tabellata), sia quelle non espressamente
elencate, ma di precisa origine professionale
(malattia professionale non tabellata).
Il quadro complessivo con le relative differenze
può riassumersi come illustrato nella tabella riportata
nelle pagine seguenti, tenuto conto che
deve trattarsi di malattia professionale contratta
nell’ambito delle lavorazioni soggette ad assicurazione.
Il nuovo elenco
La Commissione scientifica appositamente istituita
dall’art. 10 del Dlgs n. 38/2000 ha assunto la
prevista delibera in data 19 ottobre 2007, intervenendo
sui tumori professionali, la cui indicazione
è stata ricondotta nel solo gruppo 6 delle liste
I, II, III, eliminandone la citazione dalle voci di
agenti cui sono correlate anche altre malattie nei
gruppi da 1 a 5 (si vedano tabelle allegate).


Infatti l’elenco risulta articolato in tre gruppi:
1) malattie la cui origine lavorativa è di elevata
probabilità;
2) malattie la cui origine lavorativa è di limitata
probabilità;
3) malattie la cui origine lavorativa può essere riArt.
139, Dpr n. 1124/1965(1)
È obbligatorio per ogni medico, che ne riconosca
l’esistenza, la denuncia delle malattie professional
i,
che saranno indicate in un elenco da approvarsi
con decreto del Ministro per il lavoro e la
previdenza sociale di concerto con quello per la
sanità, sentito il Consiglio superiore di sanità(2).
La denuncia deve essere fatta all’Ispettorato del
lavoro competente per territorio, il quale ne trasmette
copia all’Ufficio del medico provinciale.
I contravventori alle disposizioni dei commi precedenti
sono puniti con l’ammenda da lire mille a
lire quattromila(3).
Se la contravvenzione è stata commessa dal medico
di fabbrica previsto dall’art. 33 del decreto
del Presidente della Repubblica 19 marzo 1956,
n. 303, contenente norme generali per l’igiene del
lavoro, l’ammenda è da lire ottomila a lire quarantamila(
3).
(1) V. ord. Corte Cost. n. 90 del 14.1.1988 che dichiara
manifestamente inammissibile la questione di legittimità
costituzionale degli artt. 157 c.p., 131 e 139 decreto
Presidente della Repubblica 30.6.1965, n. 1124, in rif.
all’art. 3 Cost. (G.U. n. 6 del 10.2.1988).
(2) V. Decreto ministeriale 18.4.1973, n. 173.
(3) V. legge 24.11.1981, n. 689, art. 35, comma 8.
tenuta possibile e per cui non è definibile il grado
di probabilità.
Procedimento e adempimenti


Ricordiamo che la procedura per attivare la tutela
assicurativa Inail, in caso di malattia professionale,
prevede le seguenti fasi:

 
1) il medico che accerta la malattia professionale
deve denunciarlo alla Direzione prov. lavoro se la
malattia rientra nel predetto elenco di riferimento
(in mancanza si applica la sanzione dell’arresto
fino a 3 mesi o con l’ammenda da 258 a 1.032
euro. Deve inoltre trasmettere all’Inail la denuncia/
segnalazione ai fini dell’alimentazione del Registro
nazionale delle malattie causate dal lavoro
o ad esso correlate;
2) la denuncia della malattia professionale deve
essere fatta dal lavoratore al datore di lavoro
presentando il relativo certificato medico entro


MALATTIE PROFESSIONALI


Malattia professionale
Il lavoratore

Acquisisce il certificato dal medico curante/generico/professionista
Deve darne notizia al datore di lavoro entro 15 giorni dalla manifestazione
della malattia
Il datore
di lavoro
Una volta nota la malattia deve farne denuncia all’Inail entro 5 giorni
successivi (mod. 101-I), allegando il certificato medico fornito dal lavoratore
Il medico
Deve redigere il certificato medico su modello 5SS e inviarlo all’Inail
entro il giorno di attività ambulatoriale successivo alla visita o tramite
Internet o con modalità tradizionali (fax, a mano, per posta) (Inail circolare
39 del 18 settembre 2007).
Due copie devono essere consegnate al lavoratore che deve consegnarne
una al proprio datore di lavoro.
Deve inviare denuncia anche alla Dpl
15 giorni dalla manifestazione della malattia a
pena di decadenza dal diritto all’indennizzo per
il periodo precedente la denuncia (art. 52, Dpr n.
1124/1965);
3) la denuncia della malattia professionale (mod.
101I)
deve essere trasmessa dal datore di lavoro
all’Inail entro i 5 giorni successivi a quello in cui il
lavoratore ha fatto denuncia al datore stesso della
manifestazione della malattia (art. 53, Dpr n. 1124/
1965); non deve essere inviata copia all’autorità di
P.S. La denuncia deve contenere l’indicazione delle
ore lavorate e la retribuzione percepita dal lavoratore
nei 15 giorni precedenti la malattia professionale.
Alla denuncia deve essere allegato il certificato
medico.
Se il lavoratore invia il certificato medico all’Inail,
quest’ultimo richiederà l’inoltro della denuncia al
datore di lavoro.
Le sanzioni per il medico
Omesso invio da parte del medico
generico o curante alla Dpl della
denuncia della malattia professionale
Omesso invio da parte del medico
competente alla Dpl della denuncia
della malattia professionale
Arresto fino a 3 mesi o con
l’ammenda da 258 a 1.032 euro
Arresto da 2 a 4 mesi o con
l’ammenda da 516 a 2.582 euro
Guida al Lavoro
IL SOLE 24 ORE
MALATTIE PROFESSIONALI
Normativa
N. 14 - 4 aprile 2008
V
IL MINISTRO
DEL LAVORO E DELLA
PREVIDENZA SOCIALE
Visto l’art. 139 del Testo
unico delle disposizioni
per l’assicurazione obbligatoria
contro gli infortuni
sul lavoro e le malattie
professionali, approvato
con decreto del Presidente
della Repubblica 30
giugno 1965, n. 1124, e successive modificazioni e
integrazioni;
Visto l’articolo 10, comma l, del decreto legislativo 23
febbraio 2000, n. 38, che prevede la costituzione di
una Commissione scientifica per l’elaborazione e la
revisione periodica dell’elenco delle malattie di cui
all’articolo 139, oltre che delle tabelle di cui agli articoli
3 e 211 del Testo unico approvato con decreto del
Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n.
1124;
Visto l’art. 10, comma 4, del decreto legislativo 23
febbraio 2000, n. 38, che, tra l’altro, prevede che gli
aggiornamenti dell’elenco di cui al citato art. 139 sono
effettuati, con cadenza annuale, con decreto del Ministro
del lavoro e della previdenza sociale su proposta
della Commissione scientifica sopra richiamata;
Visto il decreto ministeriale 17 ottobre 2005 e successive
integrazioni e modificazioni di ricostituzione della Commissione
scientifica al termine del primo quadriennio;
Visto il decreto ministeriale 27 aprile 2004, concernente
«Elenco delle malattie per le quali è obbligatoria
la denuncia, ai sensi e per gli effetti dell’art. 139 del
Testo unico, approvato con decreto del Presidente della
Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124»;
Vista la delibera n. 1 della
Commissione scientifica,
assunta in data 19 ottobre
2007, concernente
la proposta di aggiornamento
e revisione dell’elenco
delle malattie di
cui all’art. 139 del Testo
unico, approvato con il
decreto ministeriale 27
aprile 2004, con riferimento
ai tumori professionali,
la cui indicazione è stata ricondotta nel solo
gruppo 6 delle liste I, II, III, eliminandone la citazione
dalle voci di agenti cui sono correlate anche altre malattie
nei gruppi da 1 a 5;
Preso atto che la Commissione scientifica, come indicato
nella citata delibera e nella relativa relazione tecnica,
ha ritenuto di dover procedere all’aggiornamento del
gruppo dei tumori professionali in quanto patologie
emergenti in termini di incidenza e prevalenza;
Decreta:
Articolo 1
1. È approvato, nel testo allegato al presente decreto di
cui forma parte integrante, l’aggiornamento dell’elenco
delle malattie per le quali è obbligatoria la denuncia ai
sensi e per gli effetti dell’art. 139 del Testo unico approvato
con decreto del Presidente della Repubblica 30
giugno 1965, n. 1124, e successive modificazioni e
integrazioni, e contenuto nel ?????
2. L’elenco di cui al comma precedente sostituisce quello
approvato con decreto ministeriale 27 aprile 2004.
Dm 14 gennaio 2008
(S.O. n. 68 alla G.U. 22 marzo 2008, n. 70)
Oggetto: Elenco delle malattie per le quali è
obbligatoria la denuncia ai sensi e per gli effetti
dell’articolo 139 del Testo unico approvato con
decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno
1965, n. 1124, e successive modificazioni e
integrazioni
Caso Conseguenza Adempimento del lavoratore
Malattia professionale
tabellata
Se la malattia viene denunciata
entro i termini massimi di indennizzabilità,
contenuti nella «Tabella
» sussiste la presunzione legale
dell'origine professionale
Deve provare lo svolgimento di mansioni rientranti nell’ambito
delle lavorazioni tabellate e l’esistenza di una malattia
espressamente prevista (Cass. 3.3.1992, n. 2565)
Malattia professionale
tabellata denunciata
oltre i termini
massimi
a) Se il lavoratore dimostra che la
malattia si è manifestata entro i
termini previsti, fruisce della presunzione
legale dell’origine professionale
b) In mancanza di dimostrazione il
lavoratore deve provare l’origine
professionale della malattia
a) Occorre provare la verificazione clinica nei termini della
Tabella, oltre a quanto indicato nel caso precedente
b)Oltre a quanto indicato nel caso precedente occorre provare:
- l’esposizione al rischio rispetto alle mansioni svolte, alle
condizioni di lavoro e alla durata del lavoro;
- l’esistenza della malattia, l’evoluzione e quando è insorta
(mediante certificato)
Malattia professionale
non tabellata
Il lavoratore deve provare l’origine
professionale della malattia
Deve essere provata:
- l’esposizione al rischio (mansioni svolte, condizioni di lavoro,
durata ed intensità dell’esposizione);
- l’esistenza della malattia mediante certificazione sanitaria;
- l’attestazione nel primo certificato della presunta origine
professionale della malattia;
- l’accertamento dell’origine professionale della malattia da
un punto di vista medico-legale

INAIL - IL DANNO DIFFERENZIALE - DANNO PATRIMONIALE DEL LAVORATORE

Il "danno differenziale" si configura come quella ulteriore ed eventuale quota di ristoro derivante dall'insufficienza delle indennità conseguenti a voci di danno erogate dall'INAIL in materia di infortuni sul lavoro secondo le normali regole della responsabilità civile.
Come noto, il problema della determinazione di detto danno si è posto, in via generale, con l'entrata in vigore del D. Lgs. 38/2000 (art. 13) che ha sostituito il sistema tradizionale di valutazione dell'inabilità permanente con quello del "danno biologico", nozione che fa riferimento alla "lesione dell'integrità psicofisica" suscettibile di valutazione medico legale e causativa di una menomazione valutabile secondo le tabelle di cui al D.M. 12 luglio 2000.
La questione della risarcibilità del danno "differenziale" dopo il riconoscimento legislativo dell'indennizzabilità da parte dell'INAIL del danno biologico è stata a lungo dibattuta in dottrina ed in giurisprudenza, chiamate a decidere se le somme erogate dall'INAIL fossero da considerarsi esaustive del diritto al risarcimento del danno biologico sofferto dal danneggiato/assicurato, oppure se residuasse in capo al terzo danneggiante l'obbligo di risarcire l'eventuale danno "differenziale", inteso quale maggior pregiudizio sofferto in concreto.
Muovendo dal principio assolutamente pacifico secondo cui il danno biologico, in quanto lesione del bene della salute garantito dall'art. 32 Cost., se deve essere risarcito a colui che lo ha subìto lo deve essere in maniera integrale, la giurisprudenza prevalente si è orientata verso il riconoscimento del c.d. "danno differenziale", laddove l'applicazione delle usuali tabelle di liquidazione del danno biologico portino a ritenere sussistente un danno ulteriore rispetto all'ammontare liquidato dall' Istituto (ex multis, cfr. Cass. n. 10035/2004. Per il merito, cfr. Trib. Vicenza, 4 gennaio 2007, n. 321).
E ciò sul rilievo, per un verso, che la prospettiva applicativa, esplicitata dall'art. 13 del citato decreto - secondo cui la definizione di danno biologico è prevista solo "in via sperimentale" ed ai soli "fini della tutela dell'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali", in attesa della disciplina organica e completa del danno biologico- non è quella di definire in via generale e omnicomprensiva tutti gli aspetti risarcitori del danno biologico, ma solo quella di determinarli agli specifici e limitati fini dell'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali. Per altro verso, sulla base del dettato normativo di cui all'art. 10 D.P.R. n. 1124 del 1965, commi 6 e 7, secondo cui il risarcimento spettante all'infortunato sul lavoro o ai suoi aventi diritto è dovuto solo nella misura differenziale derivante dal raffronto tra l'ammontare complessivo del risarcimento e quello delle indennità liquidate dall'Inail in dipendenza dell'infortunio, al fine di evitare una ingiustificata locupletazione in favore degli aventi diritto, i quali, diversamente, percepirebbero, in relazione al medesimo infortunio, sia l'intero danno, sia le indennità.
Una particolare applicazione del concetto di danno differenziale si è posta, nel panorama degli infortuni sul lavoro, per l'infortunio in itinere quando è provocato da incidente stradale, posto che, in questa ipotesi, oltre all'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni, viene coinvolta a tutela dell'evento anche l'assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli, disciplinata dal d.lgs. 7 settembre 2005, n. 205 (c.d. Codice delle assicurazioni private) e il danno biologico come indennizzato dall'INAIL non corrisponde al danno biologico nell'ambito R.C.A.
Anzitutto, sussistono sostanziali divergenze di riferimento a norme primarie tra l'indennizzo erogato ex art. 13 D. Lgs. 38/2000 ed il risarcimento del danno biologico in ambito R.C.A.: mentre quest'ultimo ha trovato il proprio riconoscimento nell'articolo 32 della Costituzione ed è tuttora finalizzato a risarcire il danno nella esatta misura in cui si è verificato, l'indennizzo INAIL ha dato applicazione all'art. 38 della Costituzione e risponde alla funzione sociale di garantire mezzi adeguati al lavoratore infortunato.
Le erogazioni di somme effettuate dall'INAIL sono inoltre qualificabili alla stregua di un mero indennizzo, cioè di un istituto che, a differenza del risarcimento, non appare necessariamente riconducibile ad un fatto illecito (contrattuale o aquiliano) e che può, pertanto, prescindere dall'elemento soggettivo di chi ha realizzato la condotta dannosa e persino dalla individuazione di un responsabile diverso dallo stesso danneggiato.
Il Codice delle assicurazioni private,inoltre, prevede, per il risarcimento del danno biologico, la predisposizione di apposite tabelle, rispettivamente per le menomazioni sino al 9% (micropermanenti) (art. 139) e poi di quelle comprese tra il 10 e il 100% (art. 138), che danno luogo ad importi maggiori rispetto a quelli risultanti dall'applicazione delle tabelle di riferimento per l'INAIL.
Anche per ciò che riguarda il creditore il diritto all'indennizzo erogato dall'INAIL si struttura in modo diverso dal risarcimento del danno liquidato dalla R.C.A.:mentre, infatti, il diritto alla rendita erogata dall'Istituto si estingue con la morte dello stesso beneficiario, il diritto al risarcimento entra a far parte del patrimonio ereditario del danneggiato.
Peraltro, con riguardo al valore capitale delle rendite a carico dell'INAIL, deve tenersi conto, anziché del meccanismo generale di adeguamento degli importi dovuti a titolo di danno al potere di acquisto della moneta, del meccanismo legale di rivalutazione triennale delle rendite previsto dall'art. 116, comma 7, D.P.R. n. 1124 del 1965, salva, per la parte non coperta, la rivalutazione secondo gli indici Istat.
La palese differenza sussistente tra l'indennizzo INAIL ed il risarcimento del danno, sotto il profilo della struttura e degli effetti, esclude inoltre l'utilizzabilità dei parametri di cui al citato art. 13 quali riferimenti vincolanti ai fini della liquidazione dell'eventuale risarcimento del danno biologico secondo criteri equitativi.
Ne consegue che in caso di infortunio in itinere per incidente stradale provocato da altri il danneggiato può usufruire della peculiare protezione accordata dal sistema di sicurezza sociale e contemporaneamente ottenere più facilmente il danno differenziale dalla compagnia assicuratrice del responsabile civile.
Tale danno "differenziale" deve essere determinato, una volta accertato il complesso risarcibile secondo i principi ed i criteri di cui agli art. 1223, 2056 c.c. e ss, sottraendo dalle sole voci corrispondenti al danno biologico e al danno patrimoniale, l'importo delle prestazioni liquidate dall'INAIL, tenendo conto dei rispettivi valori come attualizzati alla data dell'accertamento (Trib. Vicenza, n. 321/2007 cit.).
Le prestazioni economiche riconosciute dall'INAIL consistono nell'indennizzo in capitale, se la menomazione è di grado pari o superiore al 6%, ma inferiore al 16%, o l'indennizzo in rendita, qualora la menomazione sia pari o superiore al 16%. Non sono, per converso, indennizzabili, alla stregua della normativa vigente, le menomazioni all'integrità psicofisica di grado inferiore al 6%, nonché tutte quelle lesioni che non incidono sulla capacità lavorativa e non sono suscettibili di valutazione medico-legale.
A livello operativo, pertanto, nella liquidazione del danno "differenziale" da infortunio in itinere causato da incidente stradale, occorre procedere come segue:
  • se la lesione è valutabile in misura inferiore al 6%, l'INAIL non corrisponde alcun indennizzo a titolo di danno biologico e di danno patrimoniale. Pertanto, il danneggiato dovrà chiedere il risarcimento di tutti i danni alla Compagnia tenuta al risarcimento dalle norme di R.C.A.;
  • se la lesione è valutabile dal 6% al 15%, l'INAIL indennizza il danno biologico in capitale, secondo i criteri previsti nelle tabelle allegate al Decreto del 2000, così come aggiornate con il Decreto del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali e del Ministro dell'economia e delle finanze del 27 marzo 2009. Alcun indennizzo è dovuto per conseguenze patrimoniali. Ne consegue che il danneggiato, dovrà richiedere il danno differenziale biologico alla Compagnia di Assicurazione, in uno all'importo totale del danno patrimoniale.
  • se la lesione è valutabile sopra il 15%, l'INAIL indennizza il danno biologico in rendita, con un ulteriore quota di rendita per le conseguenze patrimoniali. In queste ipotesi, secondo la giurisprudenza prevalente, il raffronto deve essere operato non posta per posta, ma avuto riguardo all'ammontare complessivo dei rispettivi ristori, sulla base del disposto dei commi 6° e 7° dell'art. 10 del DPR n. 1124/1965, sopra citati (Trib. Vicenza, n. 321/2007 cit.).
È pacifico, inoltre, che l'Inail non risarcisce il danno morale né voci di danno non patrimoniale diverse dal danno biologico (Cass. 27.5.2009 n. 12326). Questi danni, pertanto, devono essere integralmente risarciti al danneggiato dalla Compagnia tenuta al risarcimento dalle norme di R.C.A.

 In base al D.Lgs. n. 38/00 per infortuni relativi a danni valutati in misura pari o superiore al 16%,  l'Inail corrisponde un indennizzo in rendita che è costituita da due quote: la prima, relativa al danno biologico, viene individuata nell'apposita tabella (tabella Inail, n.d.r.) con riferimento esclusivo alla menomazione; la seconda quota viene riferita al danno patrimoniale e calcolata sulla base della retribuzione del grado di menomazione e del corrispondente coefficiente di cui all'apposita tabella. E' evidente che rispetto a quanto liquidato al danneggiato in sede di causa civile per il risarcimento dei danni, andranno defalcate dall’importo complessivo le somme relative alle voci omogenee oggetto sia della liquidazione giudiziale sia di quella assistenzialistica. In altre parole, se il giudice liquida all’attore sia il danno biologico (o, per meglio dire, complessivamente inteso nella sua riformulazione post sentenza di San Martino, non patrimoniale) che il danno patrimoniale, bisognerà detrarre dalla somma individuata dal giudicante sia la quota capitale messa a disposizione dall’Inail a titolo di biologico, sia quella messa a disposizione a titolo di danno patrimoniale.  Laddove, invece,  il giudice liquidi solamente un danno non patrimoniale complessivamente considerato (biologico permanente e temporaneo, morale, etc.), ma non quello patrimoniale, andrà detratta dalla somma risarcitoria complessivamente individuata dal giudicante solo la parte Inail erogata a titolo di danno biologico. In altre parole, deve essere defalcata da quanto spettante all’attore la parte di rendita erogata dall’Inail a titolo di indennizzo per il danno biologico. Non dovranno invece essere scomputate quelle parti di danno erogate dall’INAIL a titolo diverso, come ad esempio la rendita costituita dall’INAIL quale ristoro del danno patrimoniale subito dal lavoratore che abbia subito una menomazione superiore al 15% di invalidità permanente.

07 aprile 2012

I GIUDICI E LA MAGISTRATURA CI FANNO O CI SONO ? LO SANNO COSA VUOL DIRE ROVINARE UNA VITA?

 I GIUDICI E LA MAGISTRATURA CI FANNO O CI SONO ? LO SANNO COSA VUOL DIRE ROVINARE UNA VITA?
 
Adesso chiedo a voi, esiste un magistrato che finisce in mezzo una strada per colpa della sua ex moglie?

Sapete il perche?

Sapete come potrebbe cambiare di colpo la vita di una persona ?
La tecnica è quasi sempre uguale. Denunciare prima della separazione il marito per percosse e minacce, anche se non sono vere. Scrivere qualche sms alle amichette con finte richieste di aiuto. Mettersi d'accordo con loro per le testimonianze in tribunale. Addirittura quelle più determinate arrivano ai casi di autolesionismo per provare le violenze subite in casa. 
Poi basta un avvocato senza tanti scrupoli e desideroso di riempirsi il portafoglio e il gioco è fatto. I giudici non vanno tanto per il sottile e nella maggioranza dei casi danno ragione alle donne. Salvo poi ricredersi ma dopo anni e lunghe battaglie a colpi di carte bollate. Il marito e padre, quindi, viene sbattuto via da casa, anche se è di sua proprietà, e viene costretto a versare gli alimenti che oggi partono da un minimo di 400 euro al mese anche se lei lavora e guadagna più di lui. Spesso cornuti, quasi sempre mazziati. Sono molte le storie denunciate ieri al convegno dove Alessio Saso (ospite il consigliere comunale Giuseppe Murolo) ha presentato un disegno di legge regionale a sostegno dei padri separati.

Ecco una Testimonianza:
«Ho 42 anni - racconta Paolo, dipendente pubblico, residente a Quarto - mi sono sposato a 30 anni dopo un paio di anni di fidanzamento. Abbiamo avuto un bambino dopo un anno e ci siamo separati dopo 7 anni. Lei aveva una relazione con un collega in ufficio, pure lui sposato, che ho scoperto controllando sms e telefonate a ore tarde e il sabato e la domenica quando non si potevano vedere. Lei mi ha denunciato per percosse. Ha inviato sms alle amiche con finte richieste di aiuto. Si è messa d'accordo con loro per testimoniare il falso in tribunale. I giudici non ci hanno pensato un attimo. Sono stato costretto a lasciare casa mia e a versare 400 euro a lei con un mutuo per la casa di 500 euro nonostante lei guadagnasse più di me, 1300 euro contro i miei 1100. Sopravvivo chiedendo prestiti agli amici e abitando con i miei genitori. Dopo alcuni anni sono riuscito a ottenere di vedere mio figlio e sta venendo a galla la verità sulle bugie della mia ex moglie, ma ho dovuto soffrire e lottare. Tutto con l'assenso dei giudici. Non è giusto. Nessuno delle istituzioni mi ha mai dato una mano. Anzi, esattamente il contrario». 

Ecco un link su Facebook: 
 https://www.facebook.com/groups/129103170547842/
 IN RETE:
http://www.dirittoeminori.com/pages/falsi-maltrattamenti/ 

Il 75% dei casi le denunce penali nei confronti del coniuge sono palesemente false, infondate e strumentali


“Solo in due casi su 10 si tratta di maltrattamenti veri. Il resto sono querele enfatizzate e usate come ricatto nei confronti dei mariti durante la separazione. 
Molte volte siamo noi stessi a chiedere l’archiviazione. In altri casi, invece, si arriva a un processo dove la presunta vittima ridimensiona il proprio racconto. È successo anche che qualche ex moglie sia finita indagata per calunnia”. [Carmen Pugliese, PM specializzata in reati familiari]

“E` certificato che nel 75% dei casi le denunce penali nei confronti del coniuge sono palesemente false, infondate e strumentali all’ottenimento di immediati risultati nelle cause di separazioni e divorzi”. [G.E. Gassani, Presidente Nazionale dell'Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani]

“La tecnica è quasi sempre uguale. Denunciare prima della separazione il marito per percosse e minacce, anche se non sono vere. Scrivere qualche SMS alle amichette con finte richieste di aiuto. Mettersi d’accordo con loro per le testimonianze in tribunale. Addirittura quelle più determinate arrivano ai casi di autolesionismo per provare le violenze subite in casa. Poi basta un avvocato senza tanti scrupoli e desideroso di riempirsi il portafoglio e il gioco è fatto. I giudici non vanno tanto per il sottile e nella maggioranza dei casi danno ragione alle donne. Salvo poi ricredersi ma dopo anni e lunghe battaglie a colpi di carte bollate. Il marito e padre, quindi, viene sbattuto via da casa, anche se è di sua proprietà, e viene costretto a versare gli alimenti.” [Il Giornale]

“Sempre piu` spesso si ricorre alla querela del coniuge o del convivente per risolvere a proprio favore i contenziosi civili per l’affidamento dei figli o per l’assegno di mantenimento.” [Barbara Bresci, PM]

“Ad adottare questi sotterfugi sono tutte donne: se la separazione `e in corso, non ci sono strumenti prima dell’udien- za per allontanare uno dei due genitori da casa. L’ordine di allontanamento giunge solo in caso di violenza fisica, ed ecco perch ́e arrivano le denunce verso i mariti, per la maggior parte dei casi inventate.” [Avv. Clara Cirillo, presidente dell'Associazione Giuristi Italiani]



“Se ci sono i minori in ballo, si mettono in atto dinamiche crudeli: le donne avanzano false denunce di maltrattamenti o molestie sui figli a scapito del coniuge, per togliere a quest’ultimo la patria potestà” [Avv. Cristina Nicolini, AGI]

“Potrebbe sembrare incredibile che si possa accusare qualcuno che si sa innocente di un delitto turpe quale quello di violenza sessuale, in particolare quando è perpetrata su un bambino, eppure succede e neanche troppo raramente [...] per l’esperienza fatta le false denunce provengono quasi nella totalita` da donne, spesso madri che in tal modo tentano di allontanare gli ex mariti dai figli o peggio credono di vendicarsi di non si sa quali torti subiti durante il matrimonio.” [Jaqueline Monica Magli, PM]

“L’accusa di violenza sessuale è il modo piu` facile per estromettere il padre dalla vita dei figli. La donna non solo si libera del partner come coniuge ma anche come padre, facendolo uscire definitivamente dalla sua vita” [Maria Carolina Palma, CTU]

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